Businessman © Sxc/Tanel Viksi

I capi in Italia non sono certo visti di buon’occhio. E’ lontano dalla sufficienza, infatti, il voto attribuito in media dai dipendenti ai propri datori di lavoro. Complice il giudizio negativo sull’ambiente di lavoro (per il 21% degli intervistati), la scarsa mobilità verso l’alto (18%) e la limitata formazione (8%), il malcontento degli italiani riguarda soprattutto il fatto che non considerano adeguata la leadership a livello professionale. E, in merito a cosa significhi essere “leader”, gli italiani hanno le idee chiare: secondo il 31% degli intervistati un buon capo si vede dalle sue doti comunicative, il 20% giudica essenziale che manifesti una visione chiara, mentre per il 16% la qualità più importante è l’abilità nel lavoro di squadra.
Questi i dati emersi dall’ultimo Kelly Global Workforce Index, l’indagine di Kelly Services che, analizzando le risposte di 97.000 persone in 30 paesi - di cui oltre 5.500 in Italia, ha rilevato che sono proprio gli italiani a dare il voto più basso al proprio datore di lavoro (5,6 in media).
Inversione di rotta, quindi, rispetto al 2010, quando il 39% degli italiani aveva visto crescere il livello di fidelizzazione verso l’azienda: oggi prevale una diffusa insoddisfazione. Solo il 40% dei dipendenti italiani, infatti, raccomanderebbe ad amici e conoscenti il proprio capo e meno di un terzo (28%) vede riconosciuti i propri sforzi in azienda.
Promossi solo i capi appartenenti alla generazione tra i 30 e i 47 anni: quasi la metà del campione (46%) ritiene che siano loro i leader migliori. Sapere l’età di chi è a capo di una società potrebbe quindi essere un informazione chiave per decidere se inviare o meno il proprio curriculum.