A lanciare il grido d’allarme, in occasione dell’ultima assemblea annuale dell’Abi, è stato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco: i vertici delle fondazioni bancarie italiane devono diversificare i propri investimenti, allentare la presa sulle banche e lasciare così spazio a nuovi azionisti. E dire che, rispetto a 20 anni fa, quando la legge Amato del 1990 istituì le fondazioni e conferì loro il 100% del capitale delle casse di risparmio, la situazione è di certo cambiata. Su 88 fondazioni di origine bancaria, 22 non hanno più alcuna partecipazione nella banca originaria, 53 hanno partecipazioni minoritarie in società facenti parte di 15 gruppi bancari, mentre le altre 13, di dimensioni minori, come consentito dalla legge che mirava a favorire la sopravvivenza sui territori di realtà autonome dai grandi gruppi, mantengono una quota di maggioranza. La presenza delle fondazioni nelle tre più importanti banche italiane è pari al 14% in Unicredit (gli enti coinvolti sono 14), al 27% in Intesa Sanpaolo (quota detenuta da 17 enti) e al 33,5% nel Monte dei Paschi di Siena (da parte della omonima fondazione).
A far tornare d’attualità il tema delle fondazioni, e soprattutto, la delicata questione degli intrecci tra banche e politica, sono state, negli ultimi tempi, la vicenda del Monte dei Paschi di Siena e la crisi finanziaria che ha prosciugato le casse degli istituti, spingendo molte fondazioni a partecipare alla ricapitalizzazione degli istituti pur di non perdere la propria quota nel loro azionariato. «La riforma delle fondazioni», spiega Paolo Mottura, professore di Economia degli intermediari finanziari dell’Università Bocconi, «trova oggi nella grave crisi finanziaria che ha colpito il Paese il suo più grande ostacolo. Nel 2008, quando le condizioni economiche erano ben altre, sì che si sarebbe potuto intervenire per via legislativa, favorendo, anche con incentivi fiscali, l’uscita delle fondazioni dal capitale delle banche, o per lo meno la riduzione della loro presenza a quote poco significative. Questi enti avrebbero potuto ottenere plusvalenze rilevanti e iniziare così, su basi solide, un nuovo percorso autonomo».

IL CASO MPS
In effetti, come si può biasimare Antonella Mansi quando afferma con orgoglio di «tutelare l’ente che siamo chiamati a rappresentare»? E, dunque, di non volere che la Fondazione Montepaschi, di cui l’imprenditrice toscana ha assunto la presidenza lo scorso settembre, esca di punto in bianco dal capitale del Monte? L’operazione, seguendo le logiche del mercato, rischierebbe difatti di compromettere la solidità finanziaria di un istituto chiamato pur sempre a svolgere un ruolo di sostegno al territorio. Le azioni dell’istituto senese, che nel 2007 avevano oltrepassato i 5 euro, alla fine del 2013 valevano poco più di 17 centesimi. Certo, le casse del Monte non si troverebbero nelle condizioni attuali se i vertici di Palazzo Sansedoni (allora il presidente era Gabriele Mancini) non avessero deciso nel 2011, dopo aver chiuso il 2010 con un rosso di 128 milioni, di ricorrere al debito, per una cifra compresa tra i 350 e i 400 milioni di euro, pur di partecipare alla ricapitalizzazione della banca e rimanere così l’azionista di maggioranza con una quota che allora toccava il 50%. Un’operazione che nessuna fondazione, sino ad allora, aveva mai effettuato. Quell’anno l’ente, privo di risorse, finì addirittura per non erogare i finanziamenti di supporto all’economia locale e al mondo del non profit, ovvero non assolse il proprio compito statuale, la ragione del suo esistere. Senza dimenticare che alla fine del 2007, la banca senese sborsò 9 miliardi per acquisire Antonveneta, oggetto di compravendita a un terzo del prezzo solo pochi mesi prima. E anche allora la fondazione partecipò all’aumento di capitale, reso necessario per raccogliere la liquidità da utilizzare per l’acquisizione.

