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Francesca Ferlaino, classe 1977, figlia del popolare ex-presidente del Napoli Calcio, Corrado, è ricercatrice senior dell’Istituto di fisica sperimentale dell’Università di Innsbruck e oggi non ha dubbi: per chi fa il suo mestiere, l’Austria è davvero un Paese speciale. E lo è per varie ragioni, prima fra tutte la capacità degli atenei e dei centri di ricerca nazionali di dare spazio alle idee più innovative che provengono soprattutto dai giovani. Ma c’è un altro motivo che oggi spinge Ferlaino a tessere le lodi del sistema-Austria, in una sua breve video-intervista pubblicata nel sito internet dell’Aba (Austrian Business Agency), l’agenzia con sede a Vienna che promuove gli investimenti produttivi in tutto il Paese. Guarda qui Un grande punto di forza della repubblica austriaca, secondo la ricercatrice napoletana, è la sua notevole capacità di organizzare il lavoro, all’insegna della massima flessibilità. Nelle aziende come nelle università, infatti, il modello austriaco sembra funzionare alla grande, almeno secondo le statistiche: oggi, in un’Europa martoriata dalla crisi economica, il tasso di disoccupazione registrato dalle autorità di Vienna è attorno alla modestissima soglia del 4%, il livello più basso nel Vecchio continente che fa “crepare” di invidia persino i vicini di casa tedeschi.

L’AUSTRIA IN CIFRE
8,4 milioni di abitanti è la popolazione
3,1%(0,4-0,8% nel 2012) crescita del Pil nel 2011
4% disoccupazione
2,6% deficit pubblico/Pil
72,2% debito/Pil

Dietro ai dati ufficiali, inoltre, c’è un aspetto ancor più sorprendente: nel paese europeo che vanta il minor numero di senza-lavoro, le protezioni contro i licenziamenti sono molto blande. «Nel nostro ordinamento giuridico, non esistono delle tutele simili a quelle previste dal vostro articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori», dice per esempio Michael Berger, console commerciale d’Austria a Milano. «La figura del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo», aggiunge Marion Biber, direttore per l’Italia dell’Aba, «non è neppure contemplata nel diritto austriaco». Per un’azienda di Vienna, del Tirolo o della Carinzia, lasciare a casa un dipendente è dunque molto più facile che a Sud delle Alpi e questa flessibilità in uscita, a quanto pare, riesce a creare posti di lavoro, invece di distruggerli. Senza dimenticare, poi, un altro aspetto importante: «Nel nostro Paese», aggiunge Biber, «il tasso di conflittualità tra le imprese e i loro dipendenti è davvero molto basso: gli scioperi sono pochi e c’è la tendenza a risolvere le controversie di lavoro in breve tempo e con strumenti poco radicali». La prova di questa pace sociale si tocca con mano anche leggendo i dati del rapporto sulla competitività delle nazioni, pubblicato ogni anno dal World Economic Forum, in collaborazione con l’International Institute for Management Development (Imd): secondo le statistiche, l’Austria è (dopo la Svizzera) la nazione industrializzata con le migliori relazioni tra le aziende e i loro dipendenti (vedi tabelle ).

 

Inoltre, nel mercato del lavoro austriaco, non c’è neppure il dualismo che caratterizza gran parte dell’Europa, dove stanno diventando sempre più elevate le barriere che separano i precari da chi è assunto con molte garanzie e protezioni sociali. «In Austria», aggiunge Berger, «i giovani faticano meno che altrove a trovare un impiego a tempo indeterminato». Secondo i dati dell’Ocse (aggiornati al 2011), nella repubblica austriaca la quota di persone inquadrate con un contratto a termine è infatti attorno al 5% dell’intera forza-lavoro, contro il 10-11% dei principali Paesi europei, compresa l’Italia. Tra i giovani con meno di 24 anni, il numero dei precari supera invece il 37% del totale, ma è inferiore di oltre 10 punti alla quota che si registra del nostro Paese (47% circa), in Francia (55%) e in Germania (57%). Tuttavia, nonostante queste cifre invidiabili, importare in Italia il modello austriaco appare per molti aspetti un’impresa ”titanica”, poiché sono davvero tante le differenze che separano il nostro diritto del lavoro da quello applicato nell’ex-impero asburgico (come ha messo in evidenza un’analisi sulla disciplina dei licenziamenti in Europa, effettuata negli anni scorsi dal dipartimento per le politiche contrattuali della Uil).

