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Eterno odio e amore per lo smartphone, tablet o laptop aziendale: strumenti in grado di rendere il lavoro più efficiente e produttivo liberando dall’obbligo di rimanere ancorati alla propria postazione in ufficio e a un orario prestabilito. Nuove tecnologie che, d’altro lato, entrano nella vita privata provocando un’interferenza del lavoro e un maggiore stress. Basta guardare i risultati della ricerca di Kelly Services per rendersene conto: il 49% degli intervistati (panel di 170.000 persone di 30 Paesi nel mondo, tra cui l’Italia) resta connesso settimanalmente circa 5 ore oltre l’orario di lavoro e la propensione a non spegnere il device mobile è maggiore nei Paesi in via di sviluppo, in particolare a Hong Kong, Singapore, Malesia e Indie. Solo il 23%, del campione internazionale dichiara di non connettersi mai nel tempo libero. Il 36% degli intervistati si sente obbligato dal proprio senso di responsabilità, avendo a disposizione una tecnologia che lo consente, a lavorare anche oltre gli orari prestabiliti dal contratto.
Altro fattore di stress, secondo il 26% del campione, è il datore di lavoro, che sembra aspettarsi questo tipo di approccio da parte dei dipendenti, seguito dalla cultura aziendale (15% a livello internazionale, 43% se si considera solo il panel italiano), dall’insistenza dei clienti (14%) e dai colleghi (5%). Una pressione che aumenta per i lavoratori con profili specializzati e in possesso di competenze tecniche e che, in ambito Emea, determina maggiore stress per russi, ungheresi e polacchi. Il 60% degli intervistati, inoltre, prenderebbe in considerazione il telelavoro, percentuale che aumenta in Italia dove quasi i due terzi (64%) vorrebbe lavorare da casa o lontano dall’ufficio e che tocca il picco nelle Americhe, soprattutto tra i lavoratori più anziani.
Una modalità, quest’ultima, che rende le nuove tecnologie non solo fonte di stress ma strumenti utili per conciliare impegni lavorativi e quelli privati: ne gioverebbe anche l’azienda, che potrebbe abbattere considerevolmente i costi.