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Vi ricordate video del premier Matteo Renzi che in maniche di camicia, con gessetto e lavagna, spiegava la Buona Scuola? Ebbene, al primo posto di quella lista di priorità per l’istruzione italiana – enunciate nel maggio 2015 – c’era l’alternanza scuola-lavoro, un contenitore che negli ultimi dodici anni ha racchiuso un po’ di tutto. Sin dal 2004/05, infatti, ad alcuni studenti delle scuole superiori italiane è stata data la possibilità di trascorrere ore di lezione in azienda per toccare con mano la realtà del lavoro. Negli anni si sono aggiunti altri provvedimenti, sia a livello regionale che nazionale, ma è stata la legge 107/2015 a rendere strutturato e obbligatorio questo percorso.
«Nell’anno scolastico 2016/17 abbiamo una platea di 1,15 milioni di ragazzi interessati fra classi terze e quarte, un numero quattro volte superiore a quello dei coinvolti prima della riforma». Parola del ministro all’Istruzione Stefania Giannini, secondo la quale «le riforme hanno bisogno di tempo per irrobustirsi» e «il primo anno di obbligatorietà è stato caratterizzato da un grande dinamismo da parte delle scuole e da una buona risposta delle strutture ospitanti». L’anno scolastico 2015/16 è stato quello del debutto. Altri numeri li snocciola Carmela Palumbo, direttore generale per gli Ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione al Miur. «Siamo partiti l’anno scorso con circa 750 mila ragazzi coinvolti, dei quali 527.821 di terza superiore con i quali è iniziata l’alternanza obbligatoria. Gli altri erano studenti del quarto e quinto anno già impegnati in esperienze analoghe, a dimostrazione che la Buona Scuola non ha azzerato ciò che di positivo c’era prima». Sono stati 60 i protocolli sottoscritti con grandi realtà aziendali, consorzi o associazioni di impresa in grado di garantire una capillarità nazionale al progetto, mentre le scuole coinvolte ammontano a 2.769 per le statali, più 1.500 paritarie.

LE NOVITÀ
La vera novità della riforma è quella di «portare a sistema l’alternanza scuola-lavoro, introducendo l’obbligo per le scuole di prevedere questa attività», spiega la dirigente Palumbo. Elemento decisivo è quello dei fondi: «Prima della legge 107», continua l’alto funzionario del Miur, «gli stanziamenti erano incerti, siamo passati dai 30 milioni degli ultimi anni ai 10-11 milioni prima del 2014, destinati ai soli istituti professionali». Ora le cose sono cambiate: «Il finanziamento di 100 milioni all’anno è stabile e sicuro, va solo deciso ogni anno come destinarlo». C’è, infatti, una distinzione nella ripartizione tra licei e istituti, dato che nei primi sono previste 200 ore di alternanza nel triennio, che per i secondi raddoppiano (400). «L’alternanza viene resa obbligatoria con gradualità», continua la dirigente Palumbo. «Nel 2015/16 siamo partiti con l’obbligo per le terze, nel 2017/18 entreremo a regime con il ciclo completo del triennio.
Per illustrare al meglio le procedure, il Miur nell’ottobre 2015 ha divulgato una guida operativa sull’alternanza, pensata soprattutto per le scuole, che devono sostenere sia economicamente («a gennaio 2016 avevano già i fondi disponibili», fanno sapere dal ministero) che dal punto di vista organizzativo l’intero percorso. Le aziende che partecipano sono sgravate da costi vivi, ma devono mettere a disposizione personale – tutor aziendali – e spazi per gli studenti. Già, ma come aderiscono le imprese, gli uffici pubblici e le altre organizzazioni disposte ad accogliere alunni? Tramite il Registro nazionale, attivato nelle Camere di commercio provinciali (la prima a farlo è stata quella di Cosenza). «Si tratta di uno strumento previsto dalla legge che le aziende potranno popolare progressivamente», sottolinea ancora Palumbo, «servirà a regolare il traffico facendo incontrare la domanda delle scuole con l’offerta delle imprese e delle istituzioni che inseriranno le loro disponibilità in termini di numero di studenti da accogliere, periodi, profili richiesti, modalità di lavoro. Sarà una garanzia in più per le scuole, e una volta che sarà entrata a regime diventerà obbligatorio». Resta il tema della gratuità nell’adesione, per la quale c’è un accordo tra Miur e Unioncamere che necessita del parere favorevole dei ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico.

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LE IMPRESE NON SOSTENGONO COSTI,

MA DEVONO METTERE A DISPOSIZIONE

TUTOR E SPAZI PER GLI STUDENTI

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PROSPETTIVE FUTURE
«Con la Buona Scuola l’alternanza è uscita dalla sperimentazione per diventare pratica strutturale», rivendica il ministro Giannini. La titolare del Miur ritiene che si tratti di uno «straordinario strumento per migliorare l’occupabilità dei nostri giovani», al quale «manca però una comprensione diffusa di cosa sia e come funzioni. Anche fra le famiglie. Ed è un tema su cui lavoreremo quest’anno con progetti che coinvolgeranno grandi aziende e un portale nazionale su cui metteremo tutte le informazioni per scuole, ragazzi, genitori». Dal ministero, la dirigente Palumbo aggiunge che «i riscontri sono stati molto positivi, soprattutto da parte delle scuole», anche se non nega ci siano state «alcune difficoltà per mancanza di preparazione e organizzazione in alcune scuole».
L’anno scolastico appena cominciato riserverà alcune novità. Innanzitutto, il Miur ha intenzione di intervenire sulla valutazione dell’alternanza. «Già lo abbiamo fatto con un’ordinanza per gli esami di Stato di giugno», precisa la dirigente Palumbo. «La legge 107 ci conferisce la delega per agire in questa direzione sarà fatto tenendo conto che nell’alternanza gli studenti esprimono competenze e non conoscenze o abilità, pertanto non è pensabile attribuire il classico voto a quell’esperienza, si rischierebbe di irrigidirla. Piuttosto, i report e le valutazioni dei tutor scolastici e aziendali saranno recepiti dai consigli di classe, fornendo elementi valutativi per l’attribuzione dei crediti scolastici del triennio. L’alternanza sarà così apprezzata in sede di scrutinio e anche in sede di esame, con un suo inserimento nella seconda prova e soprattutto nel colloquio finale».
Infine, saranno gli stessi ragazzi a valutare il percorso compiuto, grazie al ruolo attivo che gli sarà conferito integrando la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti.