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Credito. Chi si ricorda il significato antico, vero (e desueto) di questa parola? Fiducia e considerazione, riconoscimento. Che spesso, attraverso una stretta di mano, si traducevano in concessione di denaro, ovvero prestito. E, attraverso meccanismi di remunerazione più o meno trasparenti, sostenibilità. Il credito era il capitale che le banche iniettavano nelle imprese per aiutarle a crescere e a prosperare, per supportarle nella realizzazione di progetti specifici, per guadagnare su concrete linee di sviluppo che innescavano un circolo virtuoso nell’intero sistema dell’economia reale. Oggi andate a chiederlo agli imprenditori, cos’è il credito. E probabilmente vi verrà risposto che a evocare quella parola non si sa se ridere o piangere. O suicidarsi, come purtroppo hanno fatto diversi esponenti della piccola impresa italiana nel momento culminante di questa crisi che, per quanto ne dicano i rappresentanti del governo, non accenna ancora a mollare la stretta. E visto che di crisi squisitamente finanziaria si tratta, ormai nessuno più si scandalizza (nemmeno nel nostro Paese, che non era stato infettato da titoli tossici e che era riuscito a tenere alto il livello di liquidità nelle casse dei principali istituti) il fatto che rispetto all’erogazione di credito l’attività bancaria sia praticamente paralizzata. I dati forniti al riguardo dalla Banca d’Italia sono impietosi. Nella rilevazione di giugno 2012 l’andamento dei prestiti delle banche alle imprese è peggiorato, e per il secondo mese consecutivo. I finanziamenti alle società non finanziarie sono diminuiti dell’1,5% con un netto peggioramento rispetto al -0,4% segnato a maggio. A luglio, è vero, la situazione dei prestiti alle imprese è lievemente migliorata, ma non è cambiato il segno, visto che si è passati dal -1,5% al -1%, ancora dunque in contrazione rispetto al 2011. Con, a testimonianza della buona salute delle casse delle banche italiane, i depositi del settore privato in crescita del 2,2% su base annua, un dato che comunque rappresenta un rallentamento nei confronti del +2,9% segnato a giugno. Senza contare i finanziamenti a tasso agevolato a tre anni erogati dalla Bce lo scorso dicembre. Dei 530 miliardi di euro messi sul piatto del sistema bancario europeo, circa il 10% è andato ad alimentare gli istituti nostrani, che sono stati quelli maggiormente beneficiati di tutto il Vecchio continente. Nello specifico, tra i grandi Unicredit ha ricevuto 12,5 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo poco meno, 12 miliardi, e Monte dei Paschi di Siena 10 miliardi. In una parola, i soldi nelle banche italiane ci sono, ma non possono essere usati per sostenere l’impresa italiana. Proprio su questo punto, e mettendo a nudo i dati di Bankitalia, ha infierito anche il Sole24Ore , che ha evidenziato come a novembre del 2011 il monte crediti delle banche italiane al sistema imprenditoriale ammontava a circa 915 miliardi di euro. A fine giugno 2012 lo stock si era ridotto a 883 miliardi. Conti alla mano, si tratta di 32 miliardi, ovvero il 3% in meno. E la ragione per questa stretta non è solo una. Sempre del quotidiano di Viale dell’Astronomia è l’analisi dell’andamento delle sofferenze lorde, che sono arrivate sulla soglia dei 113 miliardi, il doppio rispetto a fine del 2009. E con l’ulteriore peso dei prestiti a rischio, si arriva alla cifra record di 195 miliardi. Ma le banche tengono le borse ben allacciate anche perché frenate dai vincoli imposti da Basilea 2 e Basilea 3, che stabiliscono che le liquidità debbano essere conservate per far fronte ai rischi di insolvenza degli istituti. Tanto è vero che le banche che provano a erogarlo, il credito, si vedono penalizzate nelle valutazioni delle grandi agenzie di rating. È il caso per esempio della Popolare di Vicenza, che insieme alle Popolari dell’Emilia e di Milano, oltre che a Banca Carige, è stata declassata a fine agosto da Standard & Poor’s dal