Carosello

Viale Mazzini ha appena compiuto i suoi primi 60 anni di età. E tutti sanno quanto sia impossibile immaginare una storia della Rai senza Carosello , sia in termini editorial-creativi che economici. Antesignano della comunicazione d’impresa per immagini, i veri e propri sketch dedicati ai più svariati prodotti (soprattutto food&beverage più elettrodomestici) hanno contribuito a costruire letteralmente la notorietà di marchi che sono entrati stabilmente a far parte del tessuto produttivo del nostro Paese, forti com’erano di una platea totalitaria (all’inizio c’era un solo canale, massimo due, altro che i centinaia attuali) che si riuniva nelle case per guardare programmi che raccoglievano un consenso bulgaro: da Rischiatutto  a Il canzoniere e Canzonissima , oltre a Mille luci . A dire il vero i primi caroselli attraversarono l’etere il 3 febbraio del 1957 furono trasmessi fino al 1977 dall’allora concessionaria del servizio pubblico, Sipra, ridenominata di recente Rai Pubblicità. Le regole di comunicazione erano molto diverse dalle attuali: altro che i 30 secondi degli odierni spot, una reclame durava due minuti e 15 secondi e non si poteva citare il prodotto per più di 15 secondi complessivi, solitamente cinque all’inizio e dieci alla fine (il cosiddetto “codino”), la cui trasmissione avveniva a gruppi di quattro dopo la fine del Tg1  delle 20, tutti i giorni con esclusione del Venerdì santo e del due novembre; non era possibile pubblicizzare all’interno dello stesso break prodotti simili e per di più vi era un tetto massimo di spazi annui disponibili per singola azienda (erano i tempi in cui la raccolta cresceva di oltre il 160% annuo), mentre il prezzo iniziale di listino era pari a un milione e mezzo di lire per un minimo di dieci messe in onda.
Carosello  comportò una vera e propria rivoluzione in termini di comunicazione d’impresa e di consumi di massa, avendo contribuito a costruire l’immaginario collettivo dell’Italia della rinascita e della ricostruzione a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, diventando parte integrante del boom economico prodottosi nel nostro Paese. Tanto che a fine esercizio del 1963 i manager Sipra si spingevano a scrivere come, soprattutto nel Mezzogiorno, l’avvento della pubblicità televisiva avesse «recato un apporto sostanziale nel determinare trasformazioni che non esitiamo a definire di portata storica».

ARTISTI TESTIMONIAL
Bisogna dire che, finché ebbe vita, Carosello  fu più di un semplice break, avendo in palinsesto la dignità che si confà a una vera e propria trasmissione. All’interno della quale ebbero la lungimiranza (e la necessità) di militare registi, autori e attori prestati dal cinema, allora in grande spolvero con una Cinecittà che lavorava a pieno regime. Non a caso un regista raffinato come Jean-Luc Godard ebbe a definire Carosello: «La cosa migliore del cinema italiano». Infatti, il grande schermo di allora ebbe un grande debito di riconoscenza col piccolo, visto che ci lavorarono fin dall’inizio nomi come i fratelli Taviani, Ermanno Olmi, Sergio Leone e Ugo Gregoretti, ma ci furono anche Vittorio Gassmann e Alberto Sordi, Macario, Peppino De Filippo, Virna Lisi, Nino Manfredi, Gino Cervi, Ugo Tognazzi, unitamente a tanti altri attori del grande teatro italiano, vedi Ernesto Calindri, Paolo Ferrari, Paolo Poli, Tino Scotti, Nicola Arigliano, Dario Fo e Nando Gazzolo. E personaggi più squisitamente televisivi come Raffaella Carrà, Giorgio Gaber, Walter Chiari, Mike Bongiorno, Corrado, Rita Pavone, Renzo Arbore e Gianni Boncompagni più outsider come Mina.
Con un materiale simile ciò che andava in video era il varietà, l’avanspettacolo prestato alla Tv, con scenette a volte fin troppo elementari, altre che prendevano in prestito spunti dalla commedia dell’arte. Senza con questo risparmiarsi polemiche con i creativi pubblicitari di professione, tant’è che nel 1976, Armando Testa ebbe a dichiarare al Radiocorriere : «Oggi i grandi registi vantano d’aver nobilitato questa trasmissione; in realtà non hanno mai dato una nuova dimensione a Carosello , ideato e realizzato dai pubblicitari. Anzi, molti di questi signori, trovandosi in difficoltà nel dover creare una storia compiuta e oltre a ciò divertente in soli 130 secondi, hanno dovuto chiedere l’aiuto agli esperti del mestiere: la brevità impone una metrica artistica diversa e ignorata da coloro che hanno l’abitudine a distendersi nel tempo».

