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Sull’isola di Orust, proprio di fronte alle coste sud-occidentali della Svezia, oggi tira una brutta aria, nonostante l’arrivo dell’estate. Dal 2008 in poi, complice la crisi economica internazionale, è iniziata infatti una moria di posti di lavoro che non accenna a fermarsi. I prossimi licenziamenti potrebbero essere quelli di Hallberg Rassy, un cantiere specializzato nella produzione di barche per le lunghe navigazioni, che rischia di ridurre presto il proprio organico di almeno il 10-20%. Chi perderà il proprio impiego, tuttavia, non rimarrà certo abbandonato a se stesso. A proteggere i senza lavoro penserà infatti il sistema di welfare gestito dal governo di Stoccolma, considerato da non pochi osservatori uno dei più avanzati in Europa e nel mondo intero. In caso di disoccupazione, infatti, gli svedesi hanno diritto a diversi tipi di indennità, tra cui la più importante consiste nell’erogazione di un assegno proporzionale all’ultimo stipendio, per un periodo che può arrivare fino a 300 giorni, ma che può essere prolungato ulteriormente nel tempo, se l’eventuale beneficiario sta ancora seguendo dei programmi di formazione professionale.

POLIZZE ANTI-DISOCCUPAZIONE
Peccato, però, che anche nel granitico sistema di protezioni sociali scandinavo sia apparsa, nell’ultimo decennio, qualche crepa preoccupante. Per evitare una crescita fuori controllo della spesa pubblica, infatti, il governo di Stoccolma ha dovuto tagliare progressivamente nel tempo i sussidi ai senza lavoro. Fino ai primi anni ‘90, per esempio, le indennità alla disoccupazione toccavano addirittura il 90% dell’ultimo stipendio percepito. Nel quinquennio successivo, invece, l’assegno fu ridotto a una quota dell’80% per poi scendere attorno al 75% a partire dalle soglie del 2000. Risultato: i senza lavoro scandinavi hanno dovuto cercare una protezione dai licenziamenti alternativa a quella pubblica, che stava diventando sempre meno generosa. Per questo, negli ultimi anni, tra i cittadini svedesi sono cresciute sensibilmente le sottoscrizioni di coperture assicurative private. Si tratta di polizze con cui una compagnia previdenziale, a fronte del pagamento di un premio, si impegna a erogare ai propri clienti rimasti senza impiego un’indennità temporanea che integra il sussidio pubblico o lo prolunga nel tempo, non appena quest’ultimo giunge a scadenza. A offrire sul mercato le polizze anti-disoccupazione sono alcuni tra i più importanti operatori assicurativi del paese come il gruppo Folksam, che ha alle spalle una lunga tradizione nel campo mutualistico. Le sottoscrizioni di questi prodotti avvengono per lo più in forma collettiva.

TRA PUBBLICO E PRIVATO
E così, mentre oggi la disoccupazione attanaglia le maggiori potenze industrializzate, in Svezia sembra si stia affermando un modello di solidarietà sociale che potrebbe fare scuola un po’ in tutta Europa. È un sistema basato su mix di protezioni statali e private (già visto anche negli Usa), in cui le coperture assicurative cercano di arrivare dove non riesce a spingersi la mano pubblica. In Italia, negli anni scorsi aveva fatto capolino l’idea di diffondere su larga scala delle polizze contro il rischio di perdita del posto di lavoro. A ventilare l’ipotesi, per esempio, era stato nel 2002 Antonio Marzano, ministro per le Attività produttive nel secondo governo Berlusconi, che aveva trovato una solida sponda nell’Ania (l’Associazione nazionale delle imprese assicuratrici). L’organizzazione allora guidata da Alfonso Desiata (oggi sostituito da Fabio Cerchiai) aveva infatti avanzato su questa materia un progetto abbastanza dettagliato, ipotizzando di importare in Italia un modello già sperimentato nello stato di New York. Il progetto, che incontrò una certa freddezza tra i sindacati, è rimasto però soltanto sulla carta ed è assai difficile che venga rispolverato proprio adesso.

