In Io Robot , Will Smith è il detective Del Spooner, impegnato a combattere contro un cervello positronico che vuole governare sugli umani

Il primo monito è stato lanciato da Elon Musk, creatore di Paypal: l’intelligenza artificiale è più pericolosa del demonio (ma intanto lui ha investito 40 milioni assieme a Mark Zuckerberg in una macchina che replica il cervello umano). Poi è arrivato Stephen Hawking, secondo cui «le macchine ci soppianteranno», mentre Bill Gates si dichiara «preoccupato per i progressi incontrollati» dell’AI ma continua a puntarci: la “sua” Microsoft investe un quarto delle risorse proprio in questo campo. Che sta succedendo? Lo abbiamo chiesto a filosofi e scienziati. In sintesi: Intelligenza artificiale sì, ma con delle regole. Che ancora non esistono e vanno create al più presto, altrimenti il rischio – per ora solo teorico – diventerà concreto.

Facciamo subito un esempio. «Quando le macchine saranno in grado di prendere decisioni autonome dal loro creatore», prova a immaginare il filosofo Marcello Frixione dell’Università di Genova, «di chi sarà la responsabilità in caso di errore, del cervellone o dell’ingegnere che lo ha costruito? Penso, per esempio, alle applicazioni militari, ai futuri robot-soldati, ma anche alle macchine intelligenti che si occuperanno di assistenza e cura alle persone malate». Un rischio che oggi è sopravvalutato, precisa il filosofo, perché siamo ancora molto lontani dal giorno in cui le macchine ragioneranno come la nostra mente, «e forse questo non sarà mai possibile», ma nel frattempo bisogna disegnare tutti gli scenari possibili e le eventuali contromisure, prima che le macchine prendano il sopravvento.

LA REALTA' DI OGGI. A nostra insaputa, già oggi la maggior parte dei bollettini finanziari con l’andamento delle azioni e la chiusura dei mercati è scritto automaticamente da un computer. Teoricamente, anche l’articolo che state leggendo potrebbe essere stato generato da un software. «E chi vi garantisce che la voce al telefono sia la mia?», è la provocazione lanciata da Marco Piastra, professore a contratto di Intelligenza artificiale all’Università di Pavia, «e non quella di un sintetizzatore vocale? Il vero problema è proprio questo: non esiste una normativa che obblighi a dichiarare l’uso di intelligenza artificiale nelle interazioni con gli esseri umani, col risultato che non sapremo mai, quando interagiamo attraverso un computer, chi ci sia veramente dall’altra parte». Insomma, la preoccupazione c’è e lo dimostra il recente manifesto, sottoscritto da 400 scienziati di tutto il mondo, che mette in guardia sui potenziali rischi legati all’Intelligenza artificiale. Perché tante cassandre proprio oggi? Perché siamo alla vigilia di una svolta epocale.

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I geni dell'hi tech iniziano a dubitare dell'AI

«Dopo un periodo di grande interesse sull’argomento, tra gli anni ‘70 e ‘80, quando molte aziende, penso all’Eni e all’Enel, avevano un dipartimento interno di AI», continua il professor Piastra, «l’entusiasmo si è raffreddato, tra il ‘90 e il 2000, perché le ricerche non davano nessun risultato straordinario e soprattutto nessun ritorno sugli investimenti nell’immediato. Poi la corsa è ricominciata, complici alcuni colossi mondiali, come Google e la macchina che si guida da sola, e oggi si cominciano a vedere dimostrazioni spettacolari».

Insomma, sono lontani i tempi in cui ci stupivamo quando Deep Blue sconfiggeva a scacchi Kasparov grazie alla capacità di calcolare 100 milioni di posizioni al secondo, perché oggi ci riesce una qualunque applicazione per smartphone. E fanno sorridere i primi tentativi di costruire robot veri, come il cagnolino Aibo di Sony nel 1999 o il piccolo astronauta della Honda, Asimo, che parla, corre e balla ma durante una dimostrazione nel 2006 inciampa mentre sale un semplice gradino. In pochi anni, la tecnologia ha fatto passi da gigante. E la macchina è ripartita, anche in Italia. Del resto noi siamo il sesto mercato mondiale dei dispositivi robotici e tra i primi dieci produttori, «anche se la crisi si è fatta sentire», precisa Frixione, «rallentando la produzione, mentre i pochi finanziamenti vanno di prevalenza a chi garantisce Roi nel breve periodo e applicazioni pratiche dall’oggi al domani, il che lascia fuori molta della ricerca di base, che ha tempi più lunghi».

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CI SI CHIEDE DI CHI SARÀ

LA RESPONSABILITÀ

IN CASO DI ERRORE QUANDO

LE MACCHINE POTRANNO

PRENDERE DECISIONI

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I VANTI ITALIANI. Rimaniamo comunque ai primi posti e i nostri centri di ricerca in robotica sono poli di eccellenza a livello mondiale: è qui che si studiano i robot domestici, quelli medici o veicoli senza pilota. Sfogliando il Libro bianco della robotica in Italia , compilato dall’Enea – l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile – scopriamo un Belpaese dei robot che lavora, progetta e disegna il futuro.

