Vittorio Terzi, responsabile per l’area del mediterraneo di McKinley e Presidente dell’American Chamber of Commerce in Italy

I fatti degli ultimi tre anni dimostrano che non è mai prudente fidarsi troppo degli economisti quando si tratta di fare previsioni: infatti, nella stragrande maggioranza dei casi le sbagliano. Almeno è stato così con la crisi che ha travolto i mercati mondiali a partire dal 2007: gli economisti non avevano avvertito che la tempesta perfetta stava arrivando e che avrebbe devastato l’economia del pianeta. Tanto da meritarsi la sarcastica battuta del politologo Giovanni Sartori: «Una scienza che non sa prevedere nulla, non serve a nulla».Quindi oggi, per cercare di capire a che punto è la crisi e valutare se stanno funzionando le exit strategy seguite dai vari Stati, Business People si è rivolto a un osservatore che ha una conoscenza pragmatica, operativa delle vicende economiche: Vittorio Terzi, 56 anni, da lungo tempo managing director di McKinsey per l’Italia e l’area del Mediterraneo e presidente dell’American Chamber of Commerce in Italy. Terzi è a capo di una delle società di consulenza più famose del mondo che viene utilizzata dalle imprese industriali e finanziarie per risolvere le situazioni di crisi, per ristrutturarsi, per affrontare sfide legate a progetti di crescita.

A che punto è la crisi? Ne siamo fuori?

Più che essere fuori dalla crisi, stiamo entrando in una fase di nuova normalità. L’economia è molto cambiata negli ultimi anni e dovremo abituarci a condizioni completamente nuove. Non è scontato che si possa tornare ai livelli pre-crisi in tempi brevi. La situazione sarà molto diversa a seconda dei Paesi: in alcuni la ripresa è già una realtà.

Dobbiamo abituarci a convivere anche con la disoccupazione, salita a livelli record?

Quello della disoccupazione è un problema reale. In passato vari Paesi occidentali, e anche l’Italia, hanno esportato lavoro all’estero dove il costo della manodopera era più basso, senza che si innescasse un meccanismo di compensazione. In economia, quando c’è una differenza nel costo dei fattori di produzione fra due Paesi, le dinamiche valutarie tendono a compensare questo disequilibrio. Questo oggi non accade perché in molti dei Paesi in cui si è delocalizzato i governi controllano il cambio, favorendo le proprie esportazioni e gli investimenti stranieri. Una dinamica che contribuisce ad aumentare i livelli di disoccupazione in Occidente.

Come se ne esce?

Si apre una via d’uscita se interviene un elemento fortemente innovativo, uno shock. Un cambiamento di norme o di comportamenti.

Un esempio?

In Italia stiamo assistendo all’evoluzione dei rapporti fra imprese e sindacati. I lavoratori hanno capito che hanno bisogno di nuovi strumenti per affermare i propri diritti, che è necessario accettare una maggiore flessibilità e che su questo tema il sindacato non li rappresenta nella maniera ottimale. Però non si può pretendere che i sindacati rinneghino d’improvviso tutta la loro storia. Quindi la trasformazione avviene lentamente, creando tensioni che si aggiungono a quelle generate dalla crisi finanziaria e dai livelli raggiunti dai debiti pubblici.

L’Italia ha un rapporto debito/Pil del 118%...

Vero, però se mettiamo assieme debito pubblico e privato, stiamo meglio di Gran Bretagna, Spagna e Francia e quasi in linea con la Germania. E con un debito privato basso possiamo avere un maggior controllo sull’evoluzione del deficit. Il debito va ripagato e se l’economia non cresce, non si genera ricchezza. Finché il mercato dei capitali continuerà a dare fiducia all’Italia perché ritiene che sia in grado di tenere sotto controllo e ripagare il debito pubblico, non ci saranno problemi. Se però dovessero emergere delle difficoltà, assisteremmo a un progressivo aumento della volatilità sui mercati e a un aumento dei tassi di interesse e del costo del debito.

Che cosa bisognerebbe fare? Tagliare le spese?

Con i soli tagli non si rilancia la crescita, ci vorrebbe piuttosto un mix di tagli e di stimoli al rilancio.

Ma stimoli al rilancio vuol dire più spesa pubblica: come si fa con quel colossale debito pubblico?

Lo Stato dovrebbe contribuire al rilancio dell’economia aiutando le imprese a individuare opportunità di crescita. Penso, per esempio, alle opportunità di crescita legate all’invecchiamento della popolazione, che genera una serie di nuovi bisogni e nuovi spazi di mercato.

Dall’export potrebbe venire quella crescita?

