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Se siete tra coloro che guardano ancora con sospetto la “rivoluzione” cloud, è tempo che veniate a patti con le vostre idiosincrasie per l’inafferrabilità della nuvola. Perché qualunque esperto sentiate, qualunque ricercatore consultiate, la risposta è concorde: in un futuro niente affatto lontano nessuna impresa potrà rinunciarci. Non siete convinti? Lasciamo parlare i numeri. Secondo l’Osservatorio Cloud & Ict as a Service del Politecnico di Milano, che ormai da quattro anni si occupa proprio di analizzare e spiegare il fenomeno, questo mercato, nel 2014, ha raggiunto un valore complessivo di 1,18 miliardi di euro, con una crescita del 31%. Un tasso che non si vedeva nel panorama del mercato Ict tricolore da tempo immemore. Il report indica, inoltre, che la componente del public cloud (ossia i servizi offerti da service provider esterni alle imprese) è stimabile in 320 milioni di euro, ben il 40% in più rispetto al 2013. Sulla stessa linea anche gli ultimi dati firmati Assinform (Associazione italiana per l‘information technology), che nel primo semestre dell’anno registrano per il cloud un +35%.
E siccome non c’è due senza tre, a confermare questa crescita a doppia cifra sono anche gli analisti dell’International Data Corporation (Idc), che attribuiscono però un valore in percentuale molto più rilevante al versante public, che avrebbe raggiunto il 67% della “torta” per un valore di 672 milioni di dollari e per il quale prevedono un tasso di crescita medio annuo, da qui al 2018, del 25%, come spiega a Business People Sergio Patano, Research and Consulting Manager Idc Italia, che aggiunge: «Anche se, come al solito, l’Italia è un po’ indietro rispetto ai livelli di adozione del cloud computing riscontrati negli altri Paesi occidentali, le aziende tricolori si stanno orientando con sempre maggiore sicurezza verso questo mercato. La direzione è tracciata».
E siccome la storia insegna che per sapere (per dirla in soldoni) dove andremo a finire, soprattutto in campo tecnologico, è proprio all’estero che bisogna guardare, può essere utile anche un breve riferimento alla situazione internazionale. A questo proposito, la stessa Idc prevede che nel giro di quattro anni la spesa per il public cloud a livello mondiale salirà dai 56,6 miliardi di dollari attuali fino a raggiungere i 127 miliardi, facendo registrare un tasso annuale di crescita del 22,8%, sei volte quello del mercato It nel suo complesso.

VERSO UNA STRUTTURA IBRIDA
Non solo. In linea di massima abbandonate l’idea di poter fare tutto da soli, affidandovi a un sistema al 100% interno alla vostra azienda, o al contrario di contare solo sui servizi offerti da provider esterni. A parte qualche solita eccezione, il trend verso cui si tenderà sarà quello ibrido, per molte buone ragioni. Da un lato, infatti, diverse policy aziendali richiedono che certi dati “sensibili” debbano risiedere all’interno dell’impresa. Senza contare che, in un mondo sempre più globalizzato, potrebbe capitare di trovarsi in zone di digital divide, dove non è garantita 24 ore su 24, sette giorni su sette la banda larga, indispensabile per fare in tempi rapidi e sicuri il backup dell’infrastruttura It e mettersi al riparo da eventuali imprevisti tecnologici.