È in Liguria, per esempio, all’Istituto italiano di tecnologia, che è nato il robot umanoide iCub, grazie alle ricerche di Giorgio Metta, Roberto Cingolani e Giulio Sandini. Si fa ricerca applicata nell’area btorinese, sperimentando l’integrazione tra università e industria (Comau, Prima) e in Toscana, alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, dove il professor Paolo Dario, direttore dell’Istituto di Bio-Robotica, è titolare di circa 50 brevetti internazionali e assieme alla professoressa Cecilia Laschi lavora a numerosi progetti nel campo della biorobotica.

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Alcuni esempi di applicazioni dell’AI: in alto, la Google Car, che si guida da sola; a lato il cagnolino Aibo di Sony (1999); nella pagina accanto, il robot Asimo, della Honda (2006). Durante una dimostrazione inciampò su un semplice gradino

C’è Antonio Bicchi, alla guida del gruppo di Robotica del Centro interdipartimentale di ricerca E. Piaggio, che studia l’intelligenza “del fare”, forse quella più difficile per i robot di oggi, tanto potenti ma privi di abilità manuali, e lo stesso fa a Napoli il professor Bruno Siciliano, una vera autorità in materia e alla guida numerosi progetti, tra i quali il RoDy-Man, un robot con braccia, mani e testa che dovrebbe superare tuti gli attuali limiti di abilità di un “braccio meccanico”.

Poi ancora, in ordine sparso: siamo all’avanguardia nello studio della visione artificiale grazie al professor Alberto Broggi del VisLab di Parma, nella applicazioni di chirurgia assistita da robot con il laboratorio di ricerca Altair del professor Paolo Fiorini all’Università di Verona e nell’ispezione vulcanica robotizzata all’Università di Catania, mentre al Politecnico di Milano Andrea Bonarini si occupa dell’aspetto ludico e formativo, con robot che sanno fare edutainment, giocare e aiutare.

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L’AI NON È SOLO QUELLA CHE SI STUDIA

NEI LABORATORI DI RICERCA, È GIÀ QUI TRA NOI.

E QUESTO SUSCITA PERPLESSITÀ

SUL SUO USO NON REGOLAMENTATO

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NELLA VITA QUOTIDIANA. Ma attenzione: l’intelligenza artificiale non è solo quella che si studia nei laboratori di ricerca, anzi. È già qui tra noi e, forse, questo suscita tante perplessità sul suo utilizzo incontrollato e non regolamentato. «Ormai chiunque con pochi spiccioli può programmare gli oggetti più personali affinché si attivino in concomitanza di certi eventi sportivi», dice Cosimo Palmisano, vicepresidente di Decisyon, «oppure possiamo far twittare la nostra auto da sola quando supera un determinato luogo. Fra pochi anni sono previsti miliardi di oggetti collegati a Internet e fra di loro. Immaginate device elettronici che si auto-diagnosticano un problema, lo mandano via social network alla casa madre e l’utente si ritrova a casa il pezzo da cambiare. A livello industriale questo si chiama Internet of Everything, perché collega non solo le macchine ma anche le persone e i processi aziendali. Cisco e Salesforce stanno promuovendo queste soluzioni e anche noi. A dimostrazione che il mondo delle macchine sta prendendo vita», continua Palmisano, «c’è l’annuncio di Facebook: sono riusciti a collegare le macchine ai social e fra qualche anno la mia auto chiederà l’amicizia all’auto di mia moglie su Facebook oppure saprò quante volte sono andato a cena con la stessa giacca e cravatta, e la stessa persona».

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LA REALTÀ VIRTUALE POTREBBE

SOSTITUIRE I FRONT OFFICE,

I ROBOT PRENDERE IL POSTO

DEI CUSTOMER SERVICE,

GLI OLOGRAMMI SFRATTARE

LE SEGRETARIE DALLE SCRIVANIE

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L'UFFICIO DEL FUTURO. Anche in ufficio le cose stanno cambiando. L’intelligenza artificiale permette, infatti, di ottimizzare processi aziendali che diversamente sarebbero incontrollabili, ed è in grado di prendere decisioni utilizzando l’enorme volume di dati oggi disponibile su qualsiasi argomento. A un livello più basso, la realtà virtuale potrebbe sostituire il front office, i robot prendere il posto del customer service o dell’ helpdesk, gli ologrammi sfrattare le segretarie dalla scrivania. È questo l’ufficio del futuro, almeno secondo quello che i dipendenti di molte aziende credono, e forse temono.

Secondo una ricerca commissionata da Ricoh Europe a Coleman Parkes, infatti, la realtà aumentata assieme agli occhiali intelligenti potrebbe portare a nuovi scenari, come immagini 3D e ologrammi. Domani? No, già oggi. L’esperimento, costato 12 mila sterline, è stato fatto dal Brent Council di Londra: Shanice è un’assistente virtuale “proiettata” dietro una scrivania, lavora 24 ore su 24 e sette giorni su sette e non chiede straordinari. Peccato non abbia sentimenti, lavorerebbe meglio, perché “le emozioni”, ci insegna il professor Piastra che le applica ai robot, «sono una risorsa, non una limitazione: quando si devono prendere decisioni importanti serve anche il cuore».