© Getty Images

Le assenze sistematiche e a “macchia di leopardo” possono sfociare in un licenziamento anche quando chi le compie non supera il periodo di comporto, vale a dire la somma dei giorni di malattia previsti. Questo è quanto è stabilito da una sentenza depositata ieri dalla sezione lavoro della Corte di Cassazione che si è pronunciata sul ricorso di un dipendente. Il lavoratore, occupato presso una società di materiali edili di Chieti, era stato licenziato a causa delle tante assenze per malattia “a macchia di leopardo” che, per di più, erano spesso agganciate ai giorni di riposto o si verificavano nei turni di fine settimana e venivano comunicate all’ultimo momento. Ricorrendo contro il provvedimento del datore di lavoro aveva chiesto di dichiarare illegittimo il licenziamento, perché non era stato superato il periodo di comporto. Una tesi che era già stata rigettata dalla corte di appello dell'Aquila secondo la quale "l'eccessiva morbilità, dovuta a reiterate assenze, anche indipendente da colpevolezza dello stesso e nei limiti del periodo di tolleranza contemplato dalla contrattazione collettiva", aveva integrato "gli estremi dello scarso rendimento" e che, di conseguenza, la prestazione del dipendente "non si rilevava più utile per il datore di lavoro". Accogliendo queste conclusioni, la Cassazione ha rilevato che, per le modalità con le quali si verificavano, le assenze "davano luogo ad una prestazione lavorativa non sufficientemente e proficuamente utilizzabile per la società" tanto più che, essendo comunicate all'ultimo momento, "determinavano la difficoltà, proprio per i tempi particolarmente ristretti, di trovare un sostituto". Per i giudici della Suprema Corte, ”le assenze in questione, anche se incolpevoli, davano luogo a scarso rendimento e rendevano la prestazione non più utile per il datore di lavoro, incidendo negativamente sulla produzione aziendale".