A sinistra: Alessandro Profumo, ex Unicredit. In alto, da sinistra verso destra: Andrea Guerra, Matteo Arpe, Paolo Scaroni e Luca Cordero di Montezemolo

Luca Cordero di Montezemolo, Andrea Guerra, Paolo Scaroni, Fulvio Conti, Flavio Cattaneo: gli ultimi mesi sono stati intensi dal punto di vista del turnover al vertice delle grandi aziende italiane.

Addii a sorpresa o uscite annunciate. A prescindere da come siano andate le cose, un aspetto sembra certo: liberarsi di un manager ingombrante è diventato più conveniente rispetto al passato. Colpa della crisi, ma anche “questione di immagine”. Può sembrare un’eccezione l’addio di Montezemolo alla Ferrari: 27 milioni di eurodopo 23 anni in rosso. Si tratta della quarta maxi-liquidazione della storia della nostra economia, ma è una cifra lontana anni luce da quella intascata, sempre nella galassia Fiat, da Cesare Romiti nel 1998: 101 milioni di euro il controvalore, la metà per il patto di “non concorrenza”. All’ex presidente di Maranello, ne sono andati appena 13 milioni di euro per un accordo simile, prezioso ma ormai sempre meno conveniente.

L’impegno a non passare ad altre aziende del settore è stato “istituzionalizzato” segretamente nella Silicon Valley: lo strinsero Google, Apple e Intel. Quando venne scoperto, 64 mila dipendenti promossero una class action che costò ai colossi 324 milioni di dollari. La promessa di non portare via know how e dipendenti a Luxottica è così valsa appena 800 mila euro ad Andrea Guerra su un totale di 45 milioni (33 di stock options). Altro che i 40,6 milioni di Alessandro Profumo per l’addio a Unicredit (2010) o i 37,4 riconosciuti a Matteo Arpe da Capitalia (2007).

Ancora inferiori i bonus per i manager pubblici: Paolo Scaroni ha lasciato Eni con 8,3 milioni e la promessa di non lavorare per la concorrenza per un anno. Per Fulvio Conti 6,4 milioni da Enel, 7,6 a Flavio Cattaneo da Terna, mentre Finmeccanica ha riconosciuto 5,45 milioni ad Alessandro Pansa.