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I grandi college americani hanno deciso di insegnare ai propri studenti come affrontare il fallimento, oltre che a raggiungere il successo. Harvard ha lanciato il Success Failure Project , un sito Internet e una serie di iniziative per insegnare agli studenti ad accettare che qualche fallimento è inevitabile e che non è necessariamente una vergogna o un motivo per mollare tutto e abbassare la guardia. La maggior parte degli ammessi a questa università estremamente selettiva, infatti, non è mai stato bocciato alle superiori e, spesso, non sa neppure cosa si provi a non riuscire bene in qualcosa.

Un percorso accidentato
«Molti ragazzi arrivano ad Harvard convinti che la strada per il successo sia dritta e senza inciampi», spiega la psicologa Abigail Lipson, responsabile del progetto. «In realtà, quando si parla con persone veramente importanti si viene quasi sempre a scoprire che il loro percorso è stato accidentato e pieno di svolte». Lipson cita l’esempio di Al Gore: da studente universitario non avrebbe mai immaginato di diventare regista di documentari. All’epoca, voleva fare il giornalista. Poi ha deciso di darsi alla politica, perché non gli bastava raccontare le cose, voleva cambiarle. Solo dopo essere stato sconfitto da George W. Bush alle elezioni presidenziali del 2000, ha deciso di girare Una scomoda verità , il documentario sul riscaldamento globale che nel 2007 gli ha fatto vincere il premio Nobel e il premio Pulitzer.
Le autrici del progetto hanno raccolto una serie di testimonianze, scritte o video, di persone che, dopo un rifiuto o un fallimento, hanno raggiunto il successo per altre vie. Molti sono docenti che, prima di ottenere la cattedra a Harvard, sono stati respinti da atenei molto meno prestigiosi. Il leit motiv di tutte le storie è: «Senza quel rifiuto, non sarei qui». È un discorso un po’ retorico, perché a parlare sono quelli che sono comunque arrivati dove volevano, ma non spiegano esattamente come ci siano riusciti.

Frasi celebri 

«IL SUCCESSO È UN PESSIMO MAESTRO. INDUCE LE PERSONE INTELLIGENTI A PENSARE DI ESSERE INFALLIBILI».
Bill Gates

«AVREI DAVVERO VOLUTO ESSERE UN UOMO MENO RIFLESSIVO E PIÙ UN FOLLE CHE NON HA PAURA DEL RIFIUTO».
Billy Joel

«IL FALLIMENTO È SOLO L’OPPORTUNITÀ PER RICOMINCIARE IN MODO PIÙ INTELLIGENTE».
Henry Ford

«MOLTI DEI FALLIMENTI DI UNA VITA SONO DOVUTI AL FATTO CHE LA GENTE NON SI RENDE CONTO DI QUANTO SIA VICINA AL SUCCESSO NEL MOMENTO IN CUI SI ARRENDE».
Thomas A. Edison

«GLI OSTACOLI NON DEVONO FERMARTI. SE VAI A SBATTERE CONTRO UN MURO, NON DEVI ARRENDERTI E TORNARE SUI TUOI PASSI. TROVA IL MODO PER SCALARLO, ATTRAVERSARLO, O AGGIRARLO».
Michael Jordan

«IL SUCCESSO NON È DEFINITIVO, IL FALLIMENTO NON È FATALE: È IL CORAGGIO DI CONTINUARE CHE CONTA».
Winston Churchill

«IMPARA DAGLI ERRORI DEGLI ALTRI. NON POTRAI VIVERE ABBASTANZA A LUNGO DA FARLI TUTTI TU STESSO».
Eleanor Roosevelt

«QUANDO UNA PORTA SI CHIUDE, UN’ALTRA SI APRE. MA COSÌ SPESSO GUARDIAMO COSÌ A LUNGO E CON TALE RAMMARICO LA PORTA CHIUSA DA NON ACCORGERCI DELL’ALTRA CHE SI È APERTA PER NOI».
Alexander Graham Bell

