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Agli ordini di un capo che detestano, sottostimati, sempre in corsa per una promozione che probabilmente non arriverà mai e, soprattutto, vestiti tutti uguali: ecco il ritratto dei colletti bianchi al tempo dell’austerity. Tragicomico ma (purtroppo) vero. Insomma, in ufficio le cose sono cambiate e lo si respira nell’aria. Sensazioni? Forse. Poi però leggiamo che un lavoratore su quattro si sente poco valutato, che un’azienda su tre concede promozioni senza relativo aumento di stipendio e che solo due impiegati su cinque sono soddisfatti del loro capo. Lo dicono i sondaggi, e suonano come amare conferme: siamo tutti un poco più tristi, più grigi e rassegnati di qualche anno fa. Colpa della crisi e dell’austerity. Fine della festa? Per fortuna no, in questa sbiadita foto di gruppo c’è chi sorride. Sorpresa: sono le donne, più brave degli uomini, secondo l’osservatorio privilegiato della Borsa del placement, a inseguire non tanto il successo o il danaro fini a se stessi, quanto l’affermazione di sé e delle proprie capacità, mosse dalla passione per ciò che fanno. Ma andiamo con ordine e mettiamo insieme tutti i pezzi del puzzle. Partendo dal primo: come si vive in ufficio oggi? Maluccio. «C’è una sorta di disorientamento di fondo dei lavoratori italiani: uno su due si sente sottoqualificato, anche perché le aziende hanno tagliato i budget destinati alla formazione interna e alla creazione di nuove opportunità professionali», ci racconta Marco Ceresa, amministratore delegato della divisione italiana di Randstad, la multinazionale specializzata in risorse umane. «Risultato: non tutti arrivano dove vorrebbero». Colpa di chi? Ma dei colleghi, è naturale! Secondo quell’atteggiamento autovittimistico tipico di molti impiegati italiani – e confermato dal Workmonitor di Randstad – sarebbero proprio i compagni di scrivania quelli che ci rubano il posto. Consoliamoci: la promozione porta più grane che soddisfazioni. Pare infatti, e lo dice un’indagine della società di headhunting Robert Half, che il 30% delle aziende, quando si tratta di promuovere sul campo, conceda più responsabilità (leggi: più grattacapi) ma a parità di stipendio. Nessun aumento in busta paga quando si sale di livello, se non lo scatto minimo. Magra consolazione per chi è rimasto indietro. Ma tant’è. Il ritornello è sempre lo stesso: la parte economica è solo una, e non la prima, fra le leve motivazionali. Un mantra che amministratori delegati e responsabili del personale conoscono molto bene e ripetono spesso, come minimo una volta l’anno, guarda caso in coincidenza della salary review. E a proposito di capi: non vanno mai bene. Il boss non piaceva prima della crisi come non piace adesso. Solo il 38% degli impiegati, sentenzia Kelly Services, apprezza lo stile di leadership del proprio superiore e un impiegato su due non si sente per nulla ispirato dal proprio manager a dare il massimo sul lavoro. «Il gap tra quello che vorrebbero e lo stile con cui effettivamente si devono confrontare dovrebbe far riflettere il management sul proprio modus operandi», tira le somme Stefano Giorgetti, numero uno italiano della multinazionale specializzata in risorse umane che ha realizzato l’indagine, «e una maggiore responsabilizzazione dei propri dipendenti potrebbe essere un punto di partenza per rendere la propria azienda più competitiva e produttiva». Nel frattempo, regna l’insoddisfazione. Basterebbero questi elementi a rendere l’atmosfera in ufficio più grigia che mai. Ma a togliere colore, come dicevamo, ci si mette anche l’abbigliamento. Ricordate i ceo della new economy che andavano al lavoro in bermuda? Succedeva anche in Italia. L’euforia per un’economia al galoppo aveva contagiato tutti e si manifestava in maniera più eclatante nella moda-lavoro: sembrava finita l’epoca della cravatta perché finalmente ci si sentiva valutati per la sostanza, non per la forma. Ebbene: dietrofront, si ritorna al formale. «Senza arrivare agli eccessi degli anni ‘80, quando per i manager di Coca-Cola era d’obbligo presentarsi in riunione con il completo intero, guai lo spezzato», racconta Matteo Testori, a.d. di Dialogica, «anche adesso l’abito è tornato ad avere il valore che merita. È un self statement: dice chi siamo e dove vogliamo arrivare». Certo, anche il contesto ha la sua importanza: ad un colloquio con Fiat la cravatta è d’obbligo, ma se si corre per un posto in Diesel, meglio jeans e maglietta alla moda. Resta il fatto che in un clima di forte incertezza economica e politica, con gli stipendi al palo e il timore di rimanere a casa alla prossima, inevitabile, riorganizzazione aziendale, ci si aggrappa a tutto, anche a una bella cravatta.

