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Secondo la ricerca Fattore D realizzata dal Cerved, le donne occupano solo il 14,1% dei consigli di amministrazione di tutte le società che hanno realizzato fatturati superiori a 10 milioni di euro. Solo nove donne sono presenti nei Cda delle prime 50 imprese italiane per fatturato. Le società poi in cui l’amministratore delegato, il presidente o comunque la figura di vertice è una donna sono solo 2.652, pari al 9,2% delle aziende con ricavi oltre i 10 milioni di euro. Il che è un controsenso perché la stessa ricerca dimostra che le società al femminile crescono a un ritmo medio annuo superiore, in termini di fatturato, rispetto a quello di imprese al maschile. Ma ha senso fare simili distinzioni di redditività tra uomini e donne? Per rispondere a questa domanda basta citare la lettera aperta scritta da Corrado Passera al Corriere della Sera: la piena valorizzazione dei talenti femminili «è una sfida manageriale e di civiltà che non ha niente a che vedere con l’omologazione e l’omogeneizzazione, intendendo semmai valorizzare l’esatto contrario, ovvero la biodiversità, perché solo confrontandosi nella diversità si cresce insieme, si crea efficienza organizzativa, si stabilisce quella fiducia che è la materia prima di ogni successo individuale e collettivo e si producono anche – perché non dirlo? – migliori risultati».