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Quando è ben fatta, la fotografia è interessante. Quando è fatta molto bene, diventa irrazionale e persino magica. Non ha nulla a che vedere con la volontà o il desiderio cosciente del fotografo. Quando la fotografia accade, succede senza sforzo, come un dono che non va interrogato né analizzato», sostiene Elliott Erwitt. Parole che possono uscire con umiltà solo da un grande personaggio.
L’idea del celebre fotografo lascia intuire la possibilità per chiunque di scattare una bella immagine. Così è in effetti. Ecco perché la fotografia coinvolge milioni di persone, a ogni latitudine. È un gesto semplice e, nell’era digitale, anche immediato: si inquadra, si scatta, si vede. Non era così per i pionieri che, per immortalare un momento, avevano bisogno di ingombranti attrezzature e vincolanti tempi per lo sviluppo. Basta tornare al primo scatto “ufficiale” per rendersi conto dei progressi compiuti. Era il 9 luglio del 1839 quando al procedimento fotografico di Louis Jacque Mandè Daguerre, scenografo e creatore di diorami, venne concesso il brevetto dall’Accademia delle Scienze di Parigi. Nasceva così il “dagherrotipo”: una lastra ricoperta d’argento che, esposta ai vapori dello iodio (ioduro d’argento), messa in camera oscura e posizionata davanti al soggetto da riprendere, dopo una posa decisamente lunga e un lavaggio in sale marino e mercurio (per eliminare ogni residuo), mostrava un’immagine speculare dell’oggetto. Con questa tecnica ogni fotografia era un unicum, non era possibile realizzare copie che diventeranno disponibili solo a partire dal 1841 con l’invenzione dei negativi da parte dell’inglese William Henry Fox Talbot. Ai primi del ‘900 per scattare una fotografia di qualità (per gli standard di allora), era necessario portarsi dietro un armamentario di oltre sette chili tra fotocamera, cavalletto e lastre. Oggi si ottengono risultati strabilianti con dispositivi che pesano meno di 300 grammi. Nonostante siano dei concentrati di tecnologia eccezionali, non è detto che i moderni lascino il segno come hanno fatto in passato alcuni celebri predecessori. La storia, in effetti, ha prodotto alcuni veri e propri miti: basti citare tre nomi come Leica, Hasselblad e Polaroid.

FRANGENTI MITICI
A mettere un punto fisso nella storia fu proprio Oskar Barnack, il papà della Leica, quando, ormai più di cento anni fa, realizzò la prima fotocamera per pellicola di formato 35 mm (24 × 36 mm), ponendo le basi per la moderna fotografia così come abbiamo imparato a conoscerla. Era il 1914: nel laboratorio di quella che allora si chiamava ancora Leitz Werke Wetzlar, prese vita la Ur-Leica, la Leica originaria (La storia di Leica). Una macchina piccola e leggera, nata per sostituire le scomode e ingombranti fotocamere a lastre. Era facile prevedere che sarebbe diventata la macchina dei grandi fotografi, pronti a immortalare momenti irripetibili. Il nome Leica non a caso viene associato a mostri sacri come Henri Cartier-Bresson, Alberto Korda, Josef Koudelka, Thomas Hoepker e il nostro Gianni Berengo Gardin, i cui scatti hanno raccontato con perentoria poesia il secolo scorso.

Scatto dopo scatto 

1839
Dopo secoli di studi, è l’anno ufficiale della nascita della fotografia, con il riconoscimento a Daguerre e al suo procedimento ‘positivo’ con il fissaggio delle prime immagini su lastre metalliche. «Da oggi la pittura è morta», si dice all’Accademia di Francia

Louis-Daguerre

1887
L’emulsione sensibile viene stesa su supporto di celluloide, la prima vera e propria ‘pellicola’

1888
Nasce la Kodak, con il primo apparecchio a pellicola circolare da 100 pose che viene caricato in fabbrica e restituito per lo sviluppo

The Kodak

1891
La fotografia a colori è una realtà dopo mezzo secolo di sperimentazioni e tentativi. Due anni dopo arriva il bulbo-flash elettrico al magnesio

1895
Arriva il cinema, i fratelli Lumière usano una bobina di pellicola in formato 35 mm e producono il primo filmato proiettabile in pubblico

Louis-Lumière

1899
Valentin Linhof realizza la celebre macchina a pellicola che porta il suo nome: gli obiettivi e il dorso, decentrabili e basculabili, erano montati su un telaio con soffietto

1925
Leica introduce il formato 35 mm (quello delle pellicole cinematografiche) che verrà per l’appunto soprannominato ‘formato Leica’

1949
Nasce la Polaroid con pellicola a sviluppo immediato (o quasi) direttamente in macchina, avrà grandissima fortuna negli anni ’60 e ’70

Christie Brinkley-Polaroid

1981
Sony produce la prima fotocamera digitale con supporto di memorizzazione estraibile (un floppy disk), mentre Pentax produce la prima reflex con autofocus

2006
La reflex sposa il video, Olympus presenta la prima reflex con live view, si può fare a meno del mirino ottico e l’immagine viene formata ‘in continuo’ dal sensore

Reflex-Olympus

In quanto a miti, non è seconda neppure l’Hasselblad che può fregiarsi di un primato inimitabile. La fotocamera svedese è stata, infatti, utilizzata per catturare i primi passi dell’uomo sulla Luna. Si dice che la scelta della Nasa di usare questa macchina sia legata all’acquisto in un negozio di Houston da parte di Walter Schirra, astronauta e fotoamatore, che si rese conto dei pregi dell’apparecchio. Dopo una modifica per “uso spaziale” realizzata dai tecnici americani, venne utilizzata per la prima volta nel 1962 durante un volo di addestramento e poi consacrata alla storia nell’allunaggio del 1969. Il primo modello utilizzato da Neil Armstrong non arrivò mai sulla Terra, fu lasciato sul satellite per motivi di peso. Tornò invece indietro l’Hasselblad 500 EL usata nella missione Apollo 15 del 1971 che scattò 299 fotografie sul suolo lunare. Proprio questo modello è stato venduto all’asta per 660 mila euro. Anche il marchio svedese ha avuto estimatori di livello tra cui Lee Friedlander, Ansel Adams e Albert Watson.
Una piazza d’onore se la merita pure la Polaroid che, grazie alla sua capacità di produrre fotografie istantanee, ha anticipato l’era digitale. Venne largamente utilizzata da artisti come Salvator Dalì, Andy Warhol e Mario Schifani. Nata negli Stati Uniti nel 1937, diventa per tutti un oggetto di consumo di massa negli anni ’70 con il famoso modello Land Camera 1000. È anche grazie a questi simboli che la fotografia ha continuato a coinvolgere milioni di amatori, spingendo alcuni a diventare dei veri professionisti.

