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Interpretare se stessi: intervista a Donatella Rampado

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Venerdì, 27 Maggio 2016
Donatella Rampado

Autrice di SelfBrand l’evoluzione, fate di voi stessi un autentico brand (FrancoAngeli)

È più importante l’immagine di un manager oppure la sua competenza?
Quando conosciamo una persona, in pochi secondi ne traiamo un’impressione, un giudizio. Questo si basa su una serie di fattori che ci colpiscono: come è vestita e quanto è curata, il tono della voce con le sue inflessioni, accenti, ritmo e musicalità; poi lo stile di comunicazione, la scelta delle parole, ma anche come si muove e le espressioni del viso. Spesso dico ai manager che l’immagine rafforza i contenuti, ma i contenuti, senza la giusta immagine, sono sprecati. Insomma, questi due elementi viaggiano di pari passo e devono essere congruenti. Se una persona dichiara di essere precisa, ma i capelli non sono in ordine, le scarpe sono rovinate alla base del tacco e il curriculum non è puntuale, allora sta mostrando delle incongruenze che, a un occhio esperto e allenato, saranno facili da individuare.

Come si costruisce la reputazione di un manager e come la si smonta?
Con attenzione. Oggi tutto cambia rapidamente, le aziende evolvono e le persone sempre più spesso si ritrovano a doversi ricollocare, magari spostandosi in città e in ambiti nuovi. La costruzione del proprio marchio è un progetto da pianificare, nel breve e nel lungo periodo: proprio questo renderà difficile smontarlo. Nella teoria e nelle applicazioni del SelfBrand, però, la dimensione umana non deve essere ridotta a mera strategia di marketing: non si applica un “copia e incolla” che può andare bene per tutti. L’azione di marketing viene considerata e tagliata a misura del singolo. Per arrivare a ricoprire e a mantenere posizioni apicali, bisogna costruirsi una reputazione impossibile da smontare. Come? Punto primo, avere un progetto personale di crescita, un sogno da realizzare. Questo sarà il nostro traguardo e dobbiamo conoscerlo e saper visualizzare nei dettagli, così sarà più stimolante superare gli ostacoli. Dobbiamo, però, conoscere anche il mercato e le persone con le quali avremo a che fare nella nostra nuova posizione, e avere ben chiaro come siamo posizionati noi attualmente. A questo punto si comincia con la pianificazione dei sotto-obiettivi: sono i piccoli passi che, uno dopo l’altro, ci porteranno alla meta fissata. Sarà utile stendere un piano di lavoro e alcune mappe mentali che ci condurranno con metodo, strategia e nei tempi corretti, ai risultati desiderati. Poi si passa all’azione, individuando e utilizzando le giuste leve di marketing per farsi conoscere. Senza dimenticare dettagli pratici come i biglietti da visita, un media kit di presentazione e una presenza sul web. È arrivato, quindi, il momento di rafforzare e creare la propria rete di contatti utili, organizzando o partecipando a eventi di networking. E se le cose non vanno bene come avevamo pianificato? Probabilmente abbiamo commesso qualche errore, oppure ci sono persone che per invidia o interesse stanno infrangendo la nostra brand reputation. L’importante è individuare l’esatta situazione, l’errore o i punti deboli della nostra strategia e attivare le correzioni: si può sempre rimediare a uno scivolone o a una cattiva reputazione, basta saper come fare. Io suggerisco un nuovo metodo che aiuta la “vittima” a fortificarsi e a uscirne usando tre variabili importanti: umorismo, tenacia e progettualità, con una spruzzatina di pensiero laterale.

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Gli ERRORI da evitare?

