La ripresa del mercato del lavoro sarebbe solo in minima parte riconducibile al Jobs Act: è la tesi sostenuta dei ricercatori della Banca d’Italia Eliana Viviano e Paolo Sestito. Il loro studio, la cui versione preliminare è stata anticipata da la Repubblica , si basa su dati relativi alla regione Veneto e abbraccia un arco temporale che va da gennaio 2013 a giugno 2015. Ebbene, stando all’analisi, circa il 45% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato avvenute in quel periodo sono riconducibili a una di queste due misure: il Jobs Act o gli incentivi fiscali del governo. “Le due politiche hanno avuto successo sia nel ridurre il dualismo del mercato sia nello stimolare la domanda di lavoro, anche durante una recessione caratterizzata da un'altissima incertezza macroeconomica”, scrivono gli autori. Tuttavia solo il 5% delle assunzioni a tempo indeterminato deriverebbe dall’abbinamento tra contratto a tutele crescenti e incentivi fiscali: tutto il resto avrebbe come motore propulsore gli sgravi contributivi previsti dal governo. Non solo. Dato che i contratti a tutele crescenti rappresentano un quinto delle assunzioni prese in analisi dai ricercatori, l’impatto del Jobs Act sarebbe addirittura inferiore al 5%, ossia pari al 1% rispetto al totale dei nuovi posti di lavoro. I ricercatori hanno poi cercato di estrapolare il dato veneto: è emerso che, nel primo semestre 2015, la combinata tra Jobs Act e incentivi ha generato circa 45 mila nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato.