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Per i metalmeccanici del Baden-Würt­temberg, la terza regione più ricca e popolata della Germania, il Natale 2012 è stato abbastanza sereno. Me­rito di un aumento sostanzioso in busta paga, pari a circa il 4,5% della retribuzione lorda, che le tute blu sono riuscite a strappare alle loro aziende, dopo una minaccia di sciopero generale e dopo ben 37 ore di estenuanti trattative, terminate nel maggio scor­so. Si tratta del premio salariale più elevato degli ultimi 20 anni che Berthold Huber, leader del potente sindacato dei metalmeccanici Ig Metall, non ha esitato a definire «equo e sostenibile». Eppure, per quanto sia apprezzato dalle organizzazioni dei lavoratori, questo incremento di stipendio ha una particolarità non da poco, che in Ita­lia farebbe storcere il naso a molti sindacalisti: gli aumenti salariali concordati nel 2012, almeno inizialmente, an­dranno soltanto a beneficio dei residenti del Baden- Württemberg, cioè il Lander (la regione) che ha come capitale Stoccarda e che include nei propri confini i paradisiaci paesaggi della Foresta Nera. Per tutti gli altri metalmeccanici tedeschi, a decidere sui salari sa­ranno invece ulteriori accordi tra le parti sociali. Sa­ranno, cioè, i contratti di lavoro territoriali stipulati nei singoli Lander, che in Germania hanno una lunga tradi­zione alle spalle e che possono sostituire in gran parte le di­sposizioni degli accordi collettivi di lavoro, firmati a livel­lo nazionale dalle organizzazioni sindacali di ogni categoria (dai metalmeccanici o dai chimici, per esempio, oppure dai bancari e dagli addetti del commercio).
Regioni diver­se e salari diversi: questo è quello può accadere nella Re­pubblica Federale Tedesca. Lo sanno bene i dipendenti delle aziende dell’ex-Germania Est (i nuovi Lander, come li chiamano ancora i tedeschi), dove la media degli stipen­di, a oltre vent’anni dall’unificazione del Paese, è inferiore di ben il 17% rispetto all’Ovest, secondo le recenti rileva­zioni della fondazione Hans Böckler Stiftung. Questa diffe­renza nelle buste paga è dovuta anche e soprattutto alla contrattazione territoriale che, dopo la riunificazione tede­sca, ha ricevuto un nuovo impulso, benché fosse già previ­sta in Germania da una legge del 1969. Si tratta della Tari­fvertragsgeset, una norma sui rapporti di lavoro che lascia alle parti sociali la libertà di stipulare (nelle singole impre­se o nei singoli Lander) degli accordi in contrasto con i contratti collettivi nazionali. Facendo leva su queste dispo­sizioni normative (definite in gergo tecnico “clausole d’apertura”), i sindacati e le aziende tedesche, nel lontano 1993, introdussero nell’ex-Germania comunista dei mini­mi salariali più bassi di quelli previsti dal contratto collet­tivo dell’Ovest. Lo scopo era ovviamente quello di stimo­lare la produttività e gli investimenti nei nuovi Lander, dove non esisteva un efficiente apparato industriale, in grado di essere competitivo nel moderno sistema capitali­sta. Da quel momento in poi, la contrattazione territoriale è rimasta una costante nel mondo delle relazioni industria­li tedesche e ha trovato terreno fertile in tutta la Repubbli­ca Federale, dove gli squilibri economici tra le regioni sono tuttora molti forti. Ancora oggi, infatti, il costo del lavoro orario nell’ex-Germania Est è inferiore di almeno il 20% rispetto alla parte occidentale del Paese (vedi tabella 1). Proprio per questo motivo, il modello tedesco della contratta­zione sul lavoro sta incontrando sempre maggiore interesse anche in Italia, dove il divario tra il Nord e il Sud, a oltre 150 anni dal Risorgimento, rap­presenta ancora una spina nel fianco per l’econo­mia nazionale.
