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Non era una macchina, ma “la” macchina

Non era una macchina, ma “la” macchina Torna a Leica, l’obiettivo sul Novecento
Giovedì, 24 Aprile 2014
Gianni Berengo Gardin

GIANNI BERENGO GARDIN, tra i più noti fotografi italiani, ha iniziato la sua carriera per Il Mondo di Pannunzio ma collabora anche con alcune delle più grandi testate nazionali e internazionali. Molte delle più incisive fotografie degli ultimi 50 anni provengono dal suo archivio.

«Fino a poco tempo fa Leica non era una macchina, ma “la” macchina. Non c’era niente che vi si avvicinasse per ottiche, meccanica, facilità d’uso e ingombro. Io non ho iniziato con Leica, perché ai miei tempi si utilizzava il formato 6x6, ma sono stato uno dei primi in Italia a rompere questa tradizione, affidandomi al formato 24x36 e a lavorare con una Leica nel 1955. Per me quella fotocamera era un sogno che non potevo permettermi all’inizio, poi l’ho realizzato, utilizzandola ininterrottamente fino a oggi. Sono passato attraverso tutti i modelli: M2, M4, M5… Ora utilizzo una M7. In tutto, tra Leica a vite e a baionetta, ne possiedo una quindicina e tuttora preferisco utilizzare la pellicola: trovo che sia più pertinente al mio lavoro.
La mia foto preferita? Ho un archivio di 1,5 milioni di scatti, dirne una in particolare… Ce ne sono parecchie che amo. Diciamo che le mie foto più note sono quella dell’automobile in Gran Bretagna e quella del Vaporetto a Venezia (foto ) che, come diceva Cartier-Bresson, coglie il “momento decisivo”. I giovani la guardano e pensano sia fatta con Photoshop, ma quando l’ho scattata Photoshop non esisteva. Non esisteva nemmeno il computer!».

Vaporetto © Gianni Berengo Gardin
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