poste dipendente ruba reintregrato

L'impiegato ruba, ma il vero ladro è il giudice che ne ordina il reintegro. Con tanto di pagamento degli arretrati da parte delle Poste. Riecco un'altra paradossale storia di giustizia italiana, che riafferma tutte le storture del nostro mercato del lavoro e spinge a dar ragione persino a chi ha pensato provvedimenti con tanti limiti come il Jobs Act ,o la Loi Travail  in discussione in Francia per volontà di Emmanuel Macron, con più ampie possibilità di licenziamento per le aziende. 

L'impiegato ruba, ma il vero ladro è il giudice che lo reintegra

Ricostruiamo la vicenda: un impiegato viene beccato a rubare 15 mila euro dalla cassaforte dell'ufficio postale di Vasto. Condannato e licenziato. Semplice? No. Perché il giudice del lavoro dopo cinque anni di battaglia legale ha annullato il licenziamento e ordinato il pagamento di un anno di stipendi arretrati e il pagamento delle spese legali. La motivazione è molto semplice: anziché trasferirlo, sospenderlo e attendere prudentemente la fine del processo di primo grado, l'ufficio in cui era impiegato avrebbe dovuto licenziarlo in tronco. Quindi l'impiegato non va licenziato perché non è stato licenziato subito.
 
Nel frattempo, il 58enne impiegato è stato condannato in primo grado a un anno e nove mesi dal tribunale penale di Vasto per appropriazione indebita con pena sospesa e ricorso in Appello (evitata l'accusa di peculato). Nell'estate del 2012 era riuscito a sottrarre 14.500 euro dalla cassaforte, di cui aveva le chiavi, nella sede centrale delle Poste di Vasto. Le prove erano contenute in un'intercettazione ambientale e telefonica in cui, sotto pressione per le indagini, diceva: «Mi sa che mo' glieli riporto...». Durante il processo, la direzione delle Poste lo aveva trasferito a Chieti e reintegrato una prima volta dopo un anno e mezzo fino al licenziamento definitivo del 22 agosto 2016.

Troppo tardi, evidentemente, per il giudice del Lavoro che ha accolto l'impugnazione del dipendente. «La società», si legge nella nella sentenza, «disponeva sin dal 2012 di tutti i dati sufficienti per procedere a una contestazione disciplinare». L'attesa «della sentenza di condanna», quindi, «non si giustifica: la contestazione formale è irrimediabilmente tardiva».