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Il 93% delle fonti di finanziamento delle imprese italiane proviene dal sistema bancario. Una dipendenza storica, che collide con quanto avviene negli altri mercati occidentali, dove la media scende al 60%. Una dipendenza ancora più marcata se si escludono le grandi imprese: secondo un occasional paper pubblicato dalla Banca d’Italia, le obbligazioni coprono lo 0,3% del debito delle micro imprese (quelle con meno di 10 addetti) e lo 0,9% delle piccole (meno di 50), contro il 10,8% di quello delle grandi (oltre i 250 dipendenti). Nell’ultimo quinquennio, però, la crisi ha messo in grandi difficoltà le banche tricolori, alle prese oltretutto con i nuovi requisiti di solidità richiesti da Basilea 3. Le imprese italiane hanno dunque cominciato a guardarsi intorno alla ricerca di nuove fonti di finanziamento, a conoscere i tanti strumenti che il mercato del capitale, sino a prima del credit crunch perlopiù ignorato, anche perché vissuto come un mondo per certi versi alieno, può offrire loro.
Negli ultimi due anni, oltretutto, il sistema delle banche, che sino al 2011 è riuscito a garantire alle aziende “meritevoli” le risorse a loro necessarie non solo per gestire le attività ordinarie ma soprattutto per portare avanti piani di sviluppo su scala nazionale e internazionale, ha dovuto limitare ancora di più la propria esposizione. Nel 2012 le banche hanno così erogato 25 miliardi in meno a quelle realtà industriali non finanziarie del Belpaese con le credenziali idonee ad ottenere prestiti. Nel 2013, considerando i primi otto mesi dell’anno, la riduzione ha raggiunto addirittura i 46 miliardi di euro. Un’assenza ancora più preoccupante perché coincide con i primi timidi segnali di ripresa economica, che tanto bisogno avrebbero di essere sostenuti e incentivati. In questo contesto, si capisce dunque come il management delle tante piccole e medie imprese attive sul territorio nazionale abbia iniziato a valutare opzioni di mercato mai prese in considerazione, come operazioni di joint venture, transazioni con fondi di private equity, sino ad arrivare a progetti di quotazione a Piazza Affari, soprattutto sull’Aim Italia, l’indice di Borsa Italiana dedicato alle pmi italiane lanciato proprio nel 2012, ma anche sul listino principale. Con la benedizione dello stesso sistema bancario, che mai come oggi desidera ridurre il livello di esposizione delle imprese nei suoi confronti.
Il peggioramento delle condizioni di accesso al credito ha prodotto nel 2012 anche una forte ripresa di un’altra fonte di finanziamento alternativa al capitale bancario: le emissioni obbligazionarie. Uno strumento storicamente utilizzato solo da poche grandi realtà industriali e soprattutto dalle società quotate in Borsa, condizione che permetteva sino al 2012 di usufruire della deducibilità degli oneri finanziari: secondo l’analisi della Banca d’Italia, tra il 2007 e il 2012, sono state infatti solo 29 le società che hanno emesso questi titoli. Per questo, e considerando il momento storico, il Governo Monti ha introdotto, con il Decreto Sviluppo varato nel 2012, una serie di novità proprio per quanto riguarda la disciplina delle cambiali finanziarie e delle obbligazioni. «Con le nuove norme», spiega Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group, realtà operativa in Italia nell’analisi delle imprese e rating agency riconosciuta da Consob ed Esma, «le agevolazioni fiscali sono state estese a tutte le società emittenti e, per favorire l’accesso diretto al mercato dei capitali da parte di imprese anche di piccola dimensione, sono stati istituiti i minibond, ovvero i titoli di credito venduti a una platea di investitori qualificati».