 

CARTOONLAND
Tuttavia, i testimonial mascotte certamente più memorabili per il pubblico dei bambini, allora tra il target principe del programma (l’abitudine di mandarli a letto dopo Carosello , diventò una prassi sociale), e delle massaie furono certamente i protagonisti degli short animati. Vedi l’indiano di “Unca Dunca”, spot di Riello curati dallo studio del celebre disegnatore Bruno Bozzetto, mentre lo studio di Pierluigi De Mas partecipa a reclame di Pernigotti e San Pellegrino (“Maestro Bombardone”), e la Gamma Film di Roberto Gavioli produce il simpatico “Cimabue” di amaro Don Bairo, “Tacabanda” per Doria, “Capitan Trinchetto” di Recoaro e la “Susanna Tutta Panna” del formaggino Invernizzi. E ancora la Paul Film realizza l’“Omino coi baffi” per Bialetti, “Toto e Tata” per Motta, “Fido Bau” per Manetti & Roberts. Tra i segni più innovativi quello di Jacovitti, che crea il personaggio “Pecor Bill” per Lanerossi, “Zorro Kid” per Teodora e “Cocco Bill” per la camomilla e quello di Osvaldo Cavandoli di Organizzazione Pagot, per “La Linea” di Lagostina. Sempre i fratelli Nino e Toni Pagot furono i padri di “Grisù il traghetto”, “Billo&Tappo”, “Gelsomina” e tanti altri. Va comunque sottolineato che la loro creazione più riuscita è quella del vero, incontrastato principe di Carosello , il pulcino nero Calimero creato per il detersivo Ava di Mira Lanza, e del quale Umberto Eco ha avuto modo di dire: «Quando un personaggio genera un nome comune, ha infranto la barriera dell’immortalità ed è entrato nel mito: si è un Calimero, come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cenerentola». Discorso a parte merita l’attività di Armando Testa con gli ironici caroselli che avevano come protagonisti “Caballero e Carmencita” per il caffè Paulista, il pupazzo dell’“Ippopotamo Pippo” per Lines e “Le scommesse” di Nicola Arigliano per il digestivo Antonetto.

THE END
Dopo vent’anni di fulgore – l’ultima edizione andò in onda il 1 gennaio 1977 – Carosello  chiude i battenti in seguito alle molte critiche di addetti ai lavori, che lo consideravano un mezzo pubblicitario superato, e alle forti contestazioni di Upa, l’associazione delle aziende inserzioniste, che invece intese rivendicare il modello americano (breve e ripetitivo, contro quello italiano lungo e variabile) considerato più efficace e meno costoso. L’avvento della Tv commerciale poi fece il resto. A chiudere il sipario fu Raffaella Carrà che brindò al programma con un brandy Stock, anche perché nel frattempo, lungo il palinsesto, erano stati inseriti altri spazi pubblicitari come Gong, Doremi, Intermezzo, Tic Tac e Arcobaleno. A riaprirlo, seppur in tono minore, è stata l’anno scorso la Rai Pubblicità di Luigi Gubitosi, che ha rilanciato il 6 maggio 2013 lo spazio di Carosello Reloaded , una riedizione rivista e corretta, in formato multimediale, ma che stenta ancora a ritrovare i fasti del passato. Anche perché il tentativo di resuscitare uno spazio che oltre che commerciale è stato emotivamente appassionante per tutta una serie di aziende, creativi, artisti e comunicatori, costituisce di fatto una sfida tutta in salita in un contesto mediale completamente sconvolto rispetto agli anni ’60 e ’70. Non a caso Marco Giusti, autore di Stracult , ha avuto modo di scrivere: «Carosello non rappresenta solo la nostra storia, un piccolo privato di ricordi e di sogni, rappresenta un sano, forte, ricco intreccio con tutto il mondo del nostro spettacolo. Cinema, commedia, varietà, Tv stessa, pubblicità pura. Per questo era un programma riuscito. E per questo non era solo pubblicità».