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Le banche europee avranno bisogno di 150-200 miliardi di euro di risorse. Davanti a questa notizia si potrebbe tirare uno sbadiglio, girarsi dall’altra parte e continuare a pensare che ci sono problemi più gravi per l’economia. Invece no: il problema più grave per l’economia è proprio questo. Al G20 di Seoul di novembre saranno firmati degli accordi internazionali che puntano a rendere più solide le banche del mondo ed evitare così la possibilità di nuovi shock finanziari. Come? Imponendo alle banche una maggiore patrimonializzazione. Banche più solide è più difficile che falliscano: questo è il mantra. Ma le banche, per “solidificarsi” (questo è il termine scherzoso che circola tra gli istituti italiani) dovranno reperire più soldi. Li possono chiedere alla Bce, li possono ottenere vendendo asset o li possono recuperare riducendo la quantità di denaro che fanno uscire dai loro forzieri in direzione di consumi (per le famiglie) e investimenti (per le imprese). E questo è un problema perché non sono pochi coloro che pensano che per le aziende la necessità delle banche di capitalizzarsi si tradurrà in un calo drastico dei soldi a disposizione per crescere, investire o, semplicemente, passare indenni attraverso un momento difficile per tutti. Adesso avete ancora voglia di sbadigliare?
Le nuove regole per le banche vanno sotto il nome di “Basilea3” e saranno adottate al prossimo G20 di Seoul. In Asia, insomma, scatterà il big bang per il sistema creditizio anche italiano. Però, a essere onesti, non tutti sono così catastrofisti. Per esempio, Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Board, un organismo internazionale creato all’indomani della crisi finanziaria e che ha collaborato alla definizione delle regole di Basilea3, non lo è affatto. Per Draghi (candidato alla successione di Jean Claude Trichet alla guida della Banca Centrale Europea), le nuove regole saranno “gestibili” e i benefici a lungo termine “notevoli”. Secondo Bankitalia la riduzione del Pil in quattro anni direttamente riferibile alla necessità delle banche di restringere i rubinetti del credito non sarà maggiore dello 0,04%: significa un calo dello 0,01% all’anno. Un’inezia. Solo che con un’economia la cui crescita è vicina all’1%, cioè meno dell’inflazione, anche lo 0,01% si fa sentire. Il riferimento ai quattro anni è stato fatto da Nout Wellink, capo del comitato Basilea che ipotizza una adozione delle nuove regole in modo graduale, anche se poi ogni Paese le può far diventare più rapide a sua discrezione.
Il ministero dell’Economia, Giulio Tremonti, non la pensa come Draghi: «Basilea3 è la via diretta per produrre, là dove viene applicata, il credit crunch», cioè la riduzione drastica delle risorse per l’economia reale. Pensare che il ministro abbia colto l’occasione delle nuove regole per attaccare il suo avversario di sempre, Draghi, è un po’ riduttivo. Chi ha ragione? Vediamo come funzionano davvero le nuove regole e poi ognuno potrà trarre le sue conclusioni.
Con Basilea3 perde d’importanza quel meccanismo infernale dei rating e acquistano maggior valore gli andamenti storici dei rapporti che una banca ha instaurato con la sua clientela. Vuol dire che si guarda di più all’andamento effettivo dei suoi rapporti creditizi e per fare questo si guarda di più alla solvibilità delle imprese con le quali ha a che fare, al di là del rating che Basilea2 attribuiva al cliente. Uno dei metodi per verificare se i clienti di una banca sono “buoni” o “cattivi” è verificare lo sconfinamento di conto corrente. Se una banca che in base alle regole di Basilea2 aveva un ottimo indice di solidità finanziaria (identificato con l’indicatore Core Tier One) ma ha molti clienti che sconfinano dal conto corrente oltre i 90 giorni, o ha molte pratiche arretrate e via dicendo, la sua solidità ne viene pesantemente intaccata. L’effetto, secondo i pessimisti, sarà che le banche presseranno molto più di quanto già non facciano i propri clienti, famiglie ma soprattutto imprese, a “stare nel conto”, a non sconfinare perché se succede a farne le spese sono loro stesse che saranno considerato dal mercato poco “sicure” e, per questo, se mai dovessero reperire risorse sul mercato (con l’emissione di obbligazioni, per esempio) dovrebbero pagare un premio maggiore. Ed è proprio questo il punto: imponendo ai propri clienti di “fare i bravi”, le banche si trasformano, anche al di là della loro volontà, in gendarmi della solidità finanziaria del sistema e non solo dei propri conti.
