«Adesso lo possiamo dire, l’esperimento è riuscito», commenta Fabrizio Cataldi, fondatore di Comunicazione italiana, all’indomani della settima edizione del Forum della comunicazione (di cui Business People è stato media partner), una delle manifestazioni di punta del Business social media. L’esperimento cui si riferisce è lo spostamento dell’evento al nuovo Palazzo Lombardia, sede della Regione, simbolo di una sempre maggiore collaborazione tra imprese e istituzioni, per tutte le giornate di lavoro organizzate da Comunicazione italiana. Compresa una novità: il Forum del design, che debutterà il 21 ottobre.
Se il claim scelto per quest’anno era “Communication Reload: dal disincanto della Grande Bellezza al manifesto del futuro della comunicazione”, il filo conduttore emerso nel corso dell’evento, sottolinea Cataldi, «è stato un ritrovato orgoglio dell’italianità, la ferma volontà di rilanciare il brand Italia. Se ne è parlato già, almeno indirettamente, a partire dalla main session di apertura, il cui focus era sul ruolo della comunicazione per lo sviluppo del sistema Paese». Al talk show – moderato da Vito Sinopoli, presidente di Editoriale Duesse – hanno preso parte Roberto Baldassari, vicepresidente esecutivo dell’Istituto Piepoli, Paolo Ainio, a.d. del grupo Banzai, Renato Vichi, Head of Media Relations Italy and Executive Communications Unicredit, Stefania Lazzaroni, direttore Fondazione Altagamma, e Andrea Prandi, Senior Vice President Corporate Communications Edison.
Baldassari ha confermato l’importanza attribuita dall’opinione pubblica alla comunicazione come strumento per uscire dalla crisi, presentando i dati della ormai consueta indagine condotta per l’occasione. Protagonista della discussione, naturalmente, il mondo digitale che, come sostiene Vichi, ha introdotto nuove logiche nel mondo del comunicatore: «Siamo già passati da un sistema dell’informazione top-down, basato sull’autorevolezza implicita della fonte giornalistica, a un sistema cooperativo, in cui a contare davvero è la capacità intrinseca al contenuto di essere condiviso, e quindi più facilmente accessibile», afferma. «Un processo che è al contempo causa ed effetto della profonda disintermediazione e frammentazione delle fonti, con cui le grandi aziende devono confrontarsi con crescente urgenza al fine di gestire impatti reputazionali, che germogliano sempre più sul terreno dell’opinione diffusa sui social network e sulle community on line». Processo nel quale Ainio intravede una «grossa opportunità per la PA, soprattutto in Italia dove l’opinione generale in merito è pessima, ma terribilmente sbagliata: all’interno del pubblico esistono perle di eccellenza invidiabile, solo che non vengono comunicate. Questo è uno dei compiti che la PA si dovrebbe dare nei prossimi anni».

Meno carta, più video

Il parere di Simone Tani, Manager of Economic Development del Comune di Firenze

«Il rilancio del brand culturale italiano nel mondo è un obiettivo per tutto il Paese, ma lo è soprattutto per gli snodi chiave che promuovono e producono la cultura, ossia le grandi città», sottolinea Simone Tani. «Il primo passo da fare sarebbe quello di lavorare in rete per portare avanti iniziative complementari funzionali alla promozione dell’intero sistema delle nostre produzioni culturali».

E il secondo?
Superare le frammentazioni che caratterizzano il settore pubblico, semplificando, riducendo i livelli di decisione e garantendo processi veloci.

Quanto conta la comunicazione in tutto questo lavoro di rilancio?
È fondamentale. La nostra comunicazione culturale è obsoleta, legata alla capacità di raccontare scientificamente la storia dell’arte e i progetti culturali, ma del tutto dimentica di un aspetto decisivo: cercare di essere interessante per chi l’ascolta.

Come potrebbe diventarlo?
Oltre agli storici dell’arte si potrebbero coinvolgere figure del mondo dei media per costruire progetti di comunicazione culturale in grado di stimolare l’interesse specialmente dei Paesi emergenti, nei quali non siamo così conosciuti. In particolare, oggi siamo molto concentrati su testo scritto e le foto, ma dovremmo puntare molto di più su materiale video.

Per esportare, bisogna prima farsi conoscere

A colloquio con Andrea Maffini, Ceo Hqi – High Quality Italy

La comunicazione? È un fattore chiave per l’internazionalizzazione delle pmi. Lo conferma Andrea Maffini, a capo del progetto High Quality Italy, pensato per supportare imprese tricolori, dal punto di vista operativo, nello sbarco sui mercati stranieri, a partire da uno dei più difficili: la Cina. «Nella Repubblica Popolare non siamo famosi perciò, se non dedichiamo prima di tutto attenzione alla comunicazione, il prodotto italiano passa inosservato, rimane sconosciuto e non si riesce a veicolare», ha spiegato a Business People nel corso del Forum della comunicazione.

Ma come si comunica nel Paese del dragone?
Utilizzando gli strumenti digitali. Basti pensare che il 49% della popolazione cinese oggi è un utente Internet e che il giro d’affari 2013 dell’ecommerce lì è stato di 265 miliardi di euro. Significa che un cinese su due acquista prodotti on line.

A quali strumenti si riferisce in particolare?
Questo è un aspetto importante, perché i loro strumenti digitali non sono gli stessi che vanno per la maggiore in Italia: hanno i loro social network, i loro motori di ricerca, le loro abitudini. È qui che interviene Hqi, grazie a un partner specializzato nella comunicazione digitale sui mercati asiatici.