SPERIMENTARE SEMPRE
«Senza passione non puoi fare il fotografo e probabilmente nessun altro lavoro creativo», ci dice Stefano Guindani, celebre fotografo italiano di reportage e moda. «La passione è fondamentale per affrontare una spesso lunga e faticosa gavetta, dove – specialmente all’inizio – si guadagna molto poco. La passione ti spinge anche a studiare, a rimanere informati, a ricercare e sperimentare, superando fatica e ostacoli. La ricompensa però è alta: riuscire a fare della propria passione un mestiere non ha prezzo». Le parole di Guindani assomigliano a quelle di molti altri fotografi diventati poi famosi, quasi tutti hanno consumato le suole delle scarpe prima di farsi largo in una ristretta nicchia di professionisti capaci di guadagnare bene, per non dire molto. Ma la passione non sempre sfocia in un vero e proprio lavoro, per molti la fotografia è e rimane un hobby. Ecco perché continua a essere un mercato florido nonostante il cambio di paradigma generato dall’era digitale e dall’avvento dei cellulari.
Secondo le stime di Transparency Market Research, questo comparto raggiungerà alla fine dell’anno un valore di 82,6 miliardi di dollari con una crescita rispetto al 2015 del 5,9 per cento. Numeri importanti che non dovrebbero sorprendere più di tanto, visto che il settore fotografico ha molte declinazioni: ci sono ovviamente le fotocamere, ma anche gli obiettivi, i cellulari con vocazione fotografica, le schede e i supporti di memoria, le stampanti dedicate e molti servizi online. L’innovazione è un driver fondamentale. «Gli smartphone hanno democratizzato l’accesso alla fotografia: oggi chiunque, in qualunque momento, può scattare una foto. Questo da una parte è stato un bene, dall’altra però ha reso “fotografi” anche coloro che non lo sono, rovinando un po’ il mercato. A volte sembra che contino più i like su Facebook, in realtà è sempre la qualità che fa la differenza, qualità che si raggiunge solo con l’impegno, la ricerca e lo studio», sottolinea ancora Guindani. Certo è che il boom di Instagram dimostra chiaramente quanto la fotografia rimanga uno strumento di comunicazione in grado di resistere benissimo anche ai nostri tempi. Oggi si contano oltre 400 milioni di utenti attivi sul social network di imaging, con un tasso di foto caricate ogni giorno di circa 80 milioni, mentre l’archivio digitale presente sulla piattaforma acquistata da Facebook nel 2012 è di oltre 40 miliardi di immagini.

CONDIVIDERE EMOZIONI
Il merito di questo boom è legato indubbiamente alla capacità dei cellulari di generare fotografie sempre di maggiore qualità, potendole condividere subito sulla rete. Ne è convinta Lauren Bath, la celebre instagramer australiana con quasi mezzo milione di seguaci che ci ha detto: «Oggi il bello della fotografia è che rimane uno strumento per raccontare la realtà che ci circonda, ma ora puoi condividerla immediatamente con chiunque, rendendo partecipi altre persone delle tue emozioni». Ovviamente l’avvento del digitale ha permesso a chiunque di condividere molte più esperienze rispetto al passato. Non sempre di primaria importanza. «Quando si scattavano le foto con la pellicola, nessuno si sognava di immortalare il piatto che si aveva davanti, ora lo fanno tutti» dice ironicamente Stefano Guindani. In effetti l’evoluzione del numero delle fotografie scattate è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. Basta pensare che nel 1900 Kodak stimava che furono scattate 13 milioni di foto, mentre nel 1990 si era balzati a 57 miliardi di foto: solo l’anno scorso, secondo Data Source, sono state realizzate mille miliardi di immagini. Gli analisti prevedono che nel 2017 il 78,8% di tutte le foto scattate verranno realizzate con uno smartphone. A rendere vivo il mercato, soprattutto quello degli amatori e dei professionisti, saranno però le fotocamere di nuova generazione e altri strumenti innovativi.

NUOVE FRONTIERE
Basta passare in rassegna i modelli più recenti per rendersi conto che la tecnologia continua a sfornare dispositivi con prestazioni inimmaginabili solo fino a qualche anno fa. Alcune compatte digitali di ultima generazione sono in grado di mandare in soffitta le reflex. La Cyber Shot RX1R II di Sony è in grado di racchiudere in un corpo macchina di appena 11x6 cm, un sensore full frame da 42,4 milioni di pixel, raggiungendo una sensibilità Iso fino a 25.600, rendendo così possibile scattare foto praticamente al buio. Non sorprende, quindi, che molti professionisti inizino a utilizzare questo genere di apparecchi per i loro lavori.
Ma a rendere esaltante il lavoro del fotografo e a scaldare la passione degli amatori ci sono ora a disposizione nuovi strumenti. La fotografia aerea, che prima era possibile solo con l’elicottero, adesso è facilmente accessibile con droni che costano meno di mille euro. In barba a quello che diceva Robert Capa: «Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino», il mercato delle immagini aeree varrà quasi due miliardi di dollari entro il 2019. E che dire delle immagini a 360 gradi, nuova frontiera dell’industria? Insomma, a quasi 180 anni dalla nascita, il futuro della fotografia non è mai stato così luminoso.