FIGLIE DELLA LIBERALIZZAZIONE
Il problema della separazione tra fondazioni e banche non è di certo un tema nuovo nelle agende della politica. Le fondazioni nascono al principio degli anni ’90 del secolo scorso con la legge Amato, che mise in atto la riforma delle Casse di risparmio. Le Casse, sorte nel corso del 1800, hanno da sempre operato con una duplice funzione: l’esercizio del credito da un lato, gli investimenti per interventi di utilità sociale nei confronti delle rispettive comunità dall’altro. Metà degli utili veniva così reinvestita per le capitalizzazioni, l’altra metà per l’attività di sostegno al territorio. L’ingerenza della politica nella gestione di questi enti pubblici, sulla carta autonomi, fu allora molto marcata, in particolare nelle regioni meridionali. «La legge Amato», sottolinea Paolo Mottura, «cercò di porre fine a un sistema che non reggeva più, soprattutto dal punto di vista economico. E volle rispondere anche alle nuove disposizioni della Comunità europea in materia di liberalizzazione e privatizzazione del sistema imprenditoriale e finanziario. Le attività delle Casse furono così separate: le neonate Fondazioni d’ora in avanti si sarebbero dovute occupare esclusivamente dell’attività filantropica, le banche dell’attività creditizia». Alle Fondazioni, istituzioni private non profit, fu conferito il capitale delle banche, società commerciali private. Negli anni successivi le partecipazioni delle fondazioni nelle banche scesero gradualmente, soprattutto come risultato delle tante operazioni di aggregazione e di fusione che investirono il comparto. Paradossalmente però, fu spesso a causa di queste operazioni di mercato che molte fondazioni assunsero un peso significativo nel capitale delle più importanti banche nazionali, perché queste ultime conferivano loro, in cambio della cessione dell’istituto, quote del proprio azionariato: piccole fondazioni diventarono dunque azioniste delle grandi banche e finendo poi per pesare sulle strategie di quest’ultime, proiettate in uno scenario sempre più globale ma alle prese con soci con forti interessi locali.

REALTÀ IN SALUTE CHI SI SPARTISCE LA TORTA

LA CRISI FRENA LA DIVERSIFICAZIONE
Il processo di riduzione della partecipazione nel capitale delle banche conferitarie si è però arrestato con la crisi del 2007-2008. Allo stesso tempo le fondazioni hanno rallentato la politica di diversificazione degli investimenti. «La legge Dini del 1994», commenta Alessio Lombardo, socio dello studio legale Nunziante Magrone con una lunga esperienza nel settore finanziario, «ha rovesciato uno dei presupposti della legge Amato del 1990, ovvero il controllo da parte delle fondazioni del 100% del capitale della banca. Incentiva infatti la dismissione delle quote da parte dell’ente conferente, perché, è l’obiettivo del nuovo impianto normativo, le fondazioni si occupino esclusivamente dell’attività non profit. I proventi ottenuti dalla cessione delle quote da allora devono essere investiti per il 30% in obbligazioni pubbliche e private e per il 30% in azioni quotate». La strada della diversificazione degli investimenti è dunque indicata: non tutte le fondazioni recepiscono però lo spirito della direttiva Dini. Se è vero che sono sempre meno le fondazioni che detengono il controllo di fatto delle banche, è altrettanto assodato che il potere di indirizzo che questi enti - nei cui consigli siedono molti rappresentanti della politica locale - mantengono all’interno degli istituti non è indifferente. Tanto che molti economisti, come i bocconiani Tito Boeri, Roberto Perotti e Luigi Zingales, sostengono da tempo non solo la necessità che le fondazioni escano dal capitale delle banche, ma anche che il 30% detenuto dalle stesse nella Cassa depositi e prestiti venga al più presto dismesso. Di esempi da prendere a modello, oltretutto, non ne mancano: la Fondazione Cassa di Risparmio Roma nel 2009, quando deteneva poco meno dell’1% di Unicredit, non ha partecipato alla capitalizzazione della banca ed è così uscita definitivamente dall’azionariato dell’istituto, concentrando gli investimenti altrove. Altri studiosi teorizzano invece un percorso più graduale, che non rischi di compromettere la solidità di questi enti.
«Per uscire da questa situazione», ragiona Paolo Mottura, «l’unica via percorribile è cercare di far sì che la presenza delle fondazioni nel capitale delle banche sia ridotta a quote che non permettano loro di interferire nella gestione degli istituti. L’investimento, in questo caso, sarebbe solo uno dei tanti attraverso cui gli enti cercherebbero di valorizzare il proprio patrimonio». «La relazione tra fondazioni e banche», chiosa Alessio Lombardo, «è un tema che non può essere affrontato solo per via normativa, come è stato fatto in più occasioni in questi ultimi 20 anni. Penso sia più importante che le fondazioni prendano coscienza di quale debba essere il loro ruolo nella società. Il varo nel 2012 della Carta voluto dall’Acri (la principale organizzazione del settore presieduta da Giuseppe Guzzetti, dal 1997 anche alla guida della Fondazione Cariplo, ndr ), un codice di riferimento volontario, ma vincolante, che invita le fondazioni ad adottare scelte coerenti a valori condivisi nel campo della governance e accountability, dell’attività istituzionale, della gestione del patrimonio, è in tal senso un primo significativo passo in avanti».