Come può essere competitiva un’azienda che destina un terzo dei profitti ai bisognosi e un terzo alla formazione?

Oggi per essere competitivi bisogna innovare. Ora, quando il lavoratore vede che la propria impresa è in grado di unire efficienza e solidarietà dà il meglio di sé, è più motivato e più innovativo. Il suo sforzo lo fa volentieri perché vive bene il suo lavoro. Ecco perché le imprese Economia di Comunione hanno successo e riescono a sostenere gli alti costi di produzione dovuti al fatto che non sfruttano i lavoratori, non evadono le tasse e non inquinano.

Perché l’Enciclica Caritas in Veritate parla dell’Economia di Comunione (EdC)?

L’EdC è un esempio di impresa che è riuscita a unire la produzione del reddito alla sua redistribuzione. Mostra che è errato il convincimento secondo il quale, nel mondo dell’impresa, si deve guardare solo all’efficienza mentre, per la dimensione sociale, si deve invocare l’intervento dello Stato. L’EdC non è il solo modello di impresa che coniuga efficienza e solidarietà: le cooperative, per esempio, sono nate nell’800 con questi obiettivi e oggi ci sono le imprese sociali ed esperimenti di produzione tra pari (commons based peer production). La mia previsione è che, in futuro, i diversi tipi di impresa alternativi alla tradizionale azienda capitalistica cresceranno, perché quel modello fa acqua da tutte le parti.

Crede in uno sviluppo dell’EdC fuori dall’ambito dei Focolari?

L’Edc è un modello molto legato alla spiritualità focolarina. Si definisce una “minoranza profetica” che esercita un’azione di richiamo, una specie di campanella che suona per attirare l’attenzione degli imprenditori sulla possibilità concreta di unire efficienza e solidarietà. Non vuole conquistare tutte le imprese, d’altra parte non è mica da tutti essere profeti.