Jeep-Us Army-1943

SU OGNI TERRENO Soldati statunitensi impegnati in un’attività di bonifica sui campi inglesi nel 1943. La Jeep viene realizzata proprio per permettere all’esercito Usa di muoversi agevolmente su ogni terreno

Anche nei momenti più bui della storia dell’uomo la scintilla del genio è viva più che mai. Lo dimostrano le decine di prodotti e idee sviluppati in tempo di guerra, innovazioni nate per esigenze militari, che successivamente hanno trovato applicazioni (e successo) anche in ambito civile. Internet è l’esempio per eccellenza. Come ormai molti sanno, le fondamenta di quello che oggi è il principale mezzo di comunicazione di massa sono riconducibili ad Arpanet, quella rete di computer realizzata dall’agenzia statunitense Arpa in piena Guerra fredda e che avrebbe dovuto garantire le comunicazioni militari in caso di un attacco nucleare. Nati in guerra sono anche diversi prodotti di uso quotidiano come la carne in scatola, le verdure sott’olio e le cerniere zip. Certo, può essere abbastanza ovvio che le prime conserve abbiano visto la luce nel corso di un conflitto per evitare che il cibo dei soldati si deteriorasse, ma che dire allora delle docce solari? La loro invezione si deve anche a una scoperta fatta in piena I Guerra mondiale, quando in Germania si curavano bambini affetti da rachitismo esponendoli alla luce delle lampade a raggi ultravioletti (vedi Invenzioni di successo della I Guerra Mondiale ). Finora, però, si è parlato di prodotti, ma che dire delle aziende? Prendendo spunto da un recente articolo della testata on line Business Insider si scopre come molti dei brand più conosciuti al mondo abbiano posto le basi del loro successo in tempo di guerra. Alcuni fornendo prodotti alle forze armate, altri invece hanno scoperto quello che li ha resi famosi proprio in trincea. Ecco le loro storie.

Così nacque il cibo in scatola 

Non solo nuove armi e veicoli. A cambiare le strategie militari sono state anche le tecniche di approvvigionamento. La paternità di una delle più grandi innovazioni è del pasticcere francese Nicolas François Appert, al quale si deve la nascita dell’industria conserviera. Nel 1795 Appert riuscì a mettere a punto un sistema di conservazione dei cibi (sfruttato con successo anche dall’esercito di Napoleone) che, attraverso la bollitura degli alimenti in bottiglie di vetro sigillate, ne rallentava il deterioramento. Il sistema ideato da Appert venne utilizzato anche all’estero, ma migliorato sostituendo i recipienti in vetro con quelli di latta.

COSA MANGIANO LE TRUPPE?
Uno dei marchi insospettabili è M&M’s. Cosa hanno a che fare i divertenti e colorati cioccolatini con la guerra? La storia racconta che fu Forrest E. Mars Sr., figlio di Frank Mars, fondatore dell’omonima società produttrice di dolciumi, ad avere l’idea: durante la guerra civile spagnola degli anni ‘30, vide alcuni soldati mangiare palline di cioccolato ricoperte di altrettanto cioccolato temperato. Tornato negli Usa, nel 1941, Mars sviluppò e brevettò gli M&M’s che noi oggi conosciamo. Debuttarono sul mercato lo stesso anno ma, dopo pochi mesi, con l’ingresso degli Stati Uniti nella II Guerra mondiale, diventarono un prodotto riservato all’esercito; in particolare, grazie alla copertura di zucchero che li preservava dal clima caldo del Pacifico, gli M&M’s vennero introdotti all’interno delle razioni C dei soldati. Finito il conflitto i confetti tornarono a disposizione dei civili e dei reduci, ormai affezionatisi. La guerra del 1939-45 è anche alla base dell’invenzione del marchio Fanta, che vide la luce nella Germania nazista. Max Keith, a capo del principale imbottigliatore tedesco della Coca-Cola, si trovava a dover far fronte a un grosso problema: l’embargo della bevanda statunitense. Nel 1941, per soddisfare la sete del mercato tedesco, inventò una bibita a base di sidro di mela, marmellata e quel poco di frutta all’epoca disponibile sul territorio; scelse il nome di Fanta, diminutivo della parola tedesca “Fantasie” (fantasia, immaginazione). Ovviamente il sapore era ben lontano da quello dei giorni nostri: fu da uno stabilimento di Napoli, nel 1955, che la bevanda a base di succo d’arancia venne lanciata sul mercato. Tre anni più tardi il gruppo Coca-Cola ne riconobbe il potenziale e ne acquistò i diritti, anche per agevolare la penetrazione del marchio sul mercato italiano.

