Una dipendente dell'Art lining di Reggio Emilia @ Gaia Levi

Il giorno prima era un lavoratore esperto del reparto collatura e sviluppo prodotti, il giorno dopo è diventato anche manager di un’azienda con centinaia di addetti.

La storia di Gianmario Petozzi non è tratta da un reality. La sua vicenda è vera e gli italiani hanno avuto modo di conoscerla alla fine dello scorso luglio quando, dopo mesi di trattative complicate, la proprietà di Ideal Standard – il fondo d’investimento americano Bain Capital – dopo avere a lungo insistito per la chiusura dello stabilimento di Orcenico di Zoppola (in provincia di Pordenone), ha trovato un’intesa con le parti sociali e ha ceduto la gestione dell’unità produttiva friulana alla Coop Ideal Scala, evitando l’invio delle lettere di licenziamento ai 399 dipendenti.

La vertenza si è quindi conclusa con un progetto di workers buyout, ovvero attraverso il salvataggio dell’azienda (in questo caso di un ramo di attività) da parte dei suoi dipendenti, grazie al riacquisto delle quote sociali.

La Coop Ideal Scala è stata costituita da 18 lavoratori dello stabilimento qualche giorno prima della firma dell’accordo, con l’appoggio di Confcooperative Fvg. «Lo stabilimento ha enormi potenzialità e professionalità importanti che non potevano essere disperse. Lavoro qui da 27 anni e so quale sia il valore aggiunto dei nostri prodotti in termini qualitativi», ha detto Petozzi pochi minuti dopo l’annuncio dell’accordo. La sua non è una storia isolata.

Con la crisi il workers buyout è uno strumento sempre più utilizzato in tutto il mondo, Italia compresa. Il fenomeno ebbe origine nell’Argentina messa in ginocchio dal default del dicembre 2001. Fu allora che i lavoratori di tante aziende fallite decisero di riavviare le attività dividendo tra loro costi e benefici e dando vita a organismi cooperativi: nel giro di un anno le empresas recuperadas erano già 28. La loro diffusione non si fermò neanche negli anni successivi, quando l’economia del Paese sudamericano riprese a respirare, tanto che a fine 2013 se ne contavano 311, distribuite in quasi tutto il territorio nazionale e con una forza lavoro di quasi 13.462 dipendenti.

In tempi più recenti, nella Grecia del 2011, messa al tappeto dalla crisi del debito sovrano europeo, fece scalpore il caso della Metaleftiki Viomijanikì di Salonicco. Gli amministratori, che da mesi non versavano gli stipendi, furono estromessi dagli operai dalla gestione della fabbrica di materiali da costruzione. I lavoratori si riunirono in assemblea e optarono per l’autogestione.

 

L’ECCEZIONE CHE CONFERMA LA REGOLA

I progetti di workers buyout si stanno diffondendo negli altri Paesi europei colpiti dalla recessione, anche nelle economie più avanzate del Vecchio Continente, in Francia, Inghilterra e pure in Germania, che se la passa meglio dei suoi vicini.

Attenzione però, è il monito di Aldo Soldi, direttore generale di Coopfond, il fondo mutualistico della Lega delle Cooperative che ha già al suo attivo nel nostro Paese 32 interventi di sostegno a operazioni di questo tipo, «questa soluzione non rappresenta di certo la risposta a una crisi drammatica come quella che stiamo vivendo, ma solo uno degli strumenti per intervenire, ove possibile, a difesa di posti di lavoro che altrimenti andrebbero persi».

In Italia, a differenza dell’Argentina dove le empresas recuperadas sono grandi imprese con centinaia di lavoratori alle loro dipendenze, il workers buyout ha funzionato a oggi solo con realtà di piccole e medie dimensioni del settore manifatturiero, soprattutto nell’ambito del passaggio di gestione di stabilimenti produttivi.

Il caso Ideal Standard, proprio per le dimensioni della realtà e per il numero dei suoi lavoratori, rappresenta l’eccezione che conferma la regola, con un percorso tra l’altro tutto da costruire.

Nel nostro Paese il workers buyout nasce principalmente come soluzione per affrontare il problema del ricambio generazionale di aziende di proprietà familiare.

Di recente Emilio Arbizzi, presidente dell’omonima società di commercializzazione di prodotti e materiali per l’imballaggio industriale, ha deciso di dedicarsi a un’altra attività e ha così venduto una realtà in buone condizioni economiche (in utile e con un fatturato di 9,5 milioni) ai suoi 17 dipendenti.

Con la crisi dei subprime però, soprattutto tra il 2010 e il 2011, il ricorso a questo strumento ha iniziato a prendere piede per operazioni di salvataggio, soprattutto in quelle regioni, come l’Emilia-Romagna e la Toscana, dove la familiarità con la formula cooperativa è più radicata. Se infatti è vero che la cooperazione non è la soluzione obbligata per un percorso di workers buyout, di certo rappresenta la formula che meglio si addice ad operazioni di questa natura. Quasi tutte le imprese salvate dai dipendenti finiscono non a caso per adottarla.