In secondo luogo Basilea3 impone agli istituti di avere una capitalizzazione più elevata per evitare, appunto, il rischio che in caso di shock improvviso, possano fallire. Capitalizzazione più elevata significa soprattutto più soldi in cassa e, appunto, si parla di 150-200 miliardi di euro che dovranno andare a gonfiare i forzieri. La combinazione di questi due elementi rischia di penalizzare le imprese che da una parte devono “fare le brave” e non sforare dagli affidamenti, pagare le rate dei prestiti sempre regolarmente e, dall’altra, faranno anche più fatica a convincere la banca ad aprire la cassaforte perché i soldi che ci sono dentro servono innanzitutto a lei per aumentare la sua solidità.
È anche possibile che prima dell’entrata in vigore degli accordi di Basilea3 le banche avviino operazioni legali a tappeto. In che senso? Nel senso che i clienti attuali poco virtuosi delle banche italiane potrebbero vedersi “passare al legale” da un giorno all’altro per cercare di risolvere il problema prima dell’entrata in vigore delle nuove regole. In pratica è possibile che le banche vogliano “prevenire” ora invece di “curare” dopo e non mancano i segnali di aziende poco attente alla gestione dei rapporti di credito, che si sono viste chiedere dal proprio istituto di rientrare del fido, di pagare le rate arretrate, eccetera. In altre parole, in parte il credit crunch è già tra noi.
Però una vantaggio di Basilea3 rispetto a Basilea2 c’è. E farebbe felice gli uomini della Lega. Sì, perché le regole che verranno adottate a Seoul sono molto più attente alle differenze locali, anche all’interno di uno stesso Stato. I “cervelloni” del comitato internazionale hanno, insomma, capito che c’è una certa differenza tra un’impresa del Nord che non paga una rata del mutuo dopo 90 giorni dalla scadenza un’impresa del Sud che si comporta nello stesso modo. Quella del Nord naviga in pessime acque, quella del Sud no, perché in certe aree d’Italia è “normale” sforare i pagamenti di 90 giorni. Non è che sia “giusto”, però è così. Quindi nella definizione della solidità della banca conta anche dove ha allocato i propri crediti e significa anche che una banca del Nord che ha molti clienti che non pagano nei tempi previsti sia costretta a ricapitalizzarsi e una banca del Sud che ha la stessa quantità di denaro non rientrato, non sia costretta a farlo. Questa attenzione alle specificità locali è una delle innovazioni più importanti delle regole internazionali rispetto ai precedenti accordi di Basilea2 che valutava in modo indifferenziato tutte le imprese in qualsiasi settore operassero e in qualsiasi realtà fossero immerse. Il vantaggio, insomma, è che la valutazione dello stato di salute di un’azienda non è più affidata a software che le assegnano il rating, ma ci si fa più attenzione a fattori locali e “reali” nel concedere credito. E non sarà un’operazione indolore per le banche. Perché se è vero che la maggiore cura nell’attribuire la valutazione di credito è un bene, è vero anche che è molto più costosa e complessa. Gli istituti di credito, cioè, dovranno sostenere costi non indifferenti per categorizzare ogni loro rapporto, ogni loro cliente. Sarà un processo piuttosto lungo e, per questo, Draghi prende a riferimento quattro anni e non due (come fanno altri): perché le nuove regole, seppure saranno adottate tra poco più di un mese, avranno bisogno di un certo periodo i tempo per dispiegare i loro effetti.
Tutto questo spiega anche, in parte, naturalmente, l’atteggiamento delle Banche centrali americana ed europea nella loro politica di credito. Le due istituzioni stanno continuando, praticamente in modo ininterrotto dal 2008, a inondare il sistema creditizio di soldi: le aste della Bce, per esempio, continuano a essere illimitate, cioè sen za una quantità definita di soldi da immettere: ne immette tanti quanti gliene chiedono le banche. La Fed americana di Ben Bernanke continua a fare più o meno lo stesso cercando di rimpinguare le casseforti dei suoi istituti di credito che sono ancora in sofferenza. Con l’adozione delle nuove regole avere soldi sarà più difficile. È vero. Però almeno il denaro continuerà a costare poco. Almeno per chi riuscirà ad averlo.

L’accordo in tre punti
1 - Aumenta per le banche il valore minimo consentito dell’indice patrimoniale Tier1 dal 2 al 4,5%
2 - Gli istituti bancari devono mantenere inoltre un cuscinetto del 2,5% di capitale sopra i minimi, che può aumentare nei periodi di fermento dei mercati
3 - Le nuove norme sono adottate per gradi dal 2013

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