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Politiche attive, programmi di ricollocazione, riduzione delle forme contrattuali di cattiva flessibilità, contratto a tempo indeterminato senza articolo 18: sono queste le richieste delle aziende al Governo per sostenere la ripresa, che emergono dall’ultima rilevazione dell’Osservatorio permanente sulla riforma del mercato del lavoro, promosso da Gi Group Academy, fondazione di Gi Group, prima multinazionale italiana del lavoro. Oltre 500 le aziende ascoltate nel periodo dal 10 al 15 settembre, perlopiù proveninenti dall’area del Nord Ovest (il 42,3%), opreanti nel settore dell’industria (36,9%) e per la metà (45,2%) micro imprese (non più di dieci dipendenti). Queste, in sintesi, quanto evidenziato dalla survey:

DL POLETTI
Il decreto legge Poletti non sembra aver modificato in modo sostanziale le scelte di assunzione delle aziende. La maggior parte di esse (con medie che vanno oltre il 60%) ha dichiarato che non sono cambiati i contratti utilizzati per le scelte di assunzione, né cambieranno per il 2015. Unico effetto apprezzabile del decreto è la sostituzione del contratto a tempo indeterminato (il 23% del campione lo ha diminuito, solo l’8% lo ha aumentato) con il tempo determinato e la continua erosione delle forme di cattiva flessibilità.

PRIORITÀ DEL GOVERNO
Secondo un’azienda su due (49,5% dei rispondenti), la principale priorità del Governo in tema di lavoro dovrebbe essere quella di aiutare le persone senza lavoro a trovarne un altro attraverso appositi programmi di ricollocazione professionale. Subito dopo, per il 46,6% dei rispondenti, il Governo dovrebbe introdurre forme di incentivo all’uscita dal mondo del lavoro degli over 60 per favorire l’ingresso dei giovani e per il 45,4% sarebbe necessario rendere più flessibile il contratto a tempo indeterminato.

ARTICOLO 18
In materia di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, la maggior parte dei rispondenti (42,5%) ha dichiarato di preferire un contratto dove l’art.18 cessi di essere applicato del tutto, a fronte di un’indennità monetaria crescente da corrispondere al lavoratore e di un supporto alla ricollocazione professionale. Il 32,6% non ritiene necessaria l’introduzione di un contratto a tutlele crescenti laddove la minoranza (24,9%) ritiene che l’art.18 debba tornare ad essere applicato dopo i primi tre anni dall’assunzione.

SEMPLIFICAZIONE
Più di otto aziende su dieci (l’87,4% del campione) ritengono che ci siano nel nostro Paese troppe forme contrattuali: i primi due contratti che le aziende eliminerebbero sono il contratto a progetto (48,4%) e le associazioni in partecipazione (45,3%).

POLITICHE ATTIVE
Per quanto riguarda la ripartizione delle risorse dello Stato tra le politiche del lavoro, l’86% delle aziende ritiene che i soldi pubblici dovrebbero essere indirizzati alle politiche di tipo attivo.

Approfondisci l’indagine Gi Group sulla riforma del lavoro