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All'Italia serve una regia (e in fretta)

All'Italia serve una regia (e in fretta) Torna a Via della seta implicazioni economiche politiche Italia
Giovedì, 14 Marzo 2019
Stefano-Soriani

Il Mediterraneo in generale, e l’Italia in particolare, hanno un ruolo di primo piano nel grande progetto cinese. Business People ha chiesto a Stefano Soriani, ordinario di Geografia economica e politica all’Università di Venezia, quali sono gli obiettivi di Pechino e quali le opportunità per l’Italia. 

Per la Via della seta si usano tanti nomi: che cos’è, in definitiva?
Parliamo di Via della seta, di Belt Initiative o di One Belt One Road, ma in realtà facciamo fatica a inquadrare il progetto nella sua completezza, perché non è un piano sovraordinato. Si tratta piuttosto di una grande visione a geometria variabile, i cui confini dipendono dalla risposta dei Paesi interessati. La si potrebbe anche definire come una grande visione di una globalizzazione diversa rispetto a quella classica del Washington Consensus, che si basa sul concetto di mutual benefit , una visione però molto complicata da disegnare. 

Da dove nasce questa difficoltà?
Dal fatto che non è sempre facile distinguere tra gli investimenti che sono riconducibili esclusivamente alla Via della seta e quelli che la Cina ha fatto nell’ambito di partnership strategiche indipendenti. In questo senso, degli investimenti infrastrutturali nei porti previsti in Italia, l’unico che rientra nella Belt Initiative, secondo un rapporto recente del Parlamento Ue, è quello di Vado Ligure. La confusione è accresciuta dal fatto che molti progetti sono stati – e qui uso una parola che non mi piace – “ribrandizzati” dal governo cinese, divenendo parte di un piano molto più ampio. 

Perché la Cina è così interessata al Mediterraneo?
Perché si tratta di un mare fondamentale per tanti motivi. Innanzitutto, è un accesso al mercato europeo e non solo da un punto di vista trasportistico. È soprattutto un accesso alle competenze europee nei settori della manifattura, della distribuzione e della logistica. La Cina è al primo posto di tutti gli indicatori internazionali per connettività, perché i suoi porti sono il cuore dei trasporti marittimi, ma negli indicatori di performance logistica, che riguardano la cultura e i servizi della merce, resta un Paese in via di sviluppo. In secondo luogo, il Mediterraneo non è più solo un’area di transito, ma è al centro di processi di integrazione economica molto forti tra i Paesi chi vi si affacciano, non solo in ambito energetico. 

Che ruolo gioca l’Italia?
La visione dell’Italia come di una grande banchina proiettata nel Mediterraneo è vera, e lo è in modo particolare per i porti dell’Alto Adriatico, perché sono quelli che massimizzano la tratta marittima e minimizzano quella continentale rispetto a dei mercati che oggi sono molto importanti, nei Balcani e nell’Europa orientale, dove noi stiamo assistendo a una crescita molto forte della manifattura e a un processo di trasferimento di filiere importanti. 

Cosa deve fare l’Italia?
Deve sbrigarsi. La Cina sta concentrando i suoi investimenti nell’area mediterranea lungo tre archi costieri. Il primo è quello che va da Port Said, in Egitto, fino al porto turco di Ambarli, passando per quello israeliano di Haifa. Il secondo è marittimo solo in parte e congiunge il Pireo a Belgrado per poi salire verso Nord. Infine c’è quello spagnolo del Mediterraneo occidentale. Come detto, la Via della seta viene sviluppata sulla base della capacità e della velocità di risposta da parte dei Paesi. Se l’Italia non risponde alle ripetute manifestazioni d’interesse, è chiaro che queste opportunità potrebbero rafforzare altri sistemi portuali e logistici. In breve, bisogna ragionare di infrastrutture, di capacità logistica e di integrazione dei sistemi di trasporto. Ci vuole una strategia nazionale e coordinamento locale-regionale, per esempio tra i porti di Venezia e Trieste, che sono quelli che più interessano alla Cina. Non si può pensare che a trattare con Pechino o i grandi gruppi cinesi siano i singoli porti o le singole città. Serve un’opera di regia.

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