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I guadagni ottenuti con gli oggetti preziosi sono completamente esentasse

Getulio Alviani, classe 1939,maestro dell’arte programmata,conosce poco il mondo del business e della finanza. Eppure,dal 2001 in poi, le sue opere hanno regalato agli investitori un rendimento a dir poco da capogiro: il 971% nell’arco di due lustri, roba da far impallidire persino i rialzi da record dei titoli più speculativi delle borse. Nell’ultimo decennio, infatti, mentre i listini azionari hanno attraversato almeno due crisi di portata epocale, nelle case d’asta di tutta Italia le opere di Alviani sono andate letteralmente a ruba. E hanno contribuito a portare alla ribalta una forma d’investimento quasi sconosciuta al grande pubblico, almeno fino alla fine del secolo scorso. Si tratta dell’acquisto di opere d’arte e di beni preziosi, come i gioielli, i diamanti o gli oggetti di antiquariato, che, nel lungo periodo, cioè nell’arco di almeno 5 anni, possono rivalutarsi notevolmente nei prezzi, regalando non poche soddisfazioni a chi ha l’accortezza, o la fortuna, di comprarli al momento giusto. E così, per mettere al riparo il capitale dalle insidie dei mercati, gli investitori non hanno che l’imbarazzo della scelta. C’è chi continua a puntare sull’oro i cui prezzi, tra il 2000 e il 2011, sono cresciuti da meno di 300 dollari a più di 1.600 dollari l’oncia. Ma c’è anche chi si muove verso altri beni preziosi, come appunto i quadri, le sculture, i mobili antichi o i brillanti. Senza dimenticare, poi, un aspetto importante: i guadagni ottenuti con gli oggetti preziosi sono completamente esentasse. Sulle plusvalenze delle compravendite tra privati, infatti, neanche un euro è dovuto al fisco, a differenza di quanto avviene per l’oro, che è soggetto a un imposta forfettaria sui capital gain del 12,5%, che salirà al 20% dal prossimo anno.

ARTISTI DA PORTAFOGLIO

Tra gli investimenti alternativi, uno dei più gettonati è senza dubbio l’acquisto di opere d’arte, soprattutto quelle di alcuni dei maestri italiani del ‘900 come Carla Accardi, una delle personalità più importanti dell’astrattismo, Enrico Castellani e Agostino Bonalumi, con le loro richiestissime monocromie su tessuto, oppure Giuseppe Capogrossi, storico esponente della scuola pittorica romana, oltre naturalmente al già citato Getulio Alviani. Per comprare le loro opere spesso non occorrono cifre da capogiro come quelle battute nelle vendite all’incanto milionarie di Christie’s e Sotheby’s, che sono un fenomeno di nicchia. «Il 90% delle transazioni che avvengono nelle aste italiane ha un importo inferiore ai 12 mila euro, mentre il 60% delle compravendite è addirittura al di sotto dei 3 mila euro», dice Pierluigi Salvatore, amministratore di ArsValue , società di consulenza indipendente specializzata negli investimenti sul mercato dell’arte.

IL SUPPORTO DELLE BANCHE

Prima di acquistare i dipinti e le sculture battuti nelle aste, ma anche gli oggetti di antiquariato, gli esperti consigliano di tenere a mente alcune raccomandazioni importanti. Innanzitutto, chi si avvicina a questa forma d’investimento deve avere un buon grado di conoscenza del mercato, delle opere e degli autori. Inoltre, i compratori devono aspettarsi dei guadagni consistenti in un orizzonte temporale abbastanza lungo, pari ad almeno 3 o 5 anni. Il mercato, infatti, è poco liquido e, per rivendere un’opera d’arte acquistata in precedenza, occorrono spesso almeno 3 o 6 mesi. Inoltre, il suggerimento degli addetti ai lavori è di affidarsi a dei professionisti qualificati. A questo proposito, le divisioni di private banking delle grandi banche (che si rivolgono a chi ha a disposizione un patrimonio di almeno 300 o 500 mila euro) offrono da tempo servizi di art advisory. Per orientarsi sull’andamento dei prezzi, invece, una bussola molto utile è rappresentata dai 3 indici di mercato creati da ArsValue (Arsvalue 50, ArsValue 100 e Arsvalue 200) rappresentativi dei prezzi battuti nelle aste per le opere dei maggiori esponenti dell’arte contemporanea italiana. Osservando l’andamento di questi listini, si scopre però che, negli ultimi tre anni, la crisi economica ha lasciato un segno anche in questo mercato e le quotazioni medie delle opere si sono ridotte di circa il 20%. «Si tratta comunque di un ribasso inferiore a quello delle borse», dice Pierluigi Salvatore, che sottolinea poi un aspetto importante: non tutto il settore dell’arte moderna e contemporanea si è mosso nella stessa direzione. Le opere di alcuni autori, come Alviani, Boetti e Castellani hanno registrato infatti una consistente rivalutazione dei prezzi, sia negli ultimi 3 anni che nel lunghissimo periodo (si veda la tabella). Un po’ più stabile si è rivelato invece il settore degli oggetti d’antiquariato dove la presenza delle case d’asta tra gli acquirenti è minoritaria, con una quota del 23,8%, a vantaggio dei collezionisti privati, che danno vita a oltre il 37% delle compravendite. Secondo le rilevazioni della società di ricerca Nomisma , tra il 2006 e il 2010 i beni di antiquariato si sono rivalutati in media del 6%, molto meno dell’oro (+130%) ma molto più rispetto alle azioni italiane (che hanno perso complessivamente ben il 40%).