LA FLEXSECURITY DANESE
E allora, se il sistema svedese non sembra far proseliti a Sud delle Alpi, c’è chi guarda con attenzione ad altre soluzioni già sperimentate all’estero, sempre nel Nord Europa. Il “caso di scuola” più apprezzato da molti osservatori rimane quello della Danimarca, un paese che è riuscito a coniugare nel tempo un elevato grado di flessibilità del lavoro con un efficace impianto di protezioni sociali. È la cosiddetta flexsecurity, un modello di welfare dove lo stato eroga dei sussidi alla disoccupazione abbastanza generosi e, nello stesso tempo, permette alle imprese di licenziare i propri dipendenti con una libertà maggiore rispetto a quanto avviene in molte altre nazioni del Vecchio Continente. I dipendenti delle aziende, oltre a correre al rischio di subire un licenziamento collettivo a causa di una crisi o di una ristrutturazione dell’impresa, possono rimanere a casa anche in assenza di una giusta causa. I sussidi alla disoccupazione erogati dal governo di Copenhagen sono però molto generosi poiché hanno una durata di almeno tre o quattro anni e arrivano sino al 90% dell’ultimo salario (entro un “tetto” di circa 400 euro settimanali). Per gli ultra 55enni, l’assegno statale può essere erogato fino all’età di 60 anni (cioè per 60 mesi), nel caso in cui il lavoratore sia ormai prossimo alla data del pensionamento. Esiste però, anche l’altra faccia della medaglia: chi ha perso l’occupazione è infatti obbligato, pena la perdita dell’assistenza statale, a partecipare continuamente a dei programmi di reinserimento nel mercato del lavoro, pagati dalla stessa azienda che ha effettuato il licenziamento. Nello specifico, i corsi professionali vengono gestiti da agenzie di collocamento private, sottoposte comunque al controllo pubblico e finanziate dalle imprese che hanno lasciato a casa il dipendente. I datori di lavoro, dunque, hanno tutto l’interesse ad adoperarsi affinché il proprio ex-dipendente possa trovare un nuovo impiego il più presto possibile, per evitare un eccessivo dispendio di risorse.

PRIMI PASSI IN ITALIA
Proprio per questa caratteristica, il modello danese piace molto a Pietro Ichino, noto giuslavorista e senatore del Partito Democratico, che ha presentato un disegno di legge (il n. 1481 del 25 marzo 2009) per creare nel mercato del lavoro italiano un sistema simile a quello di Copenhagen, seppur con alcune piccole distinzioni tra le aziende con meno di 16 dipendenti e quelle con un organico inferiore. In particolare, il progetto di Ichino prevede l’introduzione di minori vincoli ai licenziamenti, in cambio di alcune contropartite. Il lavoratore riceve infatti dallo stato un generoso sussidio pubblico alla disoccupazione che, proprio come in Danimarca, ha una durata sino a quattro anni e parte dal 90% del salario, per scendere progressivamente nel tempo fino a un minimo del 60%. Inoltre, la società che ha effettuato il licenziamento si deve impegnare a favorire il reintegro nel mercato del lavoro dell’ex-dipendente finanziando un’agenzia di formazione privata, che può essere un ente bilaterale partecipato dalle stesse imprese e dai sindacati, oppure può nascere sotto forma di consorzio di aziende. Il disegno di legge di Ichino prevede però che i costi dei corsi debbano basarsi su un sistema bonus/malus, cioè premiare le società che dimostrano di avere una gestione del personale finalizzata a limitare i licenziamenti. Benché abbia riscosso molti apprezzamenti politici bipartisan, il provvedimento proposto da Ichino incontra però non pochi ostacoli, soprattutto rispetto alla copertura finanziaria. A Copenhagen il governo spende ogni anno oltre il 3% del Pil per finanziare le proprie politiche di assistenza alla disoccupazione e alla povertà, quasi sei volte in più rispetto all’Italia. Certo, i risultati di questo impegno non mancano, visto che la Danimarca, nonostante un economia in affanno, mantiene un tasso di disoccupazione al di sotto della media europea (7,9% contro il 10% continentale) mentre tra i giovani senza lavoro la percentuale di disoccupati cronici (da più di 12 mesi) è di appena il 6%.