Sì certo, ma il discorso è complesso. È vero che nei Paesi emergenti ci sono circa 3 miliardi di persone che aspirano a livelli di benessere paragonabili a quelli occidentali. Oggi però il 70% delle nostre esportazioni è assorbito dai Paesi membri dell’Unione Europea. Per cogliere concrete opportunità di crescita le aziende italiane dovrebbero guardare di più ai consumatori dell’Est, del Sud, e anche dell’Ovest. Penso in particolare agli Stati Uniti.

L’Italia non è già un forte esportatore verso gli Usa?

Gli Stati Uniti assorbono poco più del 6% dell’export totale. Poco se si considera che sono il più importante mercato del mondo, che nei prossimi anni cresceranno molto più dell’Europa e che si tratta di un mercato che premia i prodotti di qualità. Proprio il punto di forza dell’industria italiana. Il made in Italy è più apprezzato negli Usa che in Cina o in India, mercati immensi ma ancora poco sensibili ai prodotti di qualità.

La Farnesina dovrebbe pensare di più agli aspetti economici che alla politica?

Non è solo questione della Farnesina. Ci vuole innanzitutto una sorta di nuova diplomazia economica, che si muova nei confronti degli Stati Uniti in modo analogo a quanto sta già facendo in Paesi come la Russia e la Libia. Il rapporto con gli Usa va rafforzato anche per un’altra considerazione: l’America è un Paese amico, che ha sempre dichiarato e manifestato la sua amicizia per l’Italia e compra volentieri i nostri prodotti. Noi alla Camera di Commercio Americana lavoreremo per favorire questo processo.

Quindi ci vorrebbe un diverso atteggiamento politico?

Credo che gli imprenditori abbiano compreso meglio come muoversi. Come per esempio Sergio Marchionne con la Fiat. Anche altre aziende sono su questa linea. Altre ancora dovranno seguirne l’esempio, anche se disinvestire da alcuni mercati e riposizionarsi su altri richiederà strategie chiare ma anche risorse finanziarie.

Tasto delicato. Le imprese italiane sono già mediamente piuttosto indebitate.

È vero, le nostre aziende sono meno patrimonializzate rispetto a quelle europee e fanno maggior ricorso al credito bancario. Ma il principale problema rimane la ridotta dimensione delle nostre imprese. Alcune saranno capaci di competere con successo su scala internazionale, altre finiranno con l’essere acquisite da gruppi multinazionali che si sono mossi con largo anticipo.

Ma perdere tutte le stanze dei bottoni, anche se piccole, non si rivelerà un errore?

Mi sembra che la storia recente ci porti diversi esempi di aziende italiane che hanno saputo costruirsi l’accesso a una stanza dei bottoni più ampia rispetto a quella di partenza. Pensiamo ad Autogrill e a Luxottica, che sono diventate leader a livello globale e hanno saputo affermarsi anche sul mercato americano.

Però la crisi finanziaria ha raffreddato molti entusiasmi verso la globalizzazione. Alcuni commentatori sostengono che siamo all’inizio di un processo opposto. Il pendolo va nell’altra direzione.

Le pressioni verso una reintroduzione di forme parziali di protezionismo sono per lo più di natura politica. Il mercato non ha dubbi sulla globalizzazione. È un fenomeno che ha portato il mondo a un livello di benessere mai conosciuto prima, gli ultimi dieci anni prima della crisi finanziaria sono stati un periodo d’oro. L’apertura dei mercati dei capitali ha dato più risorse a tutti.

Poi però la crisi è arrivata e si è portata via gli anni d’oro. Adesso si cercano dei rimedi. A preoccupare, oltre ai debiti pubblici che potrebbero andare fuori controllo, c’è la situazione delle banche. Appaiono fragili, troppo esposte, non trasparenti.

Le misure prese da Washington in materia bancaria vanno nella direzione giusta. I politici americani si sono dati l’obiettivo di far funzionare in modo più sano il sistema creditizio, perché è fondamentale per l’economia. D’ora in poi le banche che sbaglieranno pagheranno i loro errori.

L’Europa non ha adottato misure analoghe. Si aspetta il varo di Basilea 3 che dovrebbe avvenire al prossimo vertice del G20 in novembre a Seoul. Secondo alcuni però questa nuova regolamentazione, che mira ad aumentare la patrimonializzazione delle banche, contiene dei rischi: darà sì maggiore stabilità al sistema, ma provocherà anche una stretta creditizia. Produrrà un calo del Pil mondiale. Vede anche lei questo pericolo?

Rispetto alle proposte iniziali si è aperta ora una fase di dialogo, nella quale tutti sono consapevoli dei rischi che si corrono e si troverà senz’altro il modo di ridurli al minimo. Il problema sono i tempi: mentre le banche americane hanno ottenuto nuove regole dal loro governo, quelle europee sono ancora in attesa di una posizione comune.

La ricetta anti-crisi
I tagli devono essere accompagnati da stimoli al rilancio
È necessario aumentare le dimensioni delle imprese italiane
Serve più cura nei rapporti commerciali con gli Usa