IL FASCINO DELLA DIVISA
A differenza dell’alimentazione, l’influenza militare sulla moda è indiscutibile, lo dimostrano i marchi di Esercito e Aeronautica Militare italiana lanciati recentemente sul mercato, ed è alla base del successo di Ray-Ban, il più celebre brand di occhiali al mondo. Il marchio vide la luce negli anni ‘30 con la produzione di occhiali a lenti verdi (in grado di eliminare i riflessi senza oscurare la vista) che risolsero il problema dei piloti della Us Air Force, colpiti da frequenti mal di testa e senso di vertigini causate dalla luce del sole a elevate altitudini. L’eredità militare è importante anche per Aquascutum, che si contende con Burberry l’invenzione di un capo molto diffuso tra i soldati nelle guerre del ‘900: il “cappotto da trincea”, divenuto poi il celebre trench. Sarebbe stata Burberry a vestire l’esercito britannico nel ‘900, ma John Emary, fondatore di Aquascutum − dal latino “difesa dall’acqua” − aveva già realizzato un cappotto simile, in lana e resistente alle intemperie, per gli ufficiali inglesi durante la guerra di Crimea.

Meno conosciute sono le storie di Banana Republic e Hugo Boss. Il primo, il più recente, deve il suo successo all’idea dei coniugi Mel e Patricia Ziegler, che nel 1978 decisero di iniziare a proporre e vendere al pubblico eccedenze di abbigliamento vintage militare e da safari. Completamente diversa è la nascita di Hugo Boss. Il marchio, che porta il nome del suo fondatore, vide la luce nella Germania degli anni ‘20, affossata dalla crisi economica. Sull’orlo della bancarotta, Hugo Boss, iscrittosi al partito nazista, si risollevò diventando fornitore ufficiale dell’abbigliamento di numerose organizzazioni del partito di Adolf Hitler, tra cui quello paramilitare delle SA e delle SS. Il partito nazista fu anche una delle cause del diverbio tra i fratelli Adi e Rudolf Dassler, che portò alla nascita di due brand sportivi di portata e rivalità globale. Negli anni ‘20 i due erano a capo di un’azienda di scarpe sportive, indossate anche dalla stella statunitense Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove vinse ben quattro ori. La rivalità tra fratelli divenne insostenibile con il conflitto: le diverse visioni politiche e la guerra divise non solo Adi e Rudolf, ma anche il business. Nel Dopoguerra il primo fondò Adidas (da Adi e le iniziali del cognome Dassler), il secondo la Duda, divenuta poi la celebre Puma.

 

PIÙ DI UN RESIDUATO BELLICO
I suoi modelli, almeno inizialmente, non vennero creati per scopi militari, ma al periodo della II Guerra mondiale è legata anche la storia del marchio Volkswagen. Fu Adolf Hitler in persona a commissionare a Ferdinand Porsche la realizzazione di un’auto robusta, ma poco costosa, per dare all’intera nazione la possibilità di sfruttare la rete di strade appena realizzate in Germania (ai tempi solo un tedesco su 50 possedeva un’auto). Porsche realizzò così la prima “auto del popolo”, la Volkswagen Beetle. Presentata al Salone di Berlino nel 1939, se ne produssero davvero poche: con l’inizio del conflitto la fabbrica dovette dedicarsi alle esigenze del Reich − nacque in quel periodo la Volkwagen a uso militare, la Kübelwagen −. Solo con la fine della guerra il Maggiolino venne immesso sul mercato di massa e costruì il successo su scala mondiale. Nato per usi esclusivamente militari è invece il marchio Jeep. Per i propri spostamenti, l’esercito statunitense aveva bisogno di un veicolo a trazione integrale in grado di adattarsi ai terreni più difficili; il primo prototipo fu l’MA della Bantam Car Company, ma a vincere il bando di fornitura per il periodo 1941-1945 fu la Willys con il modello MB (successivamente sostenuta nella produzione da Ford). Il general purpose vehicle (veicolo per uso generico) venne presto abbreviato con l’acronimo GP e pronunciato “jeep” tra i soldati. Diffusosi poi anche tra i civili, il marchio Jeep è stato il capostipite di molti Suv e fuoristrada che conosciamo oggi. Anche Maurice Wilks, il papà dell’inglese Land Rover, iniziò a costruire i suoi prototipi di fuoristrada sulla base delle Willys jeep lasciate dagli alleati nel Regno Unito.