Non crearsi contatti,

agire in modo INDIVIDUALE,

non PERCEPIRE i segnali

di crisi e comportarsi

slealmente

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Quali errori sono fatali nella costruzione della carriera di un manager e quali invece si possono correggere?
A mio avviso gli errori fatali sono quattro: non aver creato una corretta rete di contatti utili; aver agito a titolo personale e non come rappresentante di un gruppo; essersi sentiti in una botte di ferro e non aver colto gli indicatori iniziali della curva discendente della propria brand reputation; infine, aver agito in modo disonesto verso la propria famiglia, azienda o gruppo di lavoro. Tutti gli errori commessi si possono correggere, ma non cambiare e neppure dimenticare, nemmeno nel peso della responsabilità che portano con sé. Si possono, però, attivare dei correttivi: possiamo risollevarci, se lo vogliamo, con un piano adeguato. Certo, per alcuni sarà più complesso che per altri: ho seguito alcuni casi difficili in cui la reclusione o la stampa hanno contribuito a cambiare drasticamente la posizione di privilegio a cui i miei clienti erano abituati.

Quanto pesano i pregiudizi in fase di selezione e come si fa a ribaltare positivamente una situazione compromessa fin dall’inizio?
In un solo modo: affrontandola. Va capito, senza emozione, di cosa si tratta esattamente e come questa sia stata generata. La situazione è comunque difficile: i pregiudizi sono come dei macigni, nella mente di chi vi sta in quel momento valutando. Più l’influenza sulla persona che sta valutando è potente e affidabile ai suoi occhi, più sarà difficile smontarli. Anche i giudizi personali costruiti a priori sono difficili da modificare, se radicati in una cultura rigida o se hanno a che fare con aspetti religiosi. Possono esserci due modi di agire: trovare almeno un paio di referenti parimenti forti e affidabili che testimonino competenze e risultati da voi ottenuti, oppure essere disposti a ripartire dal basso e dimostrare il proprio valore con azioni, comunicazione corretta e risultati inattaccabili.

Essere (davvero) o apparire (online): esiste una buona via di mezzo?
No, la persona deve proporsi in modo veritiero sia sul piano della realtà, che su quello delle relazioni virtuali. Deve definire il “piano editoriale” della comunicazione e attenervisi, sempre. Il web non perdona, se si decide di utilizzarlo bisogna sapere esattamente come fare.

In cosa differiscono uomini e donne quando si tratta di valutare una nuova proposta di lavoro? Quali sono le loro priorità e quali i criteri di scelta?
Faccio, e ho sempre fatto parte, di associazioni femminili legate al business. Le donne cambiano, si evolvono e sotto certi aspetti sono più “toste”. Riconosco nelle donne una visione ampia, le scelte sono sempre legate a più fattori, come brand reputation aziendale, clima di lavoro, progettualità proposta, ubicazione dell’azienda, benefit, congruenza valoriale, armonizzazione dei tempi professionali e personali e aspetto economico. Devo però aggiungere che questi criteri sono molto simili a quelli utilizzati anche dagli uomini, che sono magari meno sensibili alla gestione della famiglia, che resta in carico alla figura femminile.

Quali sono i “trucchi del mestiere” per ottenere il posto?
Informarsi su chi si incontra e sull’azienda, attingendo non solo alle informazioni che si trovano in internet. Poi essere veritieri – sembra banale ma è difficile – e congruenti nel rapporto immagine-contenuti; godere di un’ottima reputazione ed essere ben posizionati online, oltre ovviamente a rispecchiare i requisiti richiesti.

Il primo mese in azienda è cruciale: sempre più spesso, infatti, la carriera di un manager si gioca tutta alle prime battute. E spesso sono quelle decisive. Perché? Dove sbagliano i manager (e dove sbaglia l’azienda) quando il divorzio si consuma in fretta?
Il manager sbaglia quando arriva e non si fa conoscere in modo corretto, quando trae conclusioni dettate solo dall’istinto, quando non ottiene risultati verificabili e quando non si crea un team di alleati. L’azienda sbaglia quando non prevede un piano di inserimento in azienda che permetta di far conoscere la cultura aziendale, quando non prevede un piano formativo di empowerment, quando non pianifica una strategia che permetta al nuovo manager di conoscere funzioni, procedure e informazioni salienti su prodotti e servizi. L’azienda sbaglia ancora se non prevede, a qualsiasi livello, degli indicatori chiari di performance, così da correggere subito o formare il nuovo arrivato.

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