L’appello più accorato, a favore del modello tedesco di contrattazione del lavoro, è stato lanciato recentemente da Giorgio Guerrini, presidente di Confartigianato e portavoce di Re.Te Imprese Italia, l’organizzazione rappre­sentativa delle piccole aziende del commercio, dell’artigianato e del terziario. «Anche nel no­stro Paese, si possono introdurre contratti loca­li», ha detto Guerrini, in un’intervista al Corrie­re della Sera , prendendo a riferimento proprio la Germania «dove ci sono, per esempio, grosse differenze re­tributive tra la Baviera e la Westfalia». A dire il vero, in Italia la contrattazione territoriale esiste già da tempo (come dimostrano le rilevazioni del Dipartimento Indu­stria della Cisl, vedi tabella 2), ma ha avuto spesso le ali tarpate ed è rimasta sempre imbrigliata dentro i rigidi parametri dei contratti collettivi nazionali. Ora, però, gli accordi territoriali potrebbero subire un nuo­vo impulso, dopo l’intesa sulla produttività firmata alla fine di novembre dalle parti sociali, cioè dalle organizzazio­ni di categoria delle aziende (come Confindustria, Re.te Imprese, Alleanza delle Cooperative, associazioni delle banche e delle compagnie di assicurazione) e dai maggiori sindacati (Cisl, Uil e Ugl) con l’eccezione della Cgil di Su­sanna Camusso. Nell’intesa siglata è prevista appunto l’adozione di un modello di relazioni industriali che presenta alcune similitudini con quello tedesco, seppur con molte differenze.
Nello specifico, le parti sociali hanno concordato di potenziare e stimolare la contrattazione de­centrata del lavoro (o di secondo livello), che avviene nelle singole imprese o nei singoli territori. In altre parole, gli accordi sindacali firmati in ogni azienda o in ogni Regione possono prevedere delle eccezioni (deroghe), rispetto a quanto dispone il contratto collettivo nazionale che regola i rapporti di lavoro in ciascun settore produttivo. Gli orari, le ferie, i turni, le mansioni dei dipendenti e anche gli aumenti salariali potranno così differire da azienda ad azienda o da regione a regione, senza rimanere troppo vincolati nelle strette maglie del contratto nazionale. Il tutto, con un obiettivo: adattare meglio le condizioni di lavoro alle singole realtà del Paese, per stimolare il rendimento e la produttività dei dipendenti, premiando chi lavora di più e meglio. A ben guardare, però, i contenuti dell’accordo di fine novembre sono soltanto una semplice dichiarazione di principio. I contratti aziendali e territoriali, secondo il testo dell’intesa, potranno infatti differire dalle disposizioni nazionali soltanto su materie delegate, cioè previste espressamente dall’accordo collettivo di ogni categoria. Quest’ultimo, dunque, resta ancora al centro del sistema delle relazioni industriali italiane.
Anche in Germania, a dire il vero, gli accordi collettivi mantengono tuttora una grande importanza ma, negli ultimi 15 anni, hanno subito indubbiamente un declino: secondo le rilevazioni dello Iab (l’istituto di ricerca dell’Agenzia Federale del Lavoro tedesca) oggi soltanto il 54% delle aziende della Germania Ovest e il 37% di quelle dell’Est applicano un contratto nazionale, contro una quota compresa tra il 54 e il 70% che si registrava invece nel 1996. In buona parte delle imprese della Repubblica Federale, insomma, a farla da padroni sono adesso gli accordi decentrati, territoriali e aziendali, che hanno subìto una nuova spinta agli inizi del decennio scorso, sotto il governo dell’ex-cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, autore di un coraggioso e contestato programma di riforma del welfare che porta il nome di Agenda 2010.
