Start up: perché l'Italia deve seguire il modello francese

Emmanuel Macron, oggi presidente della Repubblica francese © Getty Images

Blablacar, Sigfox, Withings? Sono unicorni e sono francesi. Nei dintorni di Parigi si fa innovazione spinta, ai livelli di Londra e Berlino. Lo rileva, almeno dal 2015, il Barometro del capitale di rischio in Francia, redatto da EY. L’ultimo aggiornamento, relativo a tutto il 2018, spiega che “la somma totale raccolta è cresciuta del 40% a 3,6 miliardi di euro”. Le transazioni sono state 645 nell’anno con un valore medio di 5,6 milioni. In volume, il mercato è raddoppiato rispetto al 2015, considerato l’anno del cambio di passo per il venture capital francese. Non solo. Crescono anche le somme raccolte attraverso il fundraising. Questo significa, secondo EY, che gli investitori francesi e internazionali “convinti del potenziale dei progetti e dei talenti locali, offrono ora loro le risorse per diventare player chiave nei propri mercati di riferimento, ovvero per diventare scale up”. 

Francia, start up nation

E se la Gran Bretagna, nonostante le incertezze causate dalla Brexit, resta la destinazione preferita dai venture capital con un totale raccolto nel 2018 di 5,8 miliardi, la Francia si avvicina e quasi affianca la Germania (a 4,3 miliardi). Artificial intelligence (IA), Blockchain, Cyber Security, Smart City and Health Tech: in tutti questi i settori le start up francesi stanno dimostrando di essere in grado di disegnare il futuro. Nel 2018 a raccogliere di più sono state le start up dei servizi internet con 1,1 miliardi di euro, seguiti da software a quota 745 milioni e life science (574 milioni). Il deal più ricco è quello di Voodoo nel settore del gaming (169 milioni). Ma come si è arrivati a questo punto? Ovviamente l’ecosistema non è esploso da sé, ma alla fine di un percorso di incentivazione e di politiche mirate. Al quale pare ispirarsi ora l’Italia, per esplicita ammissione del governo attuale. 

Un boom di matrice governativa

E la speranza è che gli effetti siano i medesimi della Francia. Nel 2012 i mercati francese e italiano erano pressoché identici in termini di sviluppo. È stato l’avvento di Emmanuel Macron all’Eliseo a far sì che il vento cambiasse. E non a caso Macron in Francia era già noto come il ministro delle start up e anche il suo stesso progetto politico En Marche! , ha funzionato come una start up: colmando le lacune del mercato politico con una struttura agile e crescendo a dismisura in un tempo brevissimo. La sua stessa nazione doveva essere gestita, nel suo progetto, come una startup. Ma il suo lavoro a favore dell’innovazione inizia prima: nei due anni a capo dell'Economia – tra il 2014 e il 2016 – quando il giovane ministro pone le basi della legislazione francese pro-start up. Nello stesso biennio gli investimenti in start up francesi sono cresciuti da 0,2 a 2,7 miliardi, mentre in Italia nel 2016 il mercato era fermo a 200 milioni. 

Quattro giorni per fondare un’impresa innovativa 

Cosa è cambiato? La prima innovazione è contenuta nella Loi Macron  approvata nel 2015 dal governo Hollande, grazie a cui per creare una start up in Francia sono necessari 4 giorni, contro i 5 del regno Unito e gli 11 della Germania. La rimozione di barriere e lungaggini non è stata la sola leva. Molto ha pesato il fronte degli investimenti: dal 2011 in Francia esiste l'Ambition Numerique Fund , fondo di venture capital supportato da Caisse des depots et consignations, la Cassa depositi e prestiti d'Oltralpe, e Bpifrance, banca pubblica di investimento. A fine 2018 aveva investito 205 milioni in 43 start up. 

Il ruolo degli investimenti pubblici

Ma è nel 2014 che inizia la scalata: Bpifrance, insieme alla Cassa depositi e prestiti locale, annuncia investimenti per 1,1 miliardi in start up. Per le start up che sono in una fase di scale up, Bpi ha creato inoltre un fondo da 500 milioni per round di investimenti pari o superiori a 10 milioni di euro. La conseguenza è stata che sono nati operatori di venture capital capaci di apportare i capitali necessari a sostenere la crescita di campioni internazionali con dotazioni complessive superiori ai 500 milioni. A questo è conseguito anche la capacità di attirare i grandi operatori internazionali interessati a investire nelle società promettenti e di dimensioni già significative e capaci di accogliere grandi investimenti. Macron, appena eletto premier, ha lanciato un fondo ulteriore da 10 miliardi. Insomma, a ogni promessa è seguita un’azione concreta e mirata.

Un’ispirazione per l’Italia e per l’Europa?

Come noto, nel programma di Macron c’è la creazione di un fondo da 50 miliardi per dare una formazione digitale ai francesi senza lavoro e per digitalizzare la macchina burocratica; il miglioramento e l'espansione di Internet super veloce e delle reti wi-fi; ma soprattutto la volontà di spingere sul mercato digitale unico europeo, probabilmente il vero elemento differenziante per creare un ecosistema europeo delle start up. Insomma, la Francia in poco tempo ha messo le basi per trasformare la propria economia, grazie a migliaia di nuove aziende innovative che supporteranno le grandi aziende locali e tradizionali, attivando un ciclo virtuoso che ha attirato anche importanti investimenti internazionali. 

Tutto quanto sopra può essere sicuramente un’esperienza da cui l’Italia potrà trarre esempio per cercare di colmare la distanza che in questi anni purtroppo si è creata, ma che tutto sommato può anche rappresentare per il nostro Paese “la” grande opportunità.