Ogni anno 1,5 milioni di persone cambiano lavoro volontariamente in Italia. L’aumento dello stipendio fino al 20% in più, l’ambizione di fare carriera ma anche gestire la frustrazione attraverso il cambiamento, sono fra i principali motivi che spingono le persone a spostarsi nonostante la crisi occupazionale.

Questi i risultati che emergono da una ricerca della società di head hunting Executive Hunters, Gruppo Technical Hunters, che delinea sei principali ragioni.

«Per quanto possa sembrare paradossale, data la situazione di crisi, la difficoltà di cambiare lavoro è prima di tutto psicologica», spiega Marina Benelli, partner di Executive Hunters, «il timore del cambiamento molte volte ha la meglio su piccole e grandi opportunità di carriera, anche perché le persone non sono sempre in grado di effettuare in autonomia un bilancio realistico della propria situazione lavorativa. Da questo punto di vista, può risultare vincente stabilire una relazione continuativa con una società di ricerca del personale, che assume la funzione di consulente di carriera».

Ecco i principali motivi dei cambi lavorativi:

1. Cambio di status. Una delle spinte positive più forti al cambiamento è di tipo economico: cambiare lavoro comporta un incremento medio di stipendio del 10%, con punte del 20% quindi spostamenti frequenti possono comportare un salto di qualità significativo in termini di disponibilità economiche, benefit e stili di vita, anche se con il passare del tempo possono nascere aspettative crescenti e conseguente insoddisfazione.

2. Realizzazione del sé. Le mansioni svolte, il collocamento gerarchico, l’anzianità lavorativa e il livello di responsabilità sono tutte dimensioni che influenzano la percezione di sé e l’autostima: quando si vive una situazione di disallineamento tra l’immagine di sé e il proprio status lavorativo è inevitabile che si inneschi una spinta a riposizionarsi, anche indipendentemente dal contesto retributivo.

3. Ricerca di nuove sfide. Un altro importante elemento che spinge a cambiare è l’ambizione di scalare le tappe professionali o di carriera, frequente soprattutto nei più giovani. Una sana spinta all’autorealizzazione, che tuttavia deve essere perseguita senza eccessi, per non correre il rischio di bruciare la propria credibilità.

4. Frustrazione. L’insoddisfazione sul lavoro può nascere da molte ragioni, anche extralavorative, come quelle legate a relazioni familiari o amicali di difficoltà. Il cambio di lavoro impone una rottura delle abitudini e dei ruoli e genera la salutare sensazione di riappropriarsi del proprio destino, con conseguenze positive sia sul lavoro sia fuori.

5. Fuggire la routine. In assenza di un’adeguata progressione di carriera, con il passare del tempo c’è il rischio che l’entusiasmo per il proprio lavoro vada scemando e ci si ritrovi a svolgere compiti ripetitivi e poco stimolanti. In questo caso, è possibile che l’insoddisfazione sul lavoro tracimi anche nella vita privata: è il segnale che è arrivato il momento di cambiare.

6. Dare una svolta alla propria vita. La vita ci impone di trovare un equilibrio tra lavoro e vita privata e può accadere che, a furia di compromessi al ribasso, possa emergere uno scollamento tra le proprie aspettative professionali e la realtà e nasca un desiderio di rivalsa. Se risolto positivamente, questo passaggio può produrre grandi cambiamenti, perché permette alle persone di riprendere in mano la propria vita con energia ed entusiasmo. Nasce spesso da situazioni di questo tipo il salto da manager a imprenditore, le iniziative di spin-off e start-up, il cambiamenti totale di ambito lavorativo e geografico.