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L’esercito degli invisibili esce dalle catacombe. Stiamo parlando di autonomi, somministrati, partite Iva, collaboratori e (il pezzo pregiato) dipendenti degli studi professionali. Stanno cominciando ad assumere un peso preponderante nella società, ma nessuno ancora li rappresento davvero. Non si può più fare finta di nulla: sono troppi. Tentativi di rappresentarli ne sono stati fatti, ma, a guardare ciò che si muove nelle associazioni, la “grande offensiva” sta per iniziare. Obiettivo: il “partito” delle partite Iva. A muoversi è anche la Cgil, che a febbraio ha lanciato, sotto l’egida del segretario Agostino Megale, la Consulta del lavoro professionale, mentre la Cisl ha riunito in una nuova federazione, la Felsa, le associazioni per gli atipici Alai e Claps. Va da sé che se i confederali riusciranno ad attrarre queste figure, il passo successivo sarà erogare quel welfare (previdenza integrativa, sanità o formazione) non concesso a queste categorie. Un business dai confini smisurati, una rilevante leva di consenso. Così non sorprende che Gaetano Stella, il presidente di Confprofessioni, uno da che da più di 20 anni si occupa dei professionisti, lanci l’allarme: «Si rischia che i sindacati inseriscano questi lavoratori in categorie come quella dei metalmeccanici, dove hanno una consolidata rappresentanza. Con la conseguenza di spostare risorse da ambiti di per sé già parcellizzati: penso agli studi legali dove i confederali non fanno proseliti perché i dipendenti, essendo pochi, preferiscono rivolgersi direttamente ai loro datori». E quindi, forte di più di un milione e mezzo di iscritti, può gridare: «Giù le mani dalle professioni!». Ma Megale (Cgil) non ci sta: «Con la Consulta rispondiamo a una richiesta di innovazione, visto che andiamo oltre i confini tradizionali del lavoro subordinato. E il valore di quest’operazione sta proprio nel capitale umano. Non a caso questa scelta è entrata anche nella mozione che ha vinto il congresso della Cgil, laddove sosteniamo che per le figure non contrattualizzate – collaboratori a progetto ma anche per le partite Iva – si deve immaginare una rete di protezione non solo legislativa». La Cgil vede come soluzione quella di «applicare agli atipici gli istituti, come i fondi pensioni, previsti dalle categorie in cui potrebbero essere assimilati». Tanto basta per dare sostanza ai timori di Stella. Anche per non creare ulteriori strappi all’interno di corso d’Italia, la Consulta sarà una struttura di supporto alle categorie tradizionali per estendere l’applicazione dei contratti anche a quelle figure che non hanno tutele consolidate. Difficile dire quali saranno i risultati, però non lesina proposte a favore degli autonomi. È accanto al Colap per chiedere un riconoscimento dei professionisti non compresi nel sistema ordinistico. E fa pressione sui gruppi parlamentari per una riforma che porti a un dimagrimento degli ordini stessi. E infine si accinge a promuovere una class action per rimborsare quelle partite Iva costrette a pagare l’Irap nonostante siano tante le sentenze della Cassazione che affermano il contrario. «Circa 300 mila autonomi», spiega Davide Imola, responsabile professioni della Cgil, «hanno perso il lavoro con questa crisi. Bisogna estendere le tutele, coinvolgendo anche le partite Iva, aumentando la compartecipazione dei committenti. Se il sindacato non prova a regolamentare tutto questo, i lavoratori sono costretti ad assumere in proprio la rappresentanza, con il rischio di creare nuove lobby». La Cisl ha creato il Felsa che ha 50 mila iscritti. Accanto all’adesione individuale ha garantito quella su base associativa, preferita dai professionisti, e già nell’89 ha fondato il Claps che riunisce in una “casa comune” dai benzinai agli artisti. La Uil risponde con il Cpo (41 mila iscritti) e un tavolo per le professioni. Tutti offrono assistenza fiscale e consulenza giuridica. Il segretario generale del Nidil, Filomena Trizio, denuncia «l’uso improprio che si sta facendo delle partite Iva: sfruttando l’assenza di oneri contributivi si fa del dumping diminuendo i costi della flessibilità in uscita». Le proposte? Eccole: «Inserire dei minimi salariali e aumentare gli oneri previdenziali in caso di monocommittenza». Frenare la precarizzazione diventa più importante che accompagnare la flessibilità. E in questa chiave, difensiva, risultati si vedono nel contratto dei “somministrati”, gli ex lavoratori interinali. Ammette Magda Maurelli del Cpo Uil: «In tempi di crisi facciamo soprattutto pronto soccorso tra l’una tantum per i cocopro o l’estensione di qualche ammortizzatore sociale». «Eppure dieci anni fa», rivendica il leader del Felsa, Ivan Guizzardi, «nessuno avrebbe mai pensato che per i lavoratori interinali riuscissimo a creare un ente di formazione oppure favorire l’accesso al credito». Ma per fare il salto di qualità è necessario cambiare l’approccio: superare l’idea che il lavoro autonomo sia solo una sacca di sommerso, con imprenditori cattivi e giovani costretti ad aprire partite Iva. «La priorità», spiega Megale, «resta la stabilizzazione del lavoratore, perché la flessibilità sia davvero un’opportunità e non un’area senza diritti».Va da sé che il mondo del capitalismo intellettuale non può essere contenuto nei classici sistemi di rappresentanza come il contratto nazionale. «Bisogna uscire dalla logica del capannone», sottolinea Guizzardi, «la rappresentanza è molto difficile perché questi sono lavoratori che vanno cercati uno a uno, visto che hanno esigenze diverse». Cento euro in più in busta paga non gli cambiano la vita, diritti come la previdenza integrativa o maggiore deducibilità fiscale, la maternità o la riconciliazione per le donne invece possono essere decisivi per il loro grado di competizione. Nota però Gaetano Stella: «Prima di parlare di welfare, bisognerebbe spiegare chi lo paga. E per queste categorie è molto caro». Nella corsa alla rappresentanza non stanno a guardare però le realtà sindacali più radicate tra gli atipici. Paolo Emilio Nigi, segretario generale del Confsal che tra i suoi 900 mila iscritti ha 60 mila autonomi, suggerisce di «approfittare della riforma contrattuale e incentivare le differenze categoria per categoria. Soltanto così si premia la produttività e il merito». Confservizi, che rappresenta con il suo milione e mezzo di iscritti i titolari degli studi professionali e, di riflesso, offre assistenza anche ai loro dipendenti, nei mesi scorsi ha sparigliato con la proposta di riconoscere un equo compenso anche per i praticanti. «La sfera del nostro contratto collettivo», spiega Stella, «non può limitarsi ai dipendenti degli ordini professionali, ma deve comprendere altre attività, come i rapporti di monocomittenza per chi lavora nel marketing». E così dopo Fondoprofessioni, strumento per la formazione continua, la cassa di assistenza sanitaria Cadiprof, il Fondo pensione complementare Previprof, l’ente bilaterale Ebipro per diffondere servizi come l’apprendistato, ora si guarda all’accesso al credito: nei mesi scorsi si è inaugurato in Toscana con il Colap un fondo per lo start up degli studi professionali. «L’offerta dei sindacati», conclude Stella, «è soltanto di facciata. Hanno una struttura troppo elefantiaca per rispondere alle esigenze di un mondo dinamico come quello dei professionisti». Che però, finora, continuano a contare sempre troppo poco.