UN DIAMANTE È PER SEMPRE

Un’altra forma di investimento alternativa, ancora un po’ di nicchia, è rappresentata dall’acquisto di diamanti. Gran parte degli istituti di credito attivi in Italia, infatti, offrono alla propria clientela dei servizi di jewellery consultancy. Nello specifico, il cliente ordina le pietre, che gli arrivano direttamente allo sportello della banca, accompagnate in genere da una polizza assicurativa contro gli eventuali furti, rapine o incendi. Poi, l’acquirente può scegliere se entrarne direttamente in possesso, cioè ritirarle e custodirle da solo, oppure se depositarle in una cassetta di sicurezza presso la banca stessa. Passato qualche anno, in genere non meno di 5, la pietra ha buone probabilità di rivalutarsi e può essere dunque riveduta, attraverso la medesima agenzia presso la quale è stata acquistata.

LE AVVERTENZE PER NON SBAGLIARE

Anche per questa forma d’investimento (che in genere è accessibile con un capitale iniziale non troppo elevato, da 5mila euro in su) occorre però tenere a mente alcune importanti avvertenze. Innanzitutto, prima di comprare i diamanti, bisogna conoscerli bene. Non tutte le pietre, infatti, sono uguali e la loro quotazione di mercato dipende da diversi parametri: la purezza della materia, il colore, la qualità del taglio, il peso e la massa, quest’ultima espressa in carati. I diamanti bianchi (o con colori rari come il rosa e il verde), ad esempio, valgono di più, al pari di quelli con un taglio ottimo, o con una purezza massima, contrassegnata dalla sigla IF (Internally Flawless). A tutela dell’acquirente, la qualità delle pietre deve essere attestata da un apposito documento rilasciato da uno dei tre maggiori organismi di certificazione internazionale: il Gemmological Institute of America (Gia) di New York, l’Hoge Raad voor Diamant (Hrd) di Anversa e l’International Gemmological Institute (Igi). La certificazione è un requisito di base che possiedono tutte le pietre scambiate sulle principali borse internazionali del diamante.

 

GUADAGNI A TRE CIFRE

Osservando l’andamento del listino dal 1992 a oggi, non ci sono dubbi: investire nei diamanti è stata una scelta azzeccata, visto che le quotazioni medie di mercato sono cresciute in 19 anni di ben il 180%, senza mai registrare significative inversioni di marcia. Il perché di questo andamento lineare è dovuto al particolare assetto del mercato, che per quasi il 50% è concentrato nelle mani di un solo produttore: il celebre gruppo De Beers, che controlla gran parte dei giacimenti sudafricani. «Nel settore delle pietre preziose», dice Claudio Giacobazzi, consigliere di amministrazione di Idb , «DeBeers tiene fermi gli equilibri, vigila sulla stabilità dei prezzi, ben guardandosi dall’alzarli o dall’abbassarli troppo, per evitare degli shock che non convengono a nessuno, soprattutto agli addetti ai lavori». Per questo, Giacobazzi si aspetta che, anche nei prossimi anni, le quotazioni dei diamanti si muovano in maniera lineare, prevalentemente all’insù, come in passato. Ciò non significa, tuttavia, che gli investitori debbano puntare “a cuor leggero” sull’acquisto delle pietre preziose. Destinare gran parte del patrimonio a questi beni rifugio rischia infatti di rivelarsi un boomerang poiché, come per le opere d’arte, il mercato è poco liquido: per “vendere” le pietre occorre un po’ di tempo e, gli intermediari applicano sulle transazioni una commissione abbastanza consistente, pari a circa il 10% del prezzo del brillante. «Per questo motivo », dice ancora Giacobazzi, «raccomandiamo sempre ai nostri clienti di riservare all’investimento dei diamanti una quota della propria ricchezza complessiva non superiore al 5 o 10% o, al massimo, attorno al 20%».