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SERVIREBBE CHE LE ISTITUZIONI PUBBLICHE

STUDIASSERO FORME DI SOSTEGNO

SPECIFICHE PER UNO STRUMENTO CHE SI VA

DIFFONDENDO SEMPRE PIU' ANCHE IN ITALIA

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ISTRUZIONI PER L’USO

I lavoratori intenzionati a costituire una cooperativa per rilevare le attività di un’azienda fallita possono rivolgersi a diversi enti. Operano direttamente sul campo Coopfond (il più attivo) e Fondo Sviluppo, il fondo mutualistico di Confcoperative. Il Cfi, Cooperazione finanziaria impresa, realtà controllata al 90% dal ministero dell’Economia e per le rimanenti quote da Invitalia e 270 imprese cooperative, è invece un ente a partecipazione pubblica che può garantire finanziamenti a cooperative nel settore industriale e sociale. Un altro istituto attivo nel settore è il Ccfs, il Consorzio nazionale finanziario per lo sviluppo, una sorta di finanziaria del mondo cooperativo.

Anche Banca Etica, gli istituti del Credito Cooperativo e altre realtà del mondo bancario sono sensibili al tema. Le Bcc sono intervenute, per esempio, nel salvataggio della toscana Bulleri e della Raviplast (Emilia-Romagna).

La prima è stata fondata sulle ceneri della Bulleri Brevetti Srl, posta in liquidazione nel mese di luglio 2009 a seguito della crisi della controllante, la SiCar di Carpi, nel modenese. La seconda è nata dall’acquisto da parte dei dipendenti di uno dei quattro siti produttivi del gruppo Pansac, di proprietà della famiglia Lori. Banca Etica ha supportato invece, tra le altre, le cooperative Greslab e D&C Modelleria, quest’ultima formata dai dipendenti della ex Modelleria Quadrifoglio di Vigodarzere, nel padovano.

Ma come è possibile che i dipendenti di un’azienda possano acquisirne le quote societarie? Dove trovano le risorse finanziarie per ricostituire il capitale sociale? In genere i lavoratori impegnano le indennitàdimobilità che l’Inps scongela a condizione che siano investite in operazioni di auto-imprenditorialità e la liquidazione maturata sino ad allora.

Inoltre, devono essere disposti a sacrificare alcuni dei diritti sindacali acquisiti. Il resto delle risorse sono garantite dai fondi cooperativi e dagli istituti finanziari.

«Prima di dare il via libera alla costituzione della cooperativa», spiega Soldi, «CoopFond cerca di capire quali sono stati i motivi che hanno portato l’azienda alla chiusura, in modo da poter valutare i nuovi rischi d’impresa e poter definire un primo business plan. Il nostro apporto non è meramente finanziario, dunque, non siamo una banca».

Mentre è in corso la procedura fallimentare, è poi di primaria importanza mantenere una buona relazione con il curatore. Inoltre, per andare in porto, l’operazione deve poter contare sul sostegno delle organizzazioni sindacali, perché in molti casi il posto di lavoro non può più essere garantito a tutti i dipendenti.

«A questo punto dobbiamo verificare l’effettiva intenzione dei lavoratori di creare una cooperativa, capire quali siano le reali volontà degli attori coinvolti. Spesso ci capita, infatti, di dover spegnere facili entusiasmi, dettati forse dalla prospettiva di recuperare in tempi rapidi il posto di lavoro altrimenti perduto. La determinazione è importante ma non sempre sufficiente. Passare dall’essere dipendente a manager, a proprietario, è un percorso non semplice, soprattutto dal punto di vista psicologico. Molti alla fine non se la sentono e lasciano perdere».

I fondi mutualistici possono intervenire o erogando un prestito o entrando nel capitale della cooperativa. Oltre la metà delle imprese che Coopfond ha sostenuto, ad esempio, vede il fondo azionista. «Il nostro intervento in genere è finalizzato a durare sul medio-lungo periodo, intorno ai sette anni. A quel punto usciamo dal capitale».

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ANCHE SE NON E' L'UNICA POSSIBILE,

LA COOPERAZIONE E' LA SOLUZIONE

PIU' SPESSO UTILIZZATA DALLE IMPRESE

SALVATE CON IL WORKERS BUYOUT

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FENOMENO IN CRESCITA

I numeri dell’Argentina dovrebbero far riflettere: il fenomeno del workers buyout è destinato ad allargarsi, le richieste sono già in aumento anche in Italia e provengono ora da tutto il territorio nazionale. Eppure le istituzioni governative non hanno messo ancora a punto strumenti di sostegno dedicati.

«Gli investimenti in workers buyout dovrebbero essere, almeno in parte, garantiti dal settore pubblico. L’Organizzazione europea della cooperazione, di cui CopFond fa parte, si è rivolta alle autorità comunitarie con la speranza che presto siano introdotte misure per sostenere una formula diffusa in tutto il continente».

Anche perché non tutti i salvataggi rimangono tali: diverse aziende risorte, per fortuna la minoranza, non riescono a riconquistare le precedenti posizioni di mercato e sono costrette a chiudere.