Marco D'Amore nel ruolo di Ciro Di Mario in Gomorra © Sky

Fino a qualche tempo fa, la fiction veniva bollata come un genere di serie B: era la “sorella bruttina” del cinema, quella con cui nessuno avrebbe mai voluto passare la serata. Oggi, invece, titoli come Don Matteo , Il commissario Montalbano e Squadra antimafia fanno faville in termini di audience, contendendosi gli spettatori. Il genere è diventato così l’ago della bilancia delle sfide tra Rai e Mediaset, se non addirittura l’ultima carta buona rimasta in mano alle reti in chiaro. Oramai, infatti, il calcio è una merce sempre più rara (oltre che costosa) per il prime time free, mentre il cinema annaspa inesorabilmente negli ascolti, bruciato sul tempo dai passaggi pay e on demand.

La tanto vituperata fiction, invece, è riuscita a guadagnarsi sul campo il titolo di paladina dell’Auditel, inanellando successi a spron battuto: l’ultimo è stato l’exploit da 8 milioni di spettatori del melò Un’altra vita , su Raiuno. Eppure, nonostante l’importanza strategica assunta dalla serialità, le reti non riservano al genere i dovuti investimenti. Complice la crisi economica e un mercato adv in sofferenza, i budget destinati alla produzione di fiction sono diminuiti a vista d’occhio. Basti pensare che, presi tutti insieme, oggi Sky, Mediaset e Rai investono poco meno di 300 milioni di euro, contro i gloriosi 563 milioni del 2008 e i 510 milioni del 2007 (fonte: V Rapporto sulla fiction , Fondazione Rosselli). Certo, si tratta degli anni pre-crisi economica, ma il taglio resta comunque impressionante: circa -40%.

Come se non bastasse, la Rai sta diventando l’unico riferimento per i produttori indipendenti: Mediaset preferisce privilegiare le realtà interne, come TaoDue e Ares, mentre Sky realizza ancora troppi pochi titoli all’anno per sbilanciare gli equilibri della committenza. Così, i produttori finiscono per sgomitare davanti alle porte di Viale Mazzini: stando all’analisi dell’Ofi - Osservatorio sulla fiction Italiana, nella stagione 2014/2015 hanno lavorato 29 produttori, di cui 21 solo con la Rai. Inoltre, il 70% ha legato il proprio nome a un’unica produzione. Tradotto: il mercato nostrano è all’insegna della monocommittenza. Il che, non è esattamente il massimo in termini di promozione della varietà dell’offerta, soprattutto se si considera le esigenze narrative del pubblico di RaiUno che, quantomeno per ragioni di sopraggiunta età, tende a privilegiare Che Dio ci aiuti a Il trono di spade

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RAI FICTION HA MANTENUTO

STABILE IL BUDGET

MA HA DOVUTO SPALMARLO

SU TUTTE E TRE LE RETI

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LA VIA TRICOLORE Dal canto suo, la Rai cerca di fare il proprio meglio. Tra il 2013 e il 2015, Rai Fiction è riuscita a mantenere attorno a 180 milioni di euroil budget destinato alle produzioni seriali: 180 milioni nel 2013, 182 milioni nel 2014 e 181 milioni nel 2015 (la quota per i cartoni resta stabile a 15 milioni). Cala però l’investimento destinato alla rete ammiraglia che, con la “riapertura” delle produzioni per Ratre e Raidue, vede diminuire le proprie risorse finanziarie. Contestualmente, cresce il numero di serie lunghe: se nel 2012 il 65% dei titoli in produzione erano di lunga serialità e il 35% miniserie, nel 2015 la proporzione diventa 85% e 15%.

Una svolta dettata dalla voglia di adattarsi agli standard internazionali, dove la lunga serialità regna sovrana, ma anche dalla necessità di ottimizzare i costi. Infine, va riconosciuta al servizio pubblico una certa vitalità: sotto la guida del direttore Eleonora Andreatta, RaiFiction ha di fatto abbandonato l’offerta mortifera a base di agiografie e “memoria condivisa”, a favore di una programmazione più varia, le cui parole d’ordine sono modernizzazione della figura femminile e attenzione al sociale.

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Il primo filone ha contribuito a svecchiare – in parte – i modelli delle serie familiari, concependo storie come Una mamma imperfetta o È arrivata la felicità, mentre il secondo ha dato il via a un nugolo di titoli di attualità, che strizzano l’occhio anche alla platea maschile, solitamente meno affezionata alla fiction nostrana. Solo in autunno avremo: la criminalità organizzata de Il sistema e Lea ; gli sbarchi in Lampedusa ; l’Afghanistan di Limbo , nonché il traffico di rifiuti tossici in Io non mi arrendo .

Inoltre, la Rai è l’unica a dare una vera chance alle Web series: un mondo probabilmente sopravvalutato, nonché ancora sprovvisto di un modello di business, ma che non può comunque essere ignorato a mani basse. E dire che a innovare dovrebbero essere soprattutto le realtà private… Invece, dal canto suo, Mediaset sembra più preoccupata di sforbiciare sui costi orari, che non a sperimentare. Il modello di riferimento è la serie Le tre rose di Eva il cui costo è di 750 mila euro (80’). La morale (prevedibile) è che gli ascolti del Biscione non tengono il passo. Nella scorsa stagione, l’ammiraglia Rai ha registrato una media di 5,5 milioni di spettatori contro i 4 milioni di Canale5 (dato Ofi).

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AUMENTANO LE SERIE LUNGHE

RISPETTO ALLE MINIFICTION

SEGUENDO IL TREND INTERNAZIONALE

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SEGNALI DI FUMO Questo, per quanto riguarda il mercato domestico. Sul fronte internazionale, invece, a tener banco è Sky: la piattaforma si è rivelata una vera e propria “battitrice libera” che, a dispetto dei pochi titoli realizzati e dei suoi anonimi cast, ha saputo attirare l’attenzione dei player internazionali. Se infatti oggi esistono dei primi, timidi, interessi stranieri verso la nostra offerta, lo si deve al mordente di Romanzo criminale e Gomorra . Due titoli che, non a caso, sono andati particolarmente bene fuori dall’Italia: la loro quota di ricavi esteri si attesta, rispettivamente, sul 30% e sul 35%.

Il business, insomma, funziona e Sky non solo ha intenzione di cavalcarlo, ma anche di alzare la posta in gioco. Il nuovo progetto The Young Pope ha le dimensioni della serie evento, ad altissimo budget, e pure le serializzazioni di Django e Suspiria si annunciano ambiziose. In cantiere, anche ZeroZeroZero , ispirato all’omonimo libro di Roberto Saviano. Tuttavia, come si è detto, si tratta ancora di timidi segnali: l’Italia resta un forte importatore di serie Tv e il percorso per cambiare lo status quo è decisamente lungo. Soprattutto fintanto che i network generalisti continueranno a investire al ribasso, crogiolandosi sugli ascolti sicuri garantiti dal genere. Per sfondare serve più gioco di squadra.

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