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Se andiamo alla ricerca di un termometro che ci dica qual è la febbre da crisi che imperversa tra gli investitori pubblicitari negli Stati Uniti, non c’è niente di meglio di uno degli appuntamenti più seguiti dagli appassionati di sport: il Super Bowl, la finale del campionato di football americano che puntualmente calamita davanti allo schermo milioni di spettatori (quest’anno l’audience ha raggiunto quota 95,4 milioni). È per tradizione uno degli eventi mediatici che attira più investimenti pubblicitari, in volume come in valore, visto che un singolo spot di 30” arriva a costare 3 milioni di dollari.
Ebbene, il Super Bowl si è dimostrato un evento a prova di crisi, se è vero che tutti i 67 spazi pubblicitari sono stati venduti, incassando la cifra record di 206 milioni di dollari, 11 più dell’anno scorso. I brand che non hanno rinunciato a una delle passerelle più importanti dell’anno? Tra i maggiori PepsiCo, Anheuser-Busch, General Motors, Ford, Hyundai e Chrysler. Ma se la defaillance dei mercati non si è fatta sentire nel bilancio economico del Super Bowl, il contenuto dei messaggi che hanno intervallato le azioni di gioco dei Pittsburgh Steelers e degli Arizona Cardinals ne ha risentito parecchio: molti degli spot si sono infatti contraddistinti per un linguaggio pacato e per un atteggiamento problem solving tipici da piena recessione.