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IL NAZISMO FU UNA DELLE CAUSE
DEL DIVERBIO TRA I FRATELLI DASSLER:
DOPO IL CONFLITTO UNO FONDÒ ADIDAS,
L'ALTRO DUDA (OGGI PUMA)

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DALLA TRINCEA ALLA CASA
Restando nel Regno Unito, un altro brand nativo militare è Vodafone. No, nessun contratto è stato stipulato tra l’esercito inglese e l’operatore di telecomunicazioni nel corso delle guerre, ma l’azienda, di cui oggi sono clienti circa 430 milioni di persone nel mondo, è nata negli anni ‘80 da una costola della Racal Electronics, ai tempi il più grande fornitore di tecnologia radio militare della British Army. Oltre a Vodafone, sono numerosi i brand che, prodotti per il fronte, sono diventati di uso comune nelle nostre case. Se il coltellino svizzero per eccellenza, il Victorinox, può essere facilmente ricondotto a un utilizzo militare − il marchio nacque nella seconda metà dell’800 e diventò da subito fornitore dell’esercito Svizzero (successivamente sarà affiancato da un’altra azienda storica, la Wenger) − sorprende, invece, la storia di Kotex. La nascita di uno dei marchi più celebri per l’igiene intima femminile (non è presente in Italia, ma è molto conosciuto sul mercato americano) si deve alla scoperta, da parte di Ernst Mahler e James Kimberly della Kimberly-Clark, del Cellucotton, materiale fino a cinque volte più assorbente e meno costoso da produrre rispetto al cotone. Con lo scoppio della I Guerra mondiale l’esercito Usa iniziò a utilizzare le garze di Cellucotton per curare i soldati; ma a sancire il successo del Kotex (dall’inglese “cotton texture”) furono le infermiere, che iniziarono a utilizzarlo come assorbente. Nel 1920 gli assorbenti a marchio Kotex debuttarono sul mercato come il primo prodotto Kimberly-Clark rivolto ai consumatori. Non fu subito accolto benevolmente dall’opinione pubblica dell’epoca; si rivelò una fortuna per l’azienda, che cercò un altro modo per commercializzare il Cellucotton e lo trovò nel 1924 con il lancio dei fazzolettini usa e getta Kleenex, abbastanza morbidi da poter essere utilizzati per il viso.
Come per il Cellucotton, nacquero per tutt’altro utilizzo i cianoacrilati, famiglia di collanti industriali a presa rapida. La “super colla” venne scoperta nel 1942 dal ricercatore Harry Coover Jr, alla ricerca di materiali per realizzare una plastica speciale per migliorare i congegni di mira delle armi utilizzate durante la guerra. I ricercatori americani scartarono subito i cianoacrilati perché troppo appiccicosi, ma nel 1951 Coover, allora ricercatore della Eastman Kodak, comprese le potenzialità del materiale adesivo, che entrò sul mercato con il nome di Super Glue. Il marchio, così come altri prodotti simili immessi successivamente sul mercato, trovò un impiego nella guerra del Vietnam: i medici in prima linea iniziarono a utilizzare i collanti per suturare le ferite e bloccare il sanguinamento dei soldati colpiti al fronte. Restando in tema di adesivi, la seconda Guerra mondiale è stata anche teatro dell’invenzione del Duct Tape, il nastro adesivo telato o nastro americano per eccellenza. Inventato da Johnson & Johnson, era un materiale collante resistente all’acqua, che venne utilizzato dai militari per chiudere le scatole di munizioni e riparare armi ed equipaggiamento. Chiamato “Duck Tape” (nastro d’anatra) dai soldati − probabilimente per la sua composizione a base di Anatra tessuto − venne successivamente commercializzato con il nome di Duct Tape e utilizzato anche dalla Nasa per le missioni Apollo. E salvò vite. L’adesivo, infatti, è tra gli oggetti che permise all’equipaggio dell’Apollo 13 di tornare sano e salvo sulla Terra dopo i guasti registrati nello spazio.