 

In Austria, l’interruzione dei rapporti tra un’azienda e il dipendente viene infatti regolata per lo più da un solo articolo del codice civile (e non da un complesso corpus di leggi come in Italia), che stabilisce l’esistenza di due tipologie di licenziamento: quello sommario, che può avvenire anche senza preavviso, e quello ordinario, che deve essere comunicato dall’impresa al lavoratore con un anticipo di qualche settimana o di qualche mese. Il licenziamento sommario scatta sempre per motivi gravi, per esempio quando il dipendente è palesemente incapace di svolgere le proprie mansioni, si presenta ubriaco al lavoro oppure diffonde informazioni riservate sull’azienda. In questi casi, l’onere di provare il comportamento scorretto del lavoratore spetta all’impresa ma, qualora il giudice stabilisca che il licenziamento non è del tutto giustificato, non è mai previsto l’obbligo di reintegro nell’organico (ma soltanto un indennizzo in denaro). Discorso diverso, invece, per il licenziamento ordinario che subisce invece delle limitazioni (anche se l’impresa non è mai obbligata provarne la giusta causa). La legge prevede infatti l’esistenza di particolari tutele per alcune categorie sociali, come le donne incinte o i portatori di handicap, o contro i licenziamenti discriminatori, che avvengono per pregiudizi etnici, religiosi, sessuali o per ritorsione, cioè quando l’azienda ha lasciato a casa un dipendente che voleva semplicemente far valere un proprio diritto, stabilito dai contratti collettivi di lavoro.

Non va dimenticato, tuttavia, che in Austria c’è una scarsa tendenza a ricorrere ai tribunali per risolvere i conflitti di lavoro. In gran parte delle controversie interviene un organismo che in Italia ha poteri più limitati. Si tratta del Consiglio di fabbrica che, nelle imprese, austriache, non sempre è diretta espressione delle forze sindacali ma viene eletto a scrutinio segreto da tutti i lavoratori di un’azienda e dispone di poteri stabiliti dalla legge (come in Germania). Il Consiglio di fabbrica può esprimere parere contrario a un licenziamento ordinario e impugnarlo davanti al giudice per farlo annullare, ma può anche dichiararlo legittimo, quando disapprova la condotta del dipendente. In questo caso, il lavoratore lasciato a casa dall’azienda perde qualsiasi possibilità di ricorrere davanti al giudice.Il sistema austriaco delle relazioni industriali, insomma, appare distante anni luce da quello esistente in Italia dove, per la risoluzione dei conflitti di lavoro, la tendenza a ricorrere alle aule giudiziarie è molto elevata.

Berger invita però a non sottovalutare un altro aspetto: «La flessibilità del lavoro è certamente importante. ma non è l’unico elemento che determina il successo competitivo del nostro Paese», dice il console. A rendere attraente l’Austria agli occhi degli imprenditori e della business community internazionale contribuiscono anche altri fattori, in primis l’esistenza di un apparato burocratico e amministrativo ben funzionante, una forza-lavoro multilingue e molto qualificata, grazie a un sistema scolastico che collabora intensamente con il mondo produttivo, soprattutto nei programmi di apprendistato per i giovani. «Le aziende straniere non vanno in Austria per trovare lavoro a basso costo e manodopera facilmente licenziabile o per delocalizzare le proprie attività», aggiunge Biber. Lo scopo di chi investe nella repubblica austriaca, a detta della dirigente dell’Aba, è piuttosto un altro: crearsi una testa di ponte per penetrare tutti i mercati di lingua tedesca, come la Svizzera e la Germania e quelli dei vicini Paesi dell’Est-Europa che hanno da tempo intensi rapporti commerciali con Vienna. Lo sanno bene molti imprenditori italiani, soprattutto nel Nord-Est, che oggi fanno a gara per partecipare alle convention organizzate nel nostro Paese dall’Austrian Business Agency. «Ogni mese incontriamo decine o centinaia di persone», dice ancora Biber, non nascondendo una certa soddisfazione nel constatare che parecchie aziende del Belpaese hanno ormai deciso di puntare la rotta a Nord delle Alpi.