L’OTTIMISMO AIUTA LA CARRIERA

Traspare dai dettagli, dallo sguardo e da come ci si vede: l’ottimismo convinto, quando tutto attorno sembra precipitare, è quello che ci salverà. Parola di Giampaolo Rossi, direttore generale di Adexia ed esperto di comunicazione e leadership, che ci aiuta a compilare la chek-list del perfetto manager. Da controllare ogni volta, prima di uscire di casa.

L’OTTIMISMO SI VEDE ALLO SPECCHIO. Un aspetto dimesso e triste genera diffidenza e assomigliare a un perdente è il primo passo verso la sconfitta. Barba e capelli devono essere sempre in ordine. Attenzione alle mani: la cura delle unghie distingue un manager come tanti altri da chi punta al successo.
NEL DUBBIO MEGLIO ESSERE FORMALI, SEMPRE. Vi hanno invitato a una festa aziendale e non sapete come vestiranno gli altri? Non importa: con un bell’abito non si sbaglia mai. Meglio farsi notare per la troppa cura nell’eleganza che andare in jeans e scoprire di essere gli unici.
CHE COSA ROVINA ANCHE IL VESTITO MIGLIORE? Le scarpe sbagliate. È l’errore più frequente e il più grave: sulle calzature non si bara, la qualità costa ma si vede.
NON ESISTE IL LOOK GIUSTO PER FARE CARRIERA: esiste il look che piace al capo. Più in generale, non basta essere bravi sul lavoro, bisogna essere bravi per il proprio superiore. Conoscere il suo stile è fondamentale.
NON VESTITEVI PER QUELLO CHE SIETE MA PER QUELLO CHE VOLETE DIVENTARE. È un segno di ottimismo e di forza di volontà: sentirsi vincenti è il primo passo verso la vittoria

Come a scuola, tutti a testa bassa per non incrociare lo sguardo del responsabile delle risorse umane. Tutti uguali, compatti, in formazione. Guai a farsi notare. O forse no? «I vincenti di domani sono gli innovativi di oggi», prova a scuoterci Angelo Pasquarella, avvocato prestato al management e fondatore di Projectland, «quelli che non subiscono mai, i meno ligi ai comportamenti tradizionali». Come dire: vale sempre la cara, vecchia regola del think different.

L’ABITO CHE FA IL MANAGER

Come ci si deve regolare per scegliere l’abbigliamento più adatto in qualsiasi occasione, dallo staff meeting internazionale alla riunione informale con i colleghi? Ecco un semplice vademecum.

1. Ispirarsi al capo. Osservare come veste il proprio capoufficio e, prima di recarsi al lavoro, chiedersi se lui porterebbe ciò che si sta per indossare: se la risposta è negativa, è meglio cambiare.
2. Rispettare gli altri. Chiedersi se il proprio abbigliamento potrebbe risultare offensivo per qualcuno, all’interno o all’esterno dell’azienda. Sono da evitare, per esempio, immagini o simboli che possono urtare la sensibilità personale o religiosa delle persone.
3. Effetto stirato. Preferire i capi d’abbigliamento in ottimo stato: lo stile vissuto può essere scambiato per sciatteria, soprattutto al di fuori della ristretta cerchia dei colleghi e quando si incontrano persone nuove o esterne all’azienda.
4. Non rinunciare alla praticità. Utilizzare un abbigliamento consono al ruolo che si ricopre è importante, ma le giornate sono lunghe, quindi è altrettanto importante scegliere abiti comodi, che permettano di muoversi e lavorare in modo agevole.

Fonte: Robert Half