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Ai quasi 490 miliardi di euro di dicembre, si aggiungono i 529,5 di fine febbraio per un totale di oltre mille miliardi in poco più di due mesi. È l’attuale valore del prestito triennale che la Bce ha offerto alle banche europee (con un tasso agevolato dell’1%) per favorire la liquidità degli istituti e scongiurare un pericolo di blocco del sistema creditizio. L’iniezione netta, sottratti i fondi rientrati a scadenza alla Bce, è di 520 miliardi. Secondo le previsioni questa seconda Long-Term Refinancing Operation , a cui hanno partecipato 800 banche, dovrebbe rilanciare il credito all'economia, favorire la patrimonializzazione delle banche e dare respiro ai titoli di Stato. Gli istituti possono ora impiegare le risorse per sottoscrivere bond governativi, che poi tornano alla Bce a garanzia di ulteriore liquidità. Un circolo (vizioso o virtuoso, a seconda delle opinioni) che genera ampi margini d'interesse che – secondo la Banca centrale europea - devono andare innanzitutto a rafforzare il capitale. Le insidie del denaro (troppo) facile
Un quarto del secondo maxi prestito è stato richiesto da istituti di credito italiani (139 miliardi su un totale di 529,5). La partecipazione italiana, al netto delle operazioni riassorbite a scadenza più a breve, è pari a 80 miliardi di euro circa. La richiesta più grande è arrivata da Intesa Sanpaolo che ha partecipato per un ammontare di 24 miliardi di euro, secondo quanto indicato dal consigliere delegato, Enrico Tomaso Cucchiani. La richiesta di Monte dei Paschi di Siena è stata tra 10 e 15 miliardi, in linea con quella dell'asta di dicembre. Unicredit vi ha preso parte per un importo inferiore ai 12,5 miliardi. Mentre è di 6 miliardi la partecipazione di Ubi. Il Banco Popolare ha partecipato per un ammontare di circa 3,5 miliardi di euro (1,7 dei quali garantiti dallo Stato). Stessa cifra per Mediobanca.