D’altra parte, con l’aumentare della mole di dati e funzioni a disposizione, sempre più spesso le imprese avranno quantomeno bisogno di capacità di calcolo e spazio di archiviazione aggiuntivi, e quindi non potranno prescindere dal rivolgersi a service provider esterni. Basti pensare che, secondo le proiezioni degli analisti, se nel 2010 le aziende usavano in media 100 terabyte di dati, nel 2020 ne utilizzeranno 58 volte di più, fino a 5,8 petabyte.
Come ben sintetizza Bruna Bottesi, Country Manager NetApp Italia, «in futuro si affermerà sempre più il modello ibrido, perché porta i migliori benefici di business in termini di flessibilità operativa e strategica, costi di gestione e bilanciamento tra spese in conto capitale e Opex (spesa operativa, ndr). Un numero crescente di servizi sarà erogato e gestito su infrastrutture cloud e l’adozione di questo modello crescerà in modo considerevole anche nelle aziende dove oggi l’It è di tipo tradizionale». Che in futuro, in linea di massima, prevarranno le strutture ibride, è un’ipotesi avvalorata anche da un’indagine condotta a livello globale tra i dirigenti It del forum Cio LinkedIn: le organizzazioni partecipanti hanno, infatti, dichiarato di essere già all’opera per implementare più modelli cloud e che quasi un terzo dei loro dati totali, nei prossimi 18 mesi, verrà implementato tramite servizi pubblici o ibridi, con un incremento addirittura del 100% rispetto alla quantità che – dichiarano – è attualmente ospitata da questo tipo di nuvola. Certo, il processo d’integrazione con i cloud pubblici non sarà semplice, così come la gestione dei dati spalmati in diverse ubicazioni e piattaforme, ma i vantaggi assaporati da chi si è già convertito alla nuvola sembrano proprio valerne la pena. Non solo la capacità di archiviazione dati aumenta esponenzialmente, ma si incrementa considerevolmente la velocità di risposta del sistema nel momento in cui questi dati devono essere cercati e utilizzati. Per non parlare della riduzione dei costi, una manna dal cielo per qualsiasi azienda, grande o piccola che sia, soprattutto di questi tempi.

LA SCUSA SICUREZZA
A questo punto non resta che affrontare un nodo cruciale della questione: la salvaguardia dei dati. Uno dei primi timori, quando si parla di nuvola, è quello riguardante la sicurezza. Psicologicamente, pensare di archiviare i propri dati in Rete, di primo acchito è come pensare di lasciarli alla mercé degli hacker. Tanto più quando si presenta l’opportunità di usufruire degli spazi e dei software offerti da un service provider esterno. E recenti “scandali”, legati al furto e alla condivisione su Internet di fotografie e video privati delle star di Hollywood, non hanno certo contribuito a rassicurare manager e imprenditori. Soprattutto quelli italiani, per natura – ci insegna la storia – poco propensi ad aprirsi quando si parla di novità tecnologiche. Eppure, razionalmente, bisogna riconoscere che le misure di sicurezza messe in campo dai grandi service provider internazionali sono certamente più elaborate di quelle che può permettersi una qualsiasi pmi italiana. Insomma, quella della sicurezza, a ben guardare, è un po’ una scusa inconsistente dietro alla quale nascondersi per non abbandonare lo status quo. Tanto che persino il dipartimento della Difesa statunitense – nonostante l’attenzione particolare riservata alla questione riservatezza dopo l’imbarazzo (per usare un eufemismo) per la fuga di notizie dell’affaire Snowden – ha appena inviato ai principali provider del settore un documento riguardante il suo progetto di archiviare, proprio sulla nuvola, dati classificati come “impact level 6”, ossia il livello riservato alle informazioni ad alto rischio, quelle che metterebbero in grave pericolo la popolazione se diffuse tra i non addetti ai lavori. Le ipotesi su come procedere sarebbero due: la prima prevede di mettere a disposizione di provider accreditati dopo una severa indagine uno spazio all’interno del dipartimento della Difesa dove installare i server; la seconda ipotizza, invece, di collocare server e macchinari necessari per l’archiviazione di dati sensibili all’interno di un container normalmente utilizzato per il trasporto marittimo delle merci, che andrebbe poi trasportato all’interno di una struttura del dipartimento e dotato di un sistema di rifornimento di energia e areazione. In ogni caso, la questione è semplice: se perfino la macchina militare statunitense può utilizzare il cloud per i suoi documenti top secret, il capitolo sicurezza non potrà certo rappresentare una ragione valida per rinunciare agli ormai accertati vantaggi offerti dalla nuvola.