Va di moda anche in Italia
«Negli ultimi anni, qualsiasi cosa sia di moda tra i manager Usa arriva subito da noi», sostiene l’head hunter Osvaldo Danzi, esperto di recruiting, «per cui di fallimento si parla molto anche in Italia e in positivo: uno che ha fallito, spesso è uno che ha avuto il coraggio di sperimentare un’idea nuova». In effetti, che affrontare il tema del fallimento sia un trend è evidente: anche Stanford ha lanciato il Resilience project per insegnare agli studenti a sopravvivere alle difficoltà e alle bocciature che sono normali per chi ambisce a un’istruzione di alto livello. E proprio come ad Harvard, si stanno raccogliendo le testimonianze di chi ha subito delle sconfitte. Il titolo dell’iniziativa è Stanford, I screwed up , cioè Stanford, ho combinato un casino .

Dagli errori s’impara davvero
Nei grandi college americani si sentono tanti discorsi e consigli su come risollevarsi dopo un sconfitta. Ma è davvero possibile per un manager far ripartire la propria carriera, dopo un licenziamento per il mancato raggiungimento degli obiettivi aziendali o per aver commesso errori gravi? «Dipende dal tipo di azienda», spiega Danzi. «Nelle aziende molto tradizionali, che cercano solo candidati provenienti dal settore, per fare solo quello che hanno sempre fatto i loro predecessori, un licenziamento nel curriculum taglia le gambe. Ma nelle aziende innovative, che chiedono manager capaci di sperimentare nuove idee, uno che ha sbagliato è percepito come uno che ha fatto un tentativo di innovazione, anche se non è andato a buon fine». È la logica della Silicon Valley, dove chi ha fondato molte start up fallite trova altrettanti finanziatori, perché, se continua ad avere il coraggio di riprovare, prima o poi tirerà fuori l’idea vincente.

La parola chiave è resilienza
ll Success and Failure Project di Harvard vuole insegnare soprattutto a reagire con forza ed elasticità ai colpi della vita. È il concetto di resilienza, nato per descrivere le proprietà dei metalli, poi adottato dagli psicologi e ora diffuso anche in economia e tra i manager. In qualunque campo, “resiliente” è chi, di fronte a un trauma non si spezza, modifica la propria forma per adattarsi alla situazione e continua a funzionare. Uno dei suggerimenti, per riuscire a essere tali, è immaginare di raccontare il proprio fallimento dopo averlo utilizzato come insegnamento per arrivare al successo. Pensarlo come una tappa sulla strada verso un luminoso futuro aiuta a recuperare l’autostima e a capire quali aspetti di quell’esperienza possono essere utili per il domani. E, visto che si è sopravvissuti, si trova il coraggio di ritentare. Ma non allo stesso modo: la resilienza non è rigidezza, anzi è l’opposto. Un individuo o una struttura aziendale è resiliente se reagisce individuando quegli schemi di comportamento che l’hanno portata alla sconfitta e li sostituisce con schemi nuovi. Se ha fortuna, sono più efficaci. Se no, falliranno diversamente. E, fallendo sempre meglio, si troverà il sistema vincente. L’importante è non arrendersi.

Il nemico è la paura
Il perfezionismo, cioè la paura di commettere anche il più piccolo errore, secondo la dottoressa Lipson è il vero nemico del successo. «Chi teme troppo di sbagliare, non è disposto a correre rischi e non scoprirà mai niente di nuovo», spiega. Per non rischiare di fallire, i perfezionisti finiscono per scegliere percorsi di studio e di lavoro al di sotto delle proprie possibilità. O per rinunciare subito a un obiettivo, se non riescono a raggiungerlo la prima volta. In genere, pensano in termini di bianco/nero, cioè o trionfo o disastro. E, di fronte al rischio, si paralizzano. Il sito di Harvard, a questo proposito, riporta la citazione del grande pilota Mario Andretti: «Se ti sembra tutto sotto controllo, non stai andando abbastanza forte».