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Volete davvero insultare il vostro capo e farla franca? Dategli dell’“anacoluto”, e non vi succederà niente: non è una parolaccia, anche se sembra. Oppure chiamatelo “matto”: per i giudici può essere considerata addirittura una critica costruttiva, se serve a indicare un comportamento negativo da non tenere in ufficio. Ma attenzione: niente vaffa... o parole con la “c”: si rischia il licenziamento.
«Nel contesto lavorativo può capitare di perdere la pazienza e arrivare agli insulti », spiega l’avvocato Salvatore Trifirò. «Tuttavia la Cassazione ha stabilito che
alcune parole di troppo in certi casi costituiscono un reato, mentre in altri non hanno una valenza penale». Il turpiloquio potrebbe essere addirittura un modo per sollecitare il dibattito sul lavoro e stimolare il miglioramento dell’organizzazione aziendale. Insomma, dire “matto” al capo perché non accetta nessuna critica è forse
una maniera rozza di esprimersi, ma se serve a mettere in luce una carenza organizzativa dell’azienda, allora è critica costruttiva. «Per quanto possa apparire scorretto
e disdicevole usare termini irritanti e poco rispettosi durante una discussione di lavoro», continua Trifirò, «ciò non significa che le espressioni utilizzate siano automaticamente punibili penalmente e possano essere usate disciplinarmente sul piano lavorativo». Prendiamo il caso di un lavoratore che si è rivolto al proprio superiore con l’espressione «chi c... ti credi di essere?». Licenziato dall’azienda, reintegrato dai giudici: per la Cassazione infatti certe espressioni irriguardose,
ma non minacciose, possono essere reazioni puramente emotive e pertanto non controllabili sul momento. Ma dove sta la linea di confine fra reazione emotiva e ingiuria?

SE VOI FOSTE IL GIUDICE...
Ecco una serie di episodi realmente accaduti. Tutti si sono conclusi con il licenziamento, tranne uno. Sapreste individuare quale?
1. Un lavoratore, saputo che il suo superiore avrebbe controllato personalmente le ore di straordinario richieste in pagamento, si è rivolto a lui apostrofandolo: «Ladro egiziano, vai a c... brutto str..., non capisci niente».
2. Un superiore, con modi corretti e cortesi, ha invitato un lavoratore a svolgere con maggior diligenza la sua attività, e lui ha risposto: «Testa di c..., pezzo di m...., ma che c... vuoi, io sono un determinato, che c... me ne frega a me, vada via se no le spacco la faccia».
3. Una lavoratrice è stata ripresa dal capo per non aver svolto bene i suoi compiti e lei ha risposto: «Non mi rompere i c..., vaffa...».
4. Una lavoratrice si è rivolta alla sua responsabile per chiedere un aumento di stipendio e lei ha risposto che, come da accordi, se ne sarebbe riparlato dopo le vacanze di Natale. La lavoratrice allora ha sbottato: «Tu sai solo rompere i c..., ora ti siedi lì e mi ascolti, altrimenti ti rovino e ti metto nei casini».
5. Un collaboratore si è sfogato con la segretaria: «Basta, ho deciso, con il capo ci parlo io, non sono come Xxxx che dice sempre “sì dottore”, “certo dottore”. Il capo è un pazzo, vuole restare circondato da leccaculo, bene ci resti pure» e ha terminato con un gesto inequivocabile della lingua.
6. Un dirigente ha detto al suo diretto superiore: «Lei è un mafioso e se vuole glielo scrivo».
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«L’ingiuria è un reato con una definizione ben precisa, è un’offesa all’onore e al decoro di una persona », dice l’avvocato Stefano Sutti, «che deve essere
presente al momento del fatto. Se poi la cosa avviene alla presenza di altri colleghi, allora parliamo di un’aggravante e la pena prevista, normalmente fino a sei mesi di reclusione e 500 euro di multa, in questo caso può aumentare di un terzo». Senza contare il licenziamento. «Un dipendente che insulta un superiore si dimostra inadempiente rispetto agli obblighi di fedeltà e collaborazione previsti dal suo contratto. Quando invece è un direttore che dice parolacce ai sottoposti, oltre a violare il regolamento interno si pone nella condizione di danneggiare l’azienda, perché il sottoposto, umiliato e offeso, di sicuro lavorerà meno e male». L’unico a non rischiare di perdere il posto è il datore di lavoro. Ma non per questo ha la licenza d’insulto. Anzi. «Il datore ha l’obbligo oggettivo di proteggere l’integrità psico-fisica del lavoratore», ci dice l’avvocato Franco Toffoletto, socio di Toffoletto De Luca Tamajo. «È sua responsabilità tutelare la dignità di chi lavora per lui ed è un suo
preciso dovere punire chi viola la serenità dell’ambiente di lavoro». Eppure le sfuriate del capo sono quasi sempre proverbiali in ogni ufficio. Fin dove si può spingere senza cadere nel penale? «Non può utilizzare parole volgari verso un dipendente. Eventuali contestazioni disciplinari devono essere argomentate, senza giudizi, solo per iscritto». Ma sconfinare nell’ingiuria è un attimo. Allora meglio tener presente una buona regola, che tutti gli avvocati consigliano: il capo deve stare attento a usare soltanto espressioni che descrivano i comportamenti censurabili e scorretti del suo sottoposto, che chiariscano i suoi errori e sottolineino le carenze. Se invece le frasi usate lasciano trapelare disprezzo oppure insinuano gratuitamente qualità negative e spregevoli, allora siamo già all’insulto.
Che fare quando succede? «L’offeso può avviare un giudizio civile e chiedere i danni non solo a chi lo ha insultato ma anche all’azienda oppure può denunciare in sede penale il soggetto che lo ha offeso, eventualmente costituendosi poi parte civile in quella sede ai fini del risarcimento danni», dice il giuslavorista Luca Failla, partner fondatore dello studio LabLaw. «Nella maggior parte dei casi non si arriva davanti al giudice perché le aziende tendono a trovare una soluzione senza farsi troppa cattiva pubblicità. Come? Spesso viene rimosso il superiore che si è comportato male e risarcito l’offeso. Quanto? Non siamo in America, da noi si arriva a qualche migliaio di euro al massimo». Insomma nessuno speri di diventare ricco perché il capo gli ha dato del pirla.

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Risposta esatta a "Se voi foste il giudice..."
La numero 5. Leggendo l’articolo avete scoperto il perché e quali altri insulti non sono punibili