Massimo Milletti

Massimo Milletti

La crisi ha cambiato assetti di mercato aziendali. Quali caratteristiche devono avere in tale contesto i manager per cogliere e sfruttare i primi segnali di ripresa?
Grande flessibilità, imprenditorialità, creatività, capacità di vedere i business con occhi totalmente diversi, apertura internazionale.

Ci sono differenze tra ciò che le aziende vi chiedono e quanto consigliate loro?
Tipicamente le imprese preferiscono profili di candidati provenienti dal proprio settore. Al contrario, noi spesso consigliamo professionisti provenienti da altri campi, che possano apportare competenze mancanti e aiutare nella ridefinizione del business.

Quali sono le posizioni più richieste?
Oggi c’è una forte focalizzazione su tutto ciò attiene alla riduzione dei costi, e quindi sono particolarmente richiesti i responsabili di supply chain, i responsabili degli acquisti, i cfo.

Nel nostro Paese hanno sempre contato molto età e notorietà. Le imprese sono ancora condizionate da questi fattori?
L’età è diventata un fattore irrilevante. Più che la notorietà oggi conta molto la reputazione che una persona si è costruita nel proprio ambiente, l’aver conseguito un track record dimostrabile.

Ci sono ruoli e aree a per cui vengono richieste con più frequenza manager donne?
Sono molto richieste per le posizioni di Hr manager, internal audit e in parte per le posizioni dell’area amministrazione finanza e controllo. Sarebbe interessante aprire maggiormente alle donne l’area degli acquisti, nella quale possono mettere a frutto molte caratteristiche peculiari.

Conta avere un background internazionale?
Il mercato del lavoro in Italia è decisamente spaccato in due: le aziende che operano su base prettamente nazionale e le aziende internazionali. Per queste ultime è fondamentale che il candidato abbia un background internazionale, possibilmente con lunghi soggiorni lavorativi all’estero.

I super-stipendi sono ancora realtà diffusa?
Decisamente c’è una tendenza a pagare i manager molto meno rispetto al passato. C’è, inoltre, un forte orientamento ad aumentare la componente variabile, basata sul raggiungimento di risultati triennali.

È vero che le aziende oggi tendono a valorizzare i profili interni piuttosto che cercare nuove figure da inserire?
È indubbio, l’ottica è quella di una riduzione dei costi e del rischio sempre legato all’introduzione di persone dall’esterno. Purtroppo però, nella configurazione attuale, nella quale le aziende hanno puntato su organizzazioni estremamente piatte, difficilmente si sono venuti a creare dei numeri due che abbiano formazione e spessore manageriale tali da poter diventare i numeri uno. Inoltre, in contesti nei quali è auspicata una forte discontinuità, è prevalente la tendenza a rivolgersi a manager esterni. La possibilità, dunque, che i numeri due crescano è molto legata alla continuità dell’azienda e alle fasi di sviluppo e crescita.

Le Pmi italiane hanno finalmente intrapreso la strada della managerializzazione?
Nelle aziende padronali da sempre prevale l’utilizzo di manager esterni in contesti di difficoltà delle aziende. Una volta che la situazione si è ristabilizzata, capita però di frequente che l’imprenditore riprenda le redini dell’azienda.

C’è ancora richiesta di temporary manager?
In questo contesto è molto difficile dare una chiara definizione di quelli che sono i temporary manager, poiché sono numerosi i dirigenti che, trovandosi privi di occupazione, accettano contratti a tempo determinato o a progetto.

ARTICOLO PRINCIPALE - A ogni stagione il suo manager