Sono dati che vengono divulgati in sordina, quasi con rassegnazione. Come se non ci si potesse fare nulla. È fisiologico, è una percentuale marginale, dicono mogi gli economisti e i sindacalisti. Eppure quando l’Istat pubblica puntualmente, ogni tre mesi, lo studio sui posti vacanti nelle imprese dei servizi e dell’industria tricolori, non ci si può che sorprendere. Alla fine del 2010 in Italia c’erano un po’ più di 45 mila posti di lavoro che nessuno voleva occupare. È lo 0,6% del totale. D’accordo, sarà un dato marginale. Sarà pure un fenomeno fisiologico. Ma nel paese delle prefiche di professione, dove non si fa che lamentarsi della disoccupazione (soprattutto giovanile, al 25%), del futuro incerto – o meglio già ipotecato – e del rischio di una ripresa tanto lenta da essere impercettibile, non sarebbe forse lecito, quando escono questi dati, aspettarsi una corsa al posto, una sorta di Klondike del recruiting? Neanche per sogno. Tutto resta com’è, e salvo qualche piccola oscillazione (in effetti l’ultimo trimestre del 2010 ha registrato un calo dei posti vacanti rispetto allo stesso periodo del 2009, quando se ne contavano circa 50 mila), questa sacca di potenziale occupazione non si riempie mai. Il fenomeno fa ancora più specie se si considera che nel 2009 48.327 cittadini italiani si sono trasferiti all’estero perché vicino casa non trovavano lavoro (fonte: elaborazione della trasmissione di Radio24 Giovani talenti su dati Istat). Eppure quei posti, statistiche alla mano, c’erano! Dunque cosa succede? Qual è il corto circuito che impedisce alla domanda e all’offerta di lavoro di incontrarsi? E soprattutto, perché parte della popolazione italiana rimane senza occupazione e sceglie di andarsene piuttosto che intraprendere un’attività tra le decine di migliaia offerte dalle nostre aziende? Il problema è innanzitutto legato alle competenze.

O SPECIALIZZATO O NIENTE

«I nostri clienti lamentano spesso la carenza di un sistema di capacità nelle risorse che cercano lavoro», spiega Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower Italia. «Il 31% dei datori di lavoro nel 2010 non è riuscito a trovare le risorse in possesso di questo sistema di capacità. In altre parole mancano sia le competenze specifiche, sia tutte quelle competenze cosiddette soft (leadership, comunicazione, resilienza, comprensione olistica ...) che nel mercato attuale sono necessarie per poter aiutare le imprese a vincere ogni giorno nel proprio settore di riferimento». Considerazione condivisa anche da Vittorio Maffei, numero uno di Infojobs in Italia: «Nell’industria meccanica, elettrotecnica e chimica, per esempio, c’è forte richiesta, ma sono poche le persone con preparazione tale da potersi candidare con successo. Alcune professioni specifiche oggi non fanno proprio parte del patrimonio di preparazione dei lavoratori italiani: nell’ambito It gli esperti Sap e Siebel sono introvabili sul nostro mercato. La rincorsa dei sogni lavorativi tende a far concentrare tutti su quelle che sono più di moda».Ma nessuno pensi che sia solo la vecchia questione dell’idiosincrasia degli italiani a sporcarsi le mani con mansioni puramente operative. Il problema è che spesso sono ben altre le competenze che mancano: «Io per esempio in questo momento avrei bisogno di 12 figure che siano disponibili ad andare all’estero e che sappiano parlare l’inglese. In Lombardia si sono candidati per quei posti 120 laureati, e solo il 15% di loro conosce l’inglese. Ci rendiamo conto? In Lombardia, una delle regioni dove l’istruzione superiore funziona meglio!», polemizza Stefano Colli Lanzi. L’amministratore delegato di Gi Group (recentemente entrata in Ciett, la confederazione internazionale delle agenzie per il lavoro, come Multiregional corporate member) evidenzia però un problema più profondo. «Direi che in generale il nostro sistema non sta operando a favore della responsabilizzazione della persona. Quello che manca è un ambiente che stimoli nei neolaureati la concezione della ricerca di lavoro come diritto, ma anche come dovere, come contributo che l’individuo deve dare alla società». Secondo Colli Lanzi, infatti, c’è una forte attesa del posto di lavoro come diritto acquisito: «Buona parte del matching tra chi offre e chi cerca lavoro avviene per un incontro di dinamicità: quella delle aziende e quella di chi si attiva in prima persona per costruirsi un’opportunità di lavoro. Però se la dinamicità manca sul secondo versante... È più comprensibile per i lavoratori di una certa età, mentre è un segnale decisamente negativo per quanto riguarda i giovani, che dovrebbero essere all’apice della curiosità e della creatività».

