Effetti positivi nella crescita professionale, nelle prestazioni e nel coinvolgimento in azienda, oltre a un miglior bilanciamento tra lavoro e vita privata. Sono ormai assodati i benefici dello smart working sulla vita delle persone e sulla produttività delle aziende, anche per questo il lavoro “agile” sta diventando una realtà rilevante anche in Italia: a oggi sono già 250 mila gli impiegati, quadri e dirigenti del nostro Paese che beneficiano dell’introduzione di modelli di lavoro flessibili in azienda (il 7% del totale, in crescita del 40% sul 2013). Il 90% dei progetti realizzati in Italia ha introdotto la flessibilità nel luogo di lavoro, la leva più diffusa seguita dalla flessibilità nella gestione dell’orario (73%), poi il lavoro saltuario in altre sedi aziendali (54%), il lavoro saltuario in altri luoghi come spazi di coworking (51%), la riprogettazione degli spazi fisici (40%).

Ma lo smart working non è per tutti. In base all’analisi condotta dall’Osservatorio smart working della School o f Management del Politecnico di Milano in collaborazione con Doxa – indagine su circa 340 manager dell’It, Hr e Facility – il lavoratore “smart” è spesso un uomo (nel 69% dei casi), che risiede soprattutto al Nord (52%, 38% nel Centro e nel 10% al Sud) e che lavora in una grande impresa. Nelle pmi è tutto un altro mondo. Solo il 5% delle piccole e medie imprese ha avviato progetti strutturati di smart working contro il 30% delle grandi aziende. Uno scarso interesse che, si sottolinea nella ricerca, è dovuto alla limitata convinzione del management e alla mancanza di consapevolezza dei benefici ottenibili, anche se aumenta il numero di pmi interessate a un'introduzione futura (il 18%). Ma per ottenere la massima efficacia in un progetto di smart working si dovrebbe agire su più leve, tra queste flessibilità di luogo e orari di lavoro oltra a una riorganizzazione degli spazi che il management delle pmi non pare disposto a concedere.