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Il talento non esiste o quantomeno non basta per eccellere in una disciplina sportiva o in una professione. Questa tesi, confermata da diversi studi e ricerche, e riportata dalla Bbc parla chiaro: chiunque può primeggiare in un’attività, se si applica intensamente per un periodo continuato. Questo tempo è quantificato in 10 mila ore, cioè 1.250 giorni, circa tre anni e mezzo, considerando un impegno di otto ore al giorno.
Alla base del successo ci sarebbe quindi l’allenamento più che la predisposizione naturale. Negli ultimi anni sono usciti almeno tre saggi che trattano l’argomento: Outliers , di Malcom Gladwell; Talent is overrrated , di Geoff Colvin e The Talent Code di Daniel Coyle. Ma il primo che ha parlato della teoria delle 10 mila ore è stato Anders Ericsson dell’Università del Colorado nel 1993 con il saggio “The role of deliberate practice in the acquisition of expert performance” in cui analizzava la crescita di un gruppo di violinisti. Lo studio affermava che, con il passare del tempo e con il crescere dell’età, le prestazioni musicali aumentavano in proporzione al numero delle ore che erano state dedicate per allenarsi e il top si raggiungeva proprio a ridosso delle 10 mila ore. Quindi il talento non conta nulla? La domanda non sembra trovare una risposta univoca, perché gli stessi sostenitori delle 10 mila ore attribuiscono al talento un valore diverso, facendo quindi intendere che del talento stesso non si può fare a meno del tutto.