Uno degli spazi del Talent Garden di Milano

C’era una volta l’ufficio: scrivania, sala riunioni, mensa e magari anche un parcheggio interno. Quel mondo che si popolava di persone dalle 9 alle 18 ha incominciato a sgretolarsi quando sono state abbattute le mura di piccole e grandI gerarchie. Con la diffusione degli open space, gli architetti pensavano di portare equità e trasparenza. Invece, è stato il primo segnale che il lavoro si preparava a cambiare indirizzo. Mentre la disoccupazione saliva alle stelle, in mezzo a una globalizzazione che allargava a macchia d’olio la lunga crisi finanziaria del 2008, la rivoluzione digitale ha ridefinito i confini del pianeta dei servizi, mandando definitivamente in soffitta il posto fisso.

In America, oggi 30 milioni di lavoratori sono freelance, ma si stima che entro il 2020 il 40% della popolazione attiva sarà indipendente. Il primo passo verso l’esternalizzazione (dagli uffici e dagli organigrammi aziendale) ha poggiato sul telelavoro e sui contratti a progetto. All’inizio, per tutti, è stato divertente. E ha fatto la felicità di tante giovani mamme che potevano così curare i propri piccoli a casa. Poi è arrivata una generazione di professionisti in pigiama, di chi, non distinguendo più tra casa e lavoro, ha cominciato a mischiare vita privata e impegni lavorativi. È in quegli anni che nasce il coworking.

Nel 2005, il designer Brad Neuberge ha coniato questo termine definendolo come uno spazio fisico condiviso dai gruppi di freelance. Sono piccoli garage che si trasformano in laboratori creativi, fabbriche abbandonate che vengono ristrutturate e utilizzate dalla popolazione del coworking, oppure aziende private che aprono (in affitto) alcuni spazi a operatori esterni.

Ai suoi esordi il lavoro condiviso è una mera operazione immobiliare, quasi un riflesso inconscio nel voler ricreare le dinamiche del posto fisso: colleghi con cui scambiare opinioni, macchinette del caffè e sala riunioni. Oggi, a dieci anni dai primi modelli fondati (come al solito) dai pionieri nella Silicon Valley, il coworking non è solo una macchina da soldi per chi gestisce questi spazi: sa sta diventando un vero e proprio tessuto produttivo del lavoro. Perché nei luoghi del popolo dei freelance non si condividono solo spazi, ma si mettono a frutto le diverse competenze.

Coworking-in-Italia

UN AFFARE. C’è una start up, negli Stati Uniti, che vale più di 5 miliardi di dollari (100 volte oltre gli attuali profitti) e incomincia a fare gola a tanti investitori. Si chiama We Work, è stata fondata nel 2010 dal trentenne Adam Neumann e promette di rivoluzionare il mondo dell’ufficio. L’ultimo round di finanziamenti dai fondi ha portato alla società un’iniezione di capitale di più di 300 milioni di dollari. Qualche analista l’ha definita la Facebook degli uffici, una delle aziende più innovative del momento secondo Fast Company. Pagando un canone mensile di 350 dollari si ha l’accesso a uno dei 29 uffici in coworking sparsi in dieci città degli Stati Uniti.La rete è in continua espansione. E la società conta di aprire presto anche in Europa e in Asia.

Il business model è quello della sharing economy. Perché We Work non si limita ad affittare spazi. Stando alle ultime indagini di Sap e Oxford Economics, l’83% dei dirigenti delle grandi aziende conta di affidare in outsourcing sempre più funzioni aziendali. Insomma, il bacino di mercato di soggetti interessati non manca. Ma l’opportunità si gioca sulle competenze degli abitanti di coworking. We Work definisce gli spazi secondo il saper fare dei suoi inquilini, costruendo delle ipotesi di collaborazione che possono far nascere vere e proprio imprese.

Inoltre, i 20 mila soci-abitanti di We Work possono anche accedere ad assistenza sanitaria, workshop, opportunità di finanziamento e altri benefit aziendali, quasi come fossero assunti a tempo pieno in una multinazionale di successo. È vero, tutto ha un prezzo. Ma grazie alla forza contrattuale di migliaia di freelance, tutti questi servizi costano sempre meno. E We Work ha tutto l’interesse che partite Iva e giovani aziende crescano e si moltiplichino.

Il caso 

IN "CONDOMINIO". Il Tech Village di Atlanta, in Georgia, è una torre piena di conoscenze tecnologiche che fa concorrenza alle multinazionali. Sì, perché i lavoratori in “pigiama” di ieri stanno unendo le forze e si stanno specializzando. Il caso del Tech Village è emblematico, perché ospita quasi esclusivamente sviluppatori e programmatori. Succede che grandi società dell’It appaltino diverse funzioni aziendali a centinaia di freelance del Tech Hub, uno sciame di cultura tech flessibile e capace di rispondere alle commesse più disparate.