ANCORA IN RAMPA DI LANCIO
Tracciando un primo bilancio, a poco più di un anno dal lancio, le emissioni di minibond da parte di società non quotate sono state circa una ventina. Le operazioni hanno riguardato per lo più aziende di dimensioni rilevanti, con emissioni superiori ai 100 milioni, mentre la media, concordano gli analisti, dovrebbe essere compresa tra i 3 e i 10 milioni. Lo strumento dunque non ha ancora sfondato presso il target per il quale è stato creato, le aziende di piccola e media dimensione, e non ha avuto, almeno finora, impatti rilevanti sulle loro finanze. Ma questo, osserva De Bernardis, «è avvenuto perché tutti gli attori del mercato si stanno attrezzando per sfruttare al meglio la novità, dagli advisor finanziari alle società che emettono rating del credito, dagli studi legali sino ai fondi di investimento dedicati, la maggior parte dei quali sono difatti in fase di raccolta». Una questione di tempo, dunque, tanto che le aspettative rimangono elevate: secondo le stime fornite dagli operatori del mercato e dal ministero del Tesoro, i minibond potrebbero mettere in circolazione a regime tra i 50 e i 100 miliardi di euro. «Il mercato si sta muovendo, le aziende si informano, vogliono capire come funziona l’emissione, quali sono i vantaggi, le difficoltà, se hanno i requisiti necessari per poterla portare a termine. Il vero banco di prova dell’operazione minibond sarà, a mio giudizio, la prima parte del 2014: solo allora capiremo se il tessuto imprenditoriale italiano avrà colto un’opportunità storica», sottolinea De Bernardis. Anche perché in Italia oggi sono parecchie le società sufficientemente solide per emettere obbligazioni o cambiali finanziarie. «La crisi ha fortemente ridotto la base produttiva italiana, ma anche messo in atto un processo di selezione darwiniana: tante imprese già rischiose o vulnerabili prima del credit crunch sono uscite di scena, molte altre sono state invece costrette a mettere a posto i bilanci per rimanere sul mercato. Molti imprenditori sono riusciti a ridurre i debiti, a incrementare la capitalizzazione, limitando le perdite in termini di ricavi e di redditività». Il tessuto produttivo del Belpaese risulta così meno popolato ma più solido rispetto al 2007.

  PASSO DOPO PASSO
L’azienda che si rivolge al mercato per ottenere risorse, pianifica un’emissione per provvedere alle proprie esigenze a lungo termine. Nomina dunque un advisor (pratica non obbligatoria ma vivamente consigliata), mette a punto un business plan che spieghi al mercato l’uso dei fondi e come intende garantire la generazione di flussi di cassa per ripagare il debito; chiede a un’agenzia di rating un giudizio sulla sua qualità creditizia e sulla sostenibilità economico-finanziaria dell’emissione. Nel caso di emissioni finanziarie, l’azienda deve chiedere anche l’intervento di uno sponsor (banca, sgr, sim o Sicav) che l’assista in tutte le fasi del processo e nel collocamento.
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UN BACINO POTENZIALE DI 35 MILA IMPRESE
Secondo l’impiego dei sistemi di rating e scoring di Cerved Group, in Italia esistono oggi 35 mila società con un giro d’affari superiore a 5 milioni di euro in un’area di sicurezza o di solvibilità economico- finanziaria, imprese dunque che potrebbero avere le caratteristiche idonee all’emissione di un minibond. Di queste 31 mila hanno un fatturato inferiore ai 50 milioni e ben 15.500 presentano bilanci con ricavi compresi tra 5 e 10 milioni. Il Nord Italia fa la parte del leone con 25 mila imprese, di cui 11 mila in Lombardia, 6 mila si trovano nel Centro e le rimanenti 4 mila in Sicilia, Sardegna e nel Sud Italia. Analizzando i settori economici, sono più solide le società che operano nell’agricoltura e nella prima trasformazione (il 77% del totale) rispetto, ad esempio, agli operatori dell’edilizia (43%). Bene la chimica farmaceutica (l’82%), l’hi tech e l’industria dei prodotti intermedi (per entrambe il 77%), le società che operano nei servizi finanziari (72%) e nel campo della distribuzione (71%). Male viceversa le imprese della logistica e dei trasporti (60%), la filiera dell’auto (56%) e le società immobiliari (50%). Il 2012 è stato un anno difficile per molte di queste 35 mila imprese: quasi la metà ha infatti ridotto il proprio giro d’affari rispetto all’anno precedente. Sono state invece 18 mila le aziende che hanno incrementato i ricavi e 9.300 quelle in grado di mettere a segno tassi di crescita addirittura a due cifre. Ma in termini di redditività, il 90% delle società considerate ha realizzato margini lordi positivi, mentre l’85% ha chiuso l’esercizio in utile. Un altro indicatore della maggiore solidità del sistema imprenditoriale italiano, un ulteriore elemento che dovrebbe spingere il mercato degli investitori a dare fiducia alla pmi del Paese.