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La Rete è come l'acqua, c'è sempre chi prova a inquinarla

La Rete è come l'acqua, c'è sempre chi prova a inquinarla Torna a contratto Tim Berners Lee salvare internet
Giovedì, 07 Maggio 2020

Il “mastro tecnologo” Gigi Tagliapietra ripercorre la storia dell’ultimo quarto di secolo dalle prime reti civiche a oggi tra entusiasmo e pericoli: «Il Web sarà sempre quello che vogliono farne gli utenti. E per questo bisogna tornare a educarli»

Gigi Tagliapietra

Dalle prime reti civiche italiane alla Carta dei diritti dei bambini in Rete, un progetto dietro l’altro tenendo il passo della rivoluzione di internet. Gigi Tagliapietra, classe 1954, ha vissuto la sua carriera di imprenditore informatico – o “mastro tecnologo”, secondo la definizione che dà di se stesso – puntando sempre a valorizzare il contributo sociale di questa dirompente rivoluzione. Di fronte alle derive recenti, che rendono forse indispensabile un Contratto per il Web come quello proposto da Tim Berners-Lee, Tagliapietra conserva molta fiducia nel futuro della Rete. 

Quando lei e tanti altri visionari nel 1994 mettevate in piedi le prime reti civiche del nostro Paese, avreste mai immaginato cosa sarebbe diventato internet un quarto di secolo dopo?
È diventata un’altra cosa rispetto alle premesse, ma ricordo una frase di Fiorella Di Cindio (professore associato al Dipartimento di Informatica dell’Università Statale di Milano, ndr ): «La Rete sarà quello che ne vorranno fare i cittadini». Ciò che sconvolge ancora oggi è la mancanza di un centro: una situazione che presuppone una bontà intrinseca dell’umanità. Quello che è andato storto – anche nel racconto mediatico, direi – nel Web odierno è che sembra dare più voce agli urlatori, ai cattivi rispetto ai buoni. Tuttavia, non possiamo dimenticare che la Rete ha creato e continua a creare una quantità straordinaria di opportunità. 

Lei, per esempio, ha lavorato tanti anni nella sicurezza informatica e su tanti altri progetti, pur vivendo tra il Garda e la Val Pusteria. Essere al centro pur vivendo lontano dai grandi centri, è una delle opportunità più importanti offerte dalla Rete?
A casa mia, a Sesto (Bolzano), ho una connessione a 100 Mb in fibra ottica: è qualcosa di straordinario poter lavorare in modo ottimale dal posto dove voglio vivere. Così come 25 anni fa dare accesso alle biblioteche era qualcosa di sensazionale per i piccoli Paesi: a Milano, in fondo, c’erano già. Come ci dicemmo con Tim Berners-Lee quando lo incontrai in Australia per un convegno, il Web è il posto dove conti se hai qualcosa da dire, indipendentemente da dove ti trovi. Non esiste azienda o entità che si possa dichiarare neutrale rispetto a questo processo, così come è impossibile per un cittadino non saper usare questi strumenti. Questo lo avevamo capito già 25 anni fa quando parlavamo dei primi corsi di alfabetizzazione informatica: il problema è ancora attuale e c’è un lavoro da fare.

Oggi chiunque ha in mano uno smartphone ed è online. Forse si è smarrito proprio questo approccio educativo: molti utenti non hanno gli strumenti per farlo in consapevolezza e sicurezza?
C’è una grande quantità di persone che si dedica ancora a questa attività: ho fatto un laboratorio per i cittadini a Sirmione pochi anni fa, a Como ci sono i Coderdojo con Gaspar Torriero. In più c’è la scuola che ha fatto passi da gigante in questi anni. La complessità da spiegare è tanta: i millennial non sanno nemmeno cos’è un router. Un po’ come sul tema delle fake news: che cos’è la verità? La filosofia occidentale se lo chiede da millenni. E da tempo giornali e Tv hanno dimostrato di non essere infallibili. Il problema di fondo, perciò, è la velocità con cui avviene il cambiamento. Ho appena installato un sistema di intelligenza artificiale Alexa di Amazon in casa: se ci fermiamo un attimo a pensarci, è una macchina a cui parliamo. È trasformazione epocale che ci passa sotto il naso. Ci impone un cambiamento sociologico ben più profondo di quello tecnologico.

È giusto, quindi, che il Contratto si chiuda con l’appello ai cittadini «a combattere per il Web»?
Certo, la Rete è come l’acqua: c’è sempre chi cerca di inquinarla, chi prova a privatizzarla o a recintarla. Quando il capo della sezione Business di Telecom Italia assistette alla prima dimostrazione di una chiamata Voip, riuscì a rispondere solo con un gelido «sì, purtroppo vi sento» alla telefonata. Comprese subito che il suo mondo stava per essere stravolto. I tentativi di ricostruire monopoli ormai inesistenti o di costruire aree privilegiate attaccando la net neutrality continueranno: il nostro compito come cittadini è difendere l’apertura del Web. Tutti i giorni proteggiamo quello cui riconosciamo un valore, perché non dovremmo farlo con internet? 

Perché non riusciamo a spiegare che è un valore?
Il concetto di privacy è un po’ ostico per gli italiani, ecco perché quando ne parlo uso il termine intimità. Difendere la propria intimità sì che è importante: c’è dentro un pezzo di noi. Ti farebbe piacere se qualcuno entrasse nel tuo giardino a curiosare? No, così quando spiego le password ai ragazzini dico che sono come le mutande: non si mostrano a nessuno, se sono lunghe ti proteggono di più e le devi cambiare spesso. Il mondo reale e digitale sono solo due facce della stessa medaglia.

Il grosso del potere online è in mano, però, a poche compagnie. Come si fa a controllare anche l’operato di questi colossi?
Questo contesto è velocissimo, chi non si adegua muore. Sono scomparse la Compaq, la Novell di cui portai le prime reti in Italia. Ibm ha ceduto i portatili, senza dimenticare il caso Nokia. Parliamo di soggetti importanti, ma la legge di internet è inesorabile. Come dice l’ingegner Pontremoli di Dallara, oggi non vale più «pesce grande mangia pesce piccolo», ma «pesce veloce mangia pesce lento». Se Apple o Facebook diventeranno dei giganti enormi e lenti, saranno fregati da una nuova “anguilla” sgusciante. 

In questo quadro, qual è il ruolo che possono ricoprire le istituzioni nazionali e internazionali?
Il mio impegno nelle reti civiche trovò l’ispirazione nel libro bianco di Jacques Delors, presidente della Commissione europea che nel 1993 scrisse questo volume in cui diceva: «Crescita, competitività e occupazione, le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo». L’Ue già 30 anni fa aveva capito che il digitale era la base per affrontare il futuro della crescita e della disoccupazione, ma i governi lo hanno un po’ dimenticato. La competitività non passa attraverso i dazi, come pensa Donald Trump. E il lavoro nasce dalla comprensione della tecnologia: molti impieghi spariscono, ma ne nascono moltissimi altri. È questo il compito dei governi, aiutare i ragazzi a prepararsi al futuro.

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