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L’idea? È nata nell’ottobre 2012 mentre mi trovavo a Boston, presso il Mit, che è sempre fonte d’ispirazione. Discutendo dell’importanza dei tre pilastri della sostenibilità aziendale classica – enviroment, social, ethics – mi sono ricordato di un’intervista rilasciata a Radio24 da un imprenditore italiano di successo, il quale ricordava che lo scopo di un’azienda è la creazione di posti di lavoro e che le logiche di Borsa e mercato né tengono in considerazione questo aspetto né tanto meno lo premiano. Da questo spunto interessante e purtroppo molto attuale, durante un gruppo di lavoro è emersa l’idea di sviluppare un Kpi (Key Performance Indicator) analitico e puntuale per questa “nuova dimensione”.

In realtà le forze propulsive generatrici di tale idea sono maturate lungo un percorso evolutivo iniziato parecchio tempo prima, di cui cito le tappe più influenti: la presenza da oltre dieci anni nel board dell’associazione non profit Acquisti e sostenibilità; il lavoro in passato in multinazionali americane con Ceo dalla retribuzione annua superiore ai 20 milioni di euro, ma capaci di sacrificare centinaia di posti di lavoro sull’altare dei capricci della Borsa in nome di una “healthy company”; un background ingegneristico e quantitativo nato al Politecnico di Milano; i valori trasmessi dai miei genitori; una sensibilità personale culturale legata alle problematiche della creazione di posti di lavoro.

Cerco ora di entrare nel merito della formulazione dell’indicatore per chi ha pazienza e crede che valga la pena dedicarci del tempo. Mi sforzerò di rimanere nei confini di una macrovisione, per non annoiare chi non vuole addentrarsi nei tecnicismi delle formule, ma l’indicatore è un po’ come Linux, gratuito e open source, e può quindi svilupparsi con il contributo di tutte le persone di buona volontà. Si tratta semplicemente di aggiungere una nuova dimensione alla sostenibilità aziendale: la capacità di creare (o in negativo di distruggere) posti di lavoro. Questo concetto viene espresso in maniera analitica dal Kpi misurato su una singola azienda: il Job Creation Index (Jci), che viene costruito pesando in modo apposito i posti di lavoro creati e sottraendovi quelli ”distrutti” in una finestra di tempo definita (tipicamente l’anno solare o di chiusura bilancio se questi non coincidono). Tanto più alto è l’indice, tanto più virtuosa è stata l’azienda nel creare occupazione e, quindi, ricchezza sociale. Si tratta, dunque, di un concetto semplice ma che, in un mondo “digitale”, sintetizza puntualmente una dimensione fondamentale per uno sviluppo armonico della società e per evitare che eventuali comportamenti opportunistici passino inosservati. Nella formula rientrano, infatti, alcuni tecnicismi per correlare numericamente il più possibile l’indice alla creazione dei posti di lavoro ed evitare ogni tipo di manipolazione.

Partiamo dall’assunto che la creazione di un posto di lavoro non è “numericamente” pari alla sua distruzione: matematicamente il peso della distruzione, con tutto il suo dramma sociale, vale di più. Allo stesso tempo bisogna tenere conto di altri parametri: per esempio, l’estensione geografica di applicazione, affinché la delocalizzazione delle fabbriche pesi negativamente, oppure la situazione economica dell’azienda (tagliare il personale in un’impresa in perdita al fine di evitarne la chiusura e, di conseguenza, il sacrificio di un numero maggiore di posti di lavoro è sicuramente meno negativo, in termini di Jci, rispetto la stessa operazione in un’azienda che produce utile).

È evidente che una diffusione di tale indicatore potrebbe veramente aiutare a valorizzare e premiare la conversione di posti di lavoro tramite riqualificazione. Per questa ragione dedico tanto tempo alla sua diffusione. Fui stimolato, a tal proposito, da una riflessione con Emilio Di Cristoforo (che ringrazio), famoso manager italiano ora in pensione e caro amico, che mi aiuta in questo lavoro: «Se questo sforzo servisse affinché un board, un Ceo, un imprenditore o un manager ricordasse questa dimensione aziendale salvando il lavoro a un padre di famiglia, solo per questo sarebbe valsa la pena di tutto il tempo investito in questa bella avventura». Ritengo che sia innanzitutto un problema culturale: per esempio, io ho fatto un Mba, sono stato al Mit e nessuno mi ha mai parlato dell’importanza di creare posti di lavoro.

Per quanto riguarda poi le implementazioni operative del Jci, intravedo due possibilità: una “coercitiva” e una più “virtuosa”. La prima sarebbe quella di far diventare la pubblicazione dell’indice un obbligo nella redazione del bilancio sostenibile aziendale, al pari ad esempio (facendo le debite distinzioni) del consumo di CO2, a partire dalle società quotate: in questo modo le imprese dovrebbero necessariamente fare i conti con questa nuova dimensione e, quindi, inventarsi modalità nuove per creare lavoro, riqualificare il personale o perlomeno cercare di “distruggerne” di meno. Con un amico professore universitario stiamo anche valutando un nuovo modello di Npv (Net Present Value, indicatore per valutare investimenti alternativi) che tenga conto dell’indicatore. D’altronde imprenditori virtuosi potrebbero calcolarlo e renderlo pubblico spontaneamente, sviluppando l’immagine di un’azienda sana, capace di attrarre talenti. Si tratta inoltre di un indicatore che gli investitori potrebbero utilizzare per valutare se scommettere su un’azienda etica. Infine, si potrebbe generare un meccanismo positivo da parte di Stati, Regioni e istituzioni che potrebbero ridurre il peso fiscale sulle aziende con un alto Jci, in quanto creatrici di valore intrinseco per la comunità, e nello stesso tempo penalizzare con una “tax addendum” le imprese che riducono la forza lavoro in modo speculativo.

Al momento, questo indice sta regi­strando un certo interesse non solo in ambito universitario e, ovviamente, tra le associazioni che lavorano sulla sostenibi­lità, ma anche in qualche imprenditore e alcuni politici, in particolare Nord-euro­pei. Il mio sogno è che tra 15 anni non se ne parli più e non debba essere più misu­rato, perché la creazione di posti di lavo­ro sarà diventata una priorità diffusa. Nel breve termine, anche grazie a questo arti­colo, spero che il Jci inizi a diffondersi e possa far riflettere. Perché devo ammette­re che molte associazioni legate alla soste­nibilità si appassionano all’argomento ma poi, non appena realizzano che non porta guadagni immediati, spariscono. Allonta­niamo, dunque, subito chi è in cerca di fa­cili profitti: ciò che stiamo cercando è un vero e proprio cambiamento culturale.

* Director Customer Logistic & Planning in Campari, piccolo imprenditore per diletto, pubblica libri e articoli, siede in alcuni board no profit (e.g. Acquisti & Sostenibilità, GS1 Ecr)