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Verrà presentato entro la fine di aprile il rapporto sulla spending review italiana, ovvero la revisione critica della spesa pubblica presa in esame dal ministro dei Rapporti con il parlamento, Piero Giarda, a capo di un comitato informale di cui fanno parte anche il ministro della Pubblica amministrazione Patroni Griffi e il vice ministro dell'Economia Vittorio Grilli. Il rapporto di fine aprile segue un bilancio preliminare fatto a fine gennaio dallo stesso ministro dei Rapporti con il Parlamento. Secondo Giarda, che a Il Messaggero ha confermato i dati indicati dal Documenti di Economia e Finanza, le spese dei ministeri diminuiranno di 13 miliardi di euro tra il 2012 e il 2013, passando da 352 a 339 miliardi. «L'ulteriore salto di qualità che l'Italia sta perseguendo sulla spesa pubblica – ha affermato il ministro – deve ancora essere interamente percepito nella sua portata. Negli ultimi anni i governi hanno imparato a gestirla meglio e la crescita si è fermata. Il suo peso sul Pil non è più aumentato. Ora si tratta di far scendere la spesa pubblica in senso assoluto».
Ma dove intervenire? Giarda, come sottolineato da Frediano Finucci in un servizio del Tg La7 , dovrà individuare costi, sprechi, duplicazioni di spesa degli apparati statali che valgono qualcosa come 136 miliardi di euro l’anno. Un primo intervento per ridurre la spesa sarebbe quello di aumentare la percentuale di acquisti gestiti da Consip, la società del Tesoro che compra bene e servizi per lo Stato attraverso gare strappando prezzi più bassi; questa percentuale oggi è del 22%.
Ma l’opera di contenimento e riduzione del debito non si ferma qui. Nei piani ci sarebbe anche un capitolo vendite su tre fronti: immobili, società municipalizzate e partecipazioni statali. La prima voce è stata trattata da più di un governo, ma è di difficile realizzazione anche perché non tutto è vendibile; ma si potrebbero risparmiare dai 3 ai 5 miliardi l’anno solo attraverso gli affitti accorpando più uffici negli immobili che sono usati male: ogni dipendente pubblico, infatti, ha a disposizione 50 metri quadri, più del doppio rispetto ai dipendenti privati (20 mq).
Da una vendita di partecipazioni statali si potrebbero ricavare, invece, circa 55 miliardi; ma in questo caso serve un’attenta valutazione: da aziende come Eni, Enel e Finmeccanica lo Stato incassa più o meno 2 miliardi l’anno in dividendi; venderle oggi poi potrebbe essere un pessimo affare perché le quotazioni azionarie sono basse. C’è poi un problema di opportunità, conclude il servizio del Tg La7 ,: è giusto vendere partecipazioni in quei pochi settori strategici e globali dove l’Italia è ancora presente (energia e difesa)? La domanda richiede una risposta prettamente politica e così, forse, si spiega l’esitazione di Mario Monti.