Dunque, bisogna aspettarsi o auspicare anche in Italia un processo simile, che porterà al depotenziamento dei contratti collettivi? Probabilmente no, almeno secondo molti osservatori e molti esponenti del sindacato. «Non credo che sia giusto importare nel nostro Paese il modello tedesco così com’è», dice per esempio Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl, il quale invita a considerare le particolarità che caratterizzano tradizionalmente il sistema produttivo “teutonico”. In Germania, sottolinea per esempio, c’è una forte partecipazione dei lavoratori e dei sindacati alla vita e agli utili dell’impresa. In Italia, invece, il quadro è ben diverso e la cogestione è ancora assente, benché sia stata inserita come obiettivo programmatico proprio nell’ultima intesa sulla produttività. In tale contesto, a detta del segretario aggiunto della Cisl, è bene che nel nostro Paese rimanga il ruolo centrale del contratto collettivo, il quale ha soprattutto un compito: difendere il potere di acquisto dei salari. Su questo punto, concordano indubbiamente con la Cisl anche la Uil e la Cgil. Anzi, il sindacato “rosso” guidato da Susanna Camusso è su posizioni ancor più intransigenti e non ha firmato l’ultima intesa sulla produttività, proprio perché nel testo finale dell’accordo non ci sono sufficienti garanzie sui meccanismi di adeguamento delle retribuzioni all’inflazione (ma solo un generico riferimento alle tendenze generali dell’economia, del mercato del lavoro, del contesto competitivo internazionale e dell’andamento di ogni settore).
I sindacati, compresa la Cgil, non sono dunque contrari alla contrattazione territoriale, almeno in linea di principio, ma non sono neppure disposti a rinunciare a buona parte dei meccanismi attuali di crescita delle retribuzioni. Anche perché, è bene ricordarlo, i contratti di lavoro locali richiamano subito alla memoria le tanto vituperate gabbie salariali: un meccanismo di calcolo delle retribuzioni (in vigore in Italia prima degli anni ‘70) che tiene conto anche del costo della vita di una determinata area geografica. Dove i prezzi al consumo sono più bassi, come al Sud, anche gli stipendi potrebbero dunque essere un po’ meno elevati della media nazionale. E di gabbie salariali i sindacati non vogliono neppure sentire parlare. Lo stesso Guerrini, grande sostenitore della contrattazione territoriale del lavoro, si è affrettato a precisare di non aver mai pensato di reintrodurle. «Quando si parla di contratti territoriali, che considero uno strumento validissimo», aggiunge Santini, «è bene che si faccia sempre riferimento alla produttività ». In certe zone dell’Italia che hanno un tasso di rendimento del lavoro più elevato rispetto ad altre, per esempio, si può pensare di far crescere la componente variabile del salario (e gli aumenti in busta paga) ponendoli maggiormente in relazione con i risultati raggiunti dall’azienda o dal dipendente. Niente a che fare, dunque, con l’eventuale riduzione dei salari minimi in certe Regioni depresse, come invece è avvenuto nell’ex-Germania Est.
Con l’ultimo accordo sulla produttività, secondo Santini, si apre una prospettiva di cambiamento delle politiche re­tributive che mostrerà i propri effetti soprattutto nel me­dio periodo. Se oggi quasi il 90% dello stipendio viene de­terminato dal contratto collettivo nazionale, non è esclu­so che questa quota, fra qualche anno, subisca una riduzio­ne fino al 75-80%, a vantaggio della componente variabile del salario decisa in una singola impresa o a livello locale. Ci sarà dunque un cambiamento graduale che prima, però, richiede il compimento di una tappa obbligata: il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di molti settori, in agenda nel 2013, che dovranno stabilire l’ambito in cui potranno muoversi gli accordi di secondo livello. La piena adozione del modello tedesco in Italia, dunque, resta ancora molto lontana. Anzi, al momento appare improbabile anche per­ché, è bene ricordarlo, sulle politiche salariali e del lavoro della Germania ci sono oggi molti pareri discordanti.
Da una parte, c’è chi evidenzia come l’indebolimento del contratto collettivo nazionale abbia portato alla diffusio­ne del lavoro precario e malpagato. È il caso dei mini-jobs, i lavori retribuiti con appena 400 euro al mese (completa­mente esentasse) che oggi vengono svolti da oltre 7 mi­lioni di persone in tutti i Lander. Sul fronte opposto, però, c’è pure chi mette in evidenza come la contrattazione de­centrata alla tedesca non abbia provocato a una riduzio­ne dei salari. Secondo le rilevazioni dell’Institute of Eco­nomic Research di Colonia, infatti, la retribuzione media delle aziende in cui viene applicato il contratto collettivo è in linea con quelle delle imprese dove il contratto nazio­nale non c’è. Per entrambe, la media è di poco più di 3 mila euro al mese: uno stipendio che, per gran parte dei lavora­tori italiani, resta quasi un sogno.