livello di “Investment grade” a quello “Speculative grade”, azione che ha comportato un aumento del costo della raccolta. Il direttore generale della Popolare di Vicenza, Samuele Sorato, si è sfogato con la stampa locale promettendo di fare ricorso contro la decisione dell’agenzia di rating. «Faccio notare che il taglio è arrivato via telefono. Nessun incontro, nessuna possibilità da parte nostra di spiegare cosa stiamo facendo per tamponare l’aumento dei prestiti in sofferenza», ha detto il d.g.. «Ci si dimentica che, nel nostro caso, abbiamo aumentato gli impieghi dal 2008 a oggi di tre volte rispetto alla media del settore. Il paradosso è proprio questo: veniamo penalizzati perché abbiamo dato credito all’economia del territorio. E in genere le banche commerciali vengono sfavorite rispetto alle grandi banche d’affari che fanno profitti con la finanza speculativa».È quello che succede anche nell’altro capo d’Italia, in Puglia, dove a fronte di un aumento seppur minimo del credito concesso alle aziende, la situazione per le piccole imprese del Salento continua ad aggravarsi. A giugno, infatti, a livello regionale, gli impieghi sono aumentati dello 0,07% per cento, mentre nel Leccese, una delle aree più vitali del Meridione rispetto alla piccola imprenditoria, sono scesi dello 0,22%. E nel complesso, secondo l’Osservatorio economico - Faro sul credito (che fa capo a Confartigianato Imprese Lecce), la parte più cospicua dei finanziamenti (due miliardi e 738 milioni di euro) è andata alle imprese con più di 20 addetti, mentre solo un miliardo e 234 milioni è stato destinato a quelle più piccole. «Il guaio oggi è che le banche non danno credito nemmeno alle aziende con alta redditività, o che sono ben capitalizzate, o a quelle che forniscono progetti e garanzie, figuriamoci a chi chiede denaro perché è in difficoltà», spiega a Business People Giulio Sapelli, presidente di Fondazione Eni, oltre che professore di Storia economica all’Università statale di Milano. «Siamo di solito alla solita mancanza di sincronia tra finanza ed economia industriale: non c’è cash flow. Le banche italiane capitalistiche che oggi hanno ricevuto molta liquidità dalla Bce l’hanno usata per aumentare il rateo di capitalizzazione sulla base delle regole di Basilea 2 e 3. Ma questo capitale non rende nulla, perché va tenuto in cassa per far fronte ai rischi di insolvenza». Il vero problema per Sapelli, però, non è legato alla situazione contingente o alle norme imposte dal Comitato di Basilea, bensì alle condizioni strutturali del sistema bancario italiano,che vive il complesso di una grande incongruenza. «Perseveriamo mantenendo unite le banche commerciali a quelle di investimento», dice il professore. «Prendiamo le più grandi, Unicredit e Intesa Sanpaolo: anche loro hanno in sé sia la parte che fa denaro sui derivati, sia la parte che dovrebbe creare marginalità concedendo credito alle imprese e alle famiglie. E uniscono il lavoro commerciale all’investimento; è qui che nasce la debolezza intrinseca dei nostri istituti. Senza contare che col passare del tempo abbiamo creato due giganti in un Paese di nani, cioè in cui il modello preponderante è quello della piccola e media impresa. È stata la strategia della Banca d’Italia, che da una parte predicava concorrenza, dall’altra favoriva il consolidamento dei grandi. Mentre avremmo bisogno di tante banche piccole che fanno rete. Il risultato? Oggi solo le banche cooperative, come Bcc e le Popolari, continuano a erogare credito, ma con le risorse che hanno possono affrontare linee creditizie di scarsa entità. E non va bene per l’Italia di questi giorni, è una follia. La verità è che senza riforma delle banche non si supera il credit crunch. Per cambiare la situazione bisognerebbe abolire la legge Amato e ritornare a quella del 1936. Ma servirebbe un governo di ministri indipendenti dalle banche, e non mi sembra proprio il caso di questo governo».

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