Anche in Italia le cose si stanno muovendo in questa direzione. Uno degli esempi di maggior successo è quello di Talent Garden, l’ufficio incubatore di start up lanciato dal giovane imprenditore Davide Dattoli, classe 1990. Tag è nato nel 2001, a Brescia, con un’idea ben chiara in testa. Fare degli spazi condivisi una fucina di idee e diventare una delle più forti community di professionisti del digitale in Italia. Talent Garden è oggi il primo aggregatore di talenti in Italia con più di 500 membri residenti, una decina di sedi in Italia e migliaia di persone che transitano negli spazi durante gli oltre 300 eventi organizzati ogni anno. E l’espansione continua anche all’estero con le recenti aperture a Kaunas, Tirana e a Barcellona. Gli abitanti dei Tag sono tra i protagonisti della rivoluzione digitale, come Cesare Cacitti, startupper e maker più giovane d’Italia, classe 1999; Vivocha, piattaforma online che permette di facilitare l’interazione con il cliente (Top 10 European Startup), Sandro Paganotti, uno dei cinque maggior esperti in Europa di Html 5 secondo Google.

Tag ma non solo. In tutta Italia spuntano nuovi centri dedicati alla condivisione del lavoro. Ognuno con un carattere ben definito. In tutto sono più di 300 i coworking in Italia che coinvolgono migliaia di persone. Ma il dato va arrotondato, visto che ogni giorno nascono sul territorio nuove iniziative. In prevalenza il coworker-tipo è un freelance (il 53% secondo i dati di Desk Mag), il 39% è composto da imprenditori, startupper, dipendenti di piccole e grandi società, il restante 8% da altre figure. E gli spazi si stanno specializzando.

A Milano sono sorti Piano C, pensato per le mamme freelance (include anche un asilo nido interno) e Login, che attira i talenti della tecnologia; a Torino invece si ricama a Cucito condiviso, il primo cowo dedicato a modellisti e sarti, mentre Toolbox è il laboratorio dei makers, gli artigiani 2.0; e intanto a Roma nascono gli Anticafé, veri e propri bar pensati per chi, oltre a cappuccio e cornetto, ha bisogno di wi-fi e spazi per lavorare. Gli altri piccoli luoghi di condivisione stanno facendo sistema. Basti pensare che la rete Cowo, nata nel 2008 in un ufficio di Milano Lambrate, è diventata un network di spazi di coworking composto oggi da 114 uffici condivisi in 65 città in Italia e Svizzera.

dove-si-concentrano-i-cowo

Fonte: MyCowo.com

NOMADI DIGITALI. Ora che i freelance hanno trovato casa e possono gestire il lavoro da remoto, il coworking ha l’opportunità di diventare diffuso, ai confini dell’ubiquità. Una nuova generazione di professionisti ha deciso di esternalizzare anche la propria residenza, rendendola mobile. In America li chiamano i nomadi digitali. Sono creativi, sviluppatori, grafici. E cambiano sede a proprio piacimento oppure a seconda della convenienza, spesso appoggiandosi a strutture di coworking dei Paesi che visitano.

È l’esternalizzazione portata alle estreme conseguenze. C’è chi punta su Stati a basso costo del Sudamerica, per lavorare via Web con società canadesi o americane, chi sull’Est Europa, o ancora chi sceglie i Caraibi per lavorare cullato da mare e sole. Ora è nata anche una piattaforma per permettere a questi coworker ambulanti di far incontrare domanda e offerta. Si chiama digitalnomadjobs.com e comprende, oltre a una guida aggiornata sui posti migliori del pianeta per risiedere, numerose offerte di collaborazione.

Questa estate, a fine luglio, a Berlino, si terrà la prima grande convention (dnxglobal.com) dei nomadi digitali.
E sarà un’opportunità per toccare con mano le esperienze di alcuni nomads che hanno mollato lavoro fisso e collaborazioni per girare il mondo, operando solo dal proprio laptop, vera appendice dell’ufficio. Parteciperanno travel blogger come Sabrina Iovino, tedesca globetrotter che grazie ai suoi racconti di viaggi guadagna più di 2.500 dollari al mese, e imprenditori quali Pieter Levels, creatore di 12 start up in 12 mesi, e Noel Tuck, un altro trentenne che spiegherà come inventarsi un business in qualunque parte del mondo ci si trovi.