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Dallo scorso 1° marzo Google, al termine di una campagna informativa nei confronti dei propri utenti, ha attivato una nuova politica sulla privacy che ha portato all’eliminazione di oltre 60 norme riconducibili a tutti i servizi di Mountain View (dal motore di ricerca e Gmail a YouTube, da Google Maps ad Android, Google+ e molto altro ancora) per sostituirli con una normativa unica che dovrebbe essere più breve e di più facile comprensione per le centinaia di milioni di utenti interessate (per info clicca qui). Alla luce di questi cambiamenti Eset Nod 32, azienda internazionale di software per la sicurezza su Internet, ha stilato una lista di raccomandazioni e accorgimenti per gestire le informazioni disponibili sulla Dashboard di Google:

1. Autorizzazioni di accesso all’account
Potrebbe riservare alcune sorprese la voce iniziale del Dashboard “Siti autorizzati ad accedere all’account”, in cui possono essere presenti siti per i quali l’utente non ha fornito effettivamente il consenso. In questo caso basta utilizzare il pulsante “revoca l’accesso” per rimuove gli “intrusi”.

2. “Io sul Web”
Questa sezione dovrebbe servire a gestire l’identità e la reputazione online dell’utente con consigli come “crea un profilo” e “cerca il tuo nome su google”. Il punto in cui si spiega come rimuovere i contenuti indesiderati e i risultati di ricerca associati – procedura sensibile dal punto di vista della privacy, in apparenza chiara e immediata come le precedenti – richiede una lunga serie di passaggi, che vanno eseguiti con pazienza e attenzione.

3. La cronologia web
Attraverso la voce cronologia l’utente può gestire l’archivio dei link delle proprie ricerche e impedire a Google di utilizzarle per tracciarne un profilo commerciale. Google facilita questa operazione attraverso l’opzione “cancella cronologia” e il pulsante “sospendi”, che dovrebbe impedire la registrazione delle ricerche future. In ogni caso per le proprie ricerche è sempre possibile utilizzare browser diversi da Google Chrome, come ad esempio Firefox, impostando anche in questo caso l’opzione di default “non tracciare”. Un altro accorgimento che l’utente può usare è quello di navigare “in incognito”, ovvero utilizzare il motore di ricerca Google senza però effettuare il login nel proprio account.

4. La tracciabilità incrociata
Ciò che può lasciare sorpreso l’utente che esplora la sezione cronologia è scoprire che l’elenco dei siti riportati include tutte le ricerche effettuate in qualsiasi momento da qualunque dispositivo, quindi PC, portatili, iPhone, iPad o simili. In questo caso, se l’utente usa il motore di ricerca Google da un iPhone con sistema iOS5, può entrare nelle impostazioni di Safari e attivare l’opzione “Navigazione Privata”.

5. Preferenze sugli annunci pubblicitari personalizzati
Sebbene Google consenta di esercitare un controllo sugli annunci personalizzati, i mezzi per farlo non sono immediatamente visibili sul Dashboard. Per effettuare le modifiche l’utente dovrà accedere alla pagina “preferenze per gli annunci”, e fare clic sul link “Rimuovi o modifica” le categorie. L’utente riceve annunci personalizzati se ha consentito a Google di usare i cookie, piccoli file scaricati dal browser ogni volta che si effettuano ricerche. Grazie a questi, Big G raccoglie dati e preferenze per proporre annunci pubblicitari ad hoc, dunque per salvaguardare la privacy una scelta conveniente è quella di fare clic su “disattiva”o cancellarli periodicamente. C’è però una falla nel sistema: quando l’utente decide di impedire la tracciabilità attiva automaticamente un cookie, che rischia poi di essere rimosso ogni volta che viene eseguita la procedura di cancellazione.

6. “Per motivi legali”
Questa voce prevede che Google fornirà tali informazioni a società, organizzazioni o persone esterne qualora ritenga “in buona fede che l’accesso, l’utilizzo, la tutela o la divulgazione sia ragionevolmente necessario per soddisfare eventuali leggi o norme vigenti, procedimenti legali o richieste governative applicabili”. È chiaro che espressioni come “buona fede” e “ragionevolmente necessario” lasciano uno spazio troppo ampio all’interpretazione, tanto che un coro di obiezioni si è sollevato dai legislatori statunitensi e soprattutto europei, i quali a tutt’oggi considerano questi cambiamenti nella normativa “fuori legge”.