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L’Italia è ricca di aziende di medie dimensioni che hanno necessità di investire per crescere e svilupparsi sui mercati internazionali. Imprese in maggioranza acontrollo familiare che faticano, complice la crisi, a reperire risorse finanziarie, sia perché le banche hanno stretto i cordoni della borsa, sia per una loro diffidenza nei confronti di un avvicinamento a Piazza Affari, basata sul timore di perdere il controllo dell’azienda. Le medie imprese italiane che scelgono la quotazione come opportunità per raccogliere i capitali necessari alla crescita, in alternativa al credito bancario, rimangono dunque poche.

Qualche anno fa, con l’obiettivo di venire incontro alle loro esigenze e per invertire questo trend, Assolombarda, in collaborazione con Borsa Italiana, Mediobanca e lo studio legale Bonelli Erede Pappalardo, ha ideato un nuovo strumento di patrimonializzazione nell’ambito delle azioni speciali, le azioni sviluppo. Un progetto tutto italiano, nato nel 2007 da un’idea di Giorgio Basile, ai tempi consigliere delegato di Assolombarda – carica che ha mantenuto sino al 2012 – della quale è diventato poi vicepresidente fino al 2013, ancora oggi amministratore delegato e presidente di Isagro.

Le azioni sviluppo sono uno strumento ritagliato per le cosiddette aziende del quarto capitalismo: realtà già quotate o in procinto di farlo, con un giro d’affari in genere fra i 100 milioni e i due miliardi di euro, controllate a maggioranza assoluta, e con una forte propensione all’export che, in molti casi, rappresenta la gran parte del fatturato.

«Tanti imprenditori», spiega Giorgio Basile, «cedono alle lusinghe di competitor o fondi di private equity e vendono quote importanti della loro azienda. In alternativa, per trovare risorse da investire nello sviluppo, possono ricorrere al finanziamento a debito, ma solo sul breve periodo, difficilmente più a lungo termine. Con le azioni sviluppo le imprese hanno invece l’opportunità di aumentare la loro patrimonializzazione continuando a mantenere il controllo e ponendo le basi per progetti industriali sul medio e lungo periodo, permettendo oltretutto agli investitori di proteggere il valore del proprio investimento». Quando il dividendo è previsto, le azioni sviluppo garantiscono, infatti, al loro portatore, un dividendo maggiore rispetto alle azioni ordinarie in cambio della rinuncia al voto. A differenza, però, delle azioni di risparmio, questa nuova categoria di azioni, a tutela degli interessi dell’investitore, si trasforma automaticamente in azioni ordinarie in caso di offerta pubblica di acquisto o di variazioni dell’azionista di maggioranza.

«Le azioni sviluppo», prosegue Basile, «da un lato, rendono possibile alla proprietà il reperimento di adeguate risorse finanziarie, favorendo la continuità dell’assetto di controllo e del progetto industriale, dall’altro lato consentono ai soci sottoscrittori di godere sia della conseguente espansione del business della società emittente, sia di diritti patrimoniali privilegiati. In questo modo i titolari di azioni sviluppo conservano il diritto di beneficiare appieno delpremio di maggioranza: infatti queste azioni speciali acquistano, attraverso la conversione automatica, pieni diritti di voto quando ciò diventa economicamente rilevante».

Isagro, operativa nel mercato degli agro farmaci in 70 Paesi, è stata – com’era da aspettarsi – la prima azienda quotata alla Borsa di Milano a ricorrere alle azioni sviluppo nell’ambito di un’operazione di aumento di capitale. «Lo scorso maggio Isagro ha chiuso felicemente un aumento di capitale da 29 milioni di euro, tutto sottoscritto dal sistema di controllo e dal mercato, lanciando con le ordinarie le azioni sviluppo», spiega Basile, che ha acquisito il gruppo all’inizio degli anni ‘90 da un ramo di EniChem Agricoltura per farlo diventare l’unico player in Europa a competere con le big del settore. «Questo strumento è stato pensato per aziende simili a Isagro, le cosiddette small global player, small per dimensioni ridotte rispetto ai principali concorrenti su scala mondiale, global per l’internazionalità delle proprie attività. Per Isagro in particolare», conclude, «la raccolta sul mercato servirà a sostenere il piano industriale 2014-2018 fondato sull’innovazione, con investimenti in ricerca e sviluppo per 60 milioni, e su un più ampio sfruttamento delle nostre invenzioni, in modo da portare il fatturato dai circa 140 milioni di euro del 2013 ai circa 230 dl 2018, con un Ebitda che raddoppia e che si stima raggiunga i circa 30 milioni».

A parte Isagro, però, le azioni sviluppo non sono state ancora in grado di conquistare le attenzioni del tessuto imprenditoriale italiano e, di conseguenza, degli investitori. I motivi? Da un lato il mercato finanziario italiano è diventato ancora più asfittico: le emissioni faticano a decollare e il 2014, atteso come l’anno del ritorno delle Ipo a Piazza Affari, ha dovuto fare i conti con una realtà ben differente.Le condizioni molto volatili degli scambi azionari hanno spinto diverse matricole a fare dietrofront all’ultimo istante, come Italiaonline, Intercos e Fedrigoni, e ad altre come Segafredo- Zanetti a rimandare di qualche mese l’operazione di ingresso sul listino di Borsa Italiana. Ma non è tutto, perché il problema è anche di mentalità e approccio ai mercati: le nuove azioni alternative alle ordinarie (quest’estate sono state introdotte anche le azioni a voto multiplo) fanno fatica a entrare nella cultura finanziaria del Paese. L’impulso, per Basile, può solo venire dalle imprese: sono loro che devono dare il buon esempio, perché gli investitori preferiscono puntare su operazioni più redditizie per il loro business, come una cessione, un merger, piuttosto che su investimenti orientati allo sviluppo sul lungo periodo. «Quando inizieremo a distribuire i primi dividenti », confida Basile, «il mercato intuirà il valore delle azioni sviluppo, tante aziende ne capiranno le potenzialità. L’effetto sarà a catena e finirà per investire anche gli intermediari finanziari».