DA GRANDE NON FARÒ…

Il punto è che spesso i neolaureati non si muovono se non hanno da subito garanzie contrattuali che tutelino il posto prima ancora che la professione, e questo nonostante solo il 25% degli annunci di lavoro pubblicati per esempio da Infojobs sia a tempo determinato. Così attività che offrono potenzialmente ottimi margini di guadagno oltre che buone prospettive di carriera (nel medio-lungo termine, certo), vengono snobbate a priori. Un esempio? «Le aziende con cui lavoriamo ci dicono che pochi giovani ambiscono a fare l’agente commerciale: viene di fatto considerato un lavoro di “serie B”, anche se obiettivamente permette di costruire una carriera solida, con buone remunerazioni», conferma Vittorio Maffei. «Nella demonizzazione di tutto ciò che non è sicuro e stabile (pur sottolineando che questa percezione in parte è dovuta anche alla pratica di alcune aziende, che ricorrono a contratti non tutelanti) le libere professioni vengono viste come qualcosa da scartare. È un fatto culturale: sembra quasi si debba avere immediatamente sicurezza di dove si rimarrà nei prossimi anni, quando forse all’inizio sarebbe più utile affrontare mese per mese il proprio futuro professionale». Secondo Maffei, nell’ambito commerciale, a mancare sono proprio le figure più tipiche: dagli assistenti alle vendite fino ai banconisti passando per i category manager della grande distribuzione. I settori? Elettronica di consumo e abbigliamento in primis. «Le imprese sono alla ricerca di persone che siano in grado di gestire un cliente e argomentare e gestire il prodotto con competenza e professionalità».I lavori che non piacciono agli italiani però non riguardano solo la dimensione commerciale: «Soffriamo di una carenza congenita di personale con competenze tecniche, e mi riferisco in particolare a ingegneri, periti (soprattutto meccanici, chimici, elettronici e informatici). Ma soffriamo pure di una sindrome da lavori di “serie B”», rincara la dose Scabbio di Manpower. «Così vengono etichettati alcuni lavori di tipo manuale che oggi richiedono tali competenze: per esempio mi riferisco alla figura di un disegnatore meccanico per la quale è richiesto il diploma di perito meccanico e l’attività di impiego è quella di tornitore in produzione. Questa sindrome influenza i giovani e li allontana nelle loro scelte di studi da alcuni percorsi che in realtà oggi garantirebbero una maggiore facilità di occupazione». Quali? Secondo Manpower i tre profili tecnici più ricercati nel 2010 sono stati l’operatore in ambito chimico, l’elettricista e il montatore meccanico.

E IN EUROPA?

La questione pare essere squisitamente italiana, anche se altri paesi del Sud Europa condividono con il nostro mercato statistiche simili rispetto ai posti vacanti. «In Nord Europa la capacità di coprire le posizioni tecnico-specialistico sono maggiori», conferma Maffei. «Ma è un fenomeno generalizzato, esisteranno sempre lavori meno appetibili rispetto ad altri. È una questione generazionale più che geografica». Scabbio getta lo sguardo più in là, e ipotizza la configurazione del mercato per gli anni a venire. «Anche nel resto d’Europa, dove la media dei paesi che dichiarano difficoltà di reclutamento è minore rispetto alla media italiana e mondiale, la situazione potrebbe diventare presto molto critica per il problema demografico. Manpower recentemente ha condotto uno studio in collaborazione con l’Istituto Cambridge Econometrics, secondo il quale la progressiva diminuzione della popolazione in età lavorativa da 308,6 milioni nel 2006 a 302,5 milioni nel 2020 comporterà il fatto che un crescente numero di posti di lavoro non riuscirà ad essere coperto».Detto così, sembra quasi che la prossima generazione vivrà in una specie di paese del Bengodi, dal punto di vista della facilità di reperimento di un’occupazione. Ma l’Italia sarà della partita? Difficile a dirsi. Per Colli Lanzi alla base del “mismatch” tra domanda e offerta di lavoro nella Penisola c’è una questione strutturale che riguarda sia il versante formativo sia quello produttivo. «Il nostro sistema formativo, spesso basato sui meccanismi della pubblica amministrazione, tende ad autoalimentarsi: non conosce la logica del premio-produzione e si contraddistingue per la scarsa capacità di fare orientamento. In Italia gli studenti non sanno nulla del mondo del lavoro fino a quando non ci entrano dentro. E quando ci entrano si trovano inseriti in una realtà dove prevalgono aziende con molti posti di lavoro che producono poco. Per chi lascia o è costretto a lasciare questi posti, diventa poi molto più difficile riuscire a inserirsi in contesti realmente produttivi»
I LAVORI CHE NESSUNO VUOLE
da Manpower, che nel primo trimestre del 2010 ha intervistato oltre mille datori di lavoro in Italia sul tema del “talent” (divaricazione tra domanda e offerta) sul mercato del lavoro, ha individuato le prime 10 figure professionali che le aziende hanno difficoltà a reperire:
1 Manodopera specializzata in produzione
2 Personale d’ufficio di supporto, figure segretariali, assistenti amministrativi
3 Tecnici
4 Autisti
5 Esperti in Accounting e Finance
6 Chef/Cuochi
7 Addetti al controllo qualità
8 Operatori addetti ai macchinari
9 Operatori di produzione
10 Progettisti