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La presenza femminile ai vertici delle aziende italiane resta fra le più basse in Europa. Considerando solo imprese con un fatturato maggiore ai 10 milioni e un board composto da almeno due elementi, i Consigli di amministrazione di soli uomini restano la maggioranza (il 53,3%), mentre quelli composti solo da donne si fermano allo 0,5% del totale. C’è ancora strada da fare. A far luce sul mondo imprenditoriale e manageriale rosa l’ultima indagine condotta da Cerved Group e Manageritalia in cui si calcola come, nel 2011, le 28 mila imprese analizzate potessero contare solo su 15.546 consiglieri donna su un totale di 109 mila amministratori che siedono nei Cda. Si tratta di dati in costante, ma lentissima crescita: tra le 19 mila aziende che hanno sempre superato i 10 milioni di fatturato nel periodo 2008-2011, la percentuale di donne è passata dal 13,7% al 14,5% del 2011. Stabile, invece, la presenza di donne con responsabilità operative all’interno dell’impresa, ferma a circa il 9% del totale dei vertici. A un mese dall'entrata in vigore della legge sulle quote rosa nei Cda* – si sottolinea nell’indagine – pur avendo già prodotto un impatto sulla presenza femminile nei Cda delle imprese di maggiore dimensione (oltre 200 milioni di fatturato), non sembra quindi aver inciso sul vertice operativo dell’impresa.
La parità ai vertici sul lavoro tra uomini e donne sembra ancora lontana, seppur in lento ma costante divenire. “È chiaro che le donne, una volta arrivate al vertice, non riescano a favorire la presenza delle colleghe tra le manager”, spiega Marisa Montegiove, vicepresidente Manageritalia, “c’è una chiara incapacità di incidere sulla cultura imperante nelle stanze dei bottoni. E questo è un problema per il Paese e per il suo sviluppo economico e sociale. Perché, come ormai assodato in tanti altri Paesi, le donne meritano una parità vera e la possibilità di giocarsi la partita per dare alle aziende e all’economia maggiore capacità di competere”.

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* Legge approvata a fine giugno scorso, la 21/2011 - impone, a partire da quest’anno, che i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società quotate o a partecipazione pubblica annoverino il 20% di donne, quota che dovrà salire a un terzo entro il 2015. Qualora la composizione di Cda e collegi sindacali non rispetti le quote indicate, la legge prevede innanzitutto una diffida da parte della Consob, che darà quattro mesi di tempo per adeguarsi. In caso di inottemperanza, scatteranno le multe: da 100 mila euro a 1 milione per i board, da 20 mila a 200 mila per i collegi sindacali. A quel punto ci saranno altri tre mesi di tempo per “mettersi in regola”, dopodiché i componenti eletti decadranno dalla carica.