Quella spasmodica corsa delle griffe agli influencer

Chiara Ferragni, invitata a tenere una lezione ad Harvard. Un fan ha speso 5.700 euro su un sito di beneficienza per poter prendere un caffè con lei

Le griffe della moda non possono più fare a meno delle influencer. Lo conferma la società di consulenza Launchmetrics: nel 2016 il 65% delle griffe ha utilizzato volti noti del web per le sue campagne, ottenendo nell'84% un aumento della visibilità e per il 74% degli intervistati un aumento delle vendite. Tra chi non ha seguito questa strategia, il 51% lo ha fatto per mancanza di budget e per il 25% per mancanza degli strumenti necessari per gestire e monitorare la collaborazione.

Ma a che cosa servono gli influencer? A lanciare nuovi prodotti (38%) e promuovere gli eventi (36%), con effetti immediatamente riscontrabili nei numeri dell'engagement, i prodotti sponsorizzati venduti in rete e l'aumento di traffico sui canali social. I prezzi di queste collaborazioni? Incidono per il 10% del fatturato per almeno della metà dei brand di moda, ma un terzo degli intervistati investe anche di più (fino al 30%). E il 64% delle aziende è intenzionato a spendere ancora di più.

Un successo travolgente, dunque, quello delle influencer. Ma come vi abbiamo raccontato nel nostro numero di dicembre non tutto è oro quello che luccica. Dopo che Vogue Usa aveva lanciato la sua campagna contro una forma di pubblicità mascherata: «Grandi numeri non sempre corrispondono a un engagement importante», ci aveva raccontato MatteoSinigaglia, Ceo di Fashion Box a cui fa capo il marchio Replay. «Molte realtà comprano i fan, ma poi hanno pochissime interazioni ai loro post. Noi abbiamo sempre privilegiato una crescita organica che ci permette di avere un engagement molto forte sui nostri profili social. Ovviamente quando scegliamo dei partner privilegiamo figure che